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L'aura dei Macchiaioli in Gino Romiti

Gino Romiti (1881- 1967) si staglia quale artista livornese che esemplificherà il suo talento entro l’aura dei Macchiaioli. Compie la sua formazione alla scuola di perfezionamento di Guglielmo Micheli, “patrocinata” da Giovanni Fattori, il quale si rivela padre-padrone dell’esercizio artistico. La sua attività di controllo costante che monitora l’apertura della tecnica a macchie all’excursus divisionista. 

L’atteggiamento di Romiti è propositivo e segue l’iter espositivo dell’epoca soggiornando nelle varie manifestazioni culturali, facendo mostra delle sue opere. A partire dalla Società promotrice di belle arti di Firenze e in seguito all’Esposizione internazionale di belle arti della Società degli amatori e cultori di Roma, fino alla Biennale di Venezia.
La sua apertura verso l’innovazione stilistica lo porta ad aver contatti anche con l’entourage del Simbolismo, incontrando di persona Arnold Böcklin al Caffè Bardi, noto ritrovo degli artisti del tempo. Il suo concetto di arte non era esclusivo, l’elemento commisto ibrido dal punto di vista tecnico-formale costituisce un vettore potenziale per trasmettere innovando.
Un connubio tra tradizione e progresso in senso espressivo che fermenta attraverso l’impianto eterogeneo che le suggestioni di fin de siècle strutturano. Nella seconda metà dell’Ottocento il sentire è mutevole e degrada verso compagini destrutturate. Il tardo Romanticismo deflagra, ripiegandosi su sé stesso, perdendosi in un pulviscolo decadente, ove i principi e l’autorevolezza del sentimento si corrompono in un cinico estetismo. Altro esercito che abbatte l’ideale romantico sarà il naturalismo-verismo che portano seco il bardo del realismo a scapito del passionevole. L’impressione o espressione connaturano due diversi movimenti, ove da un lato l’indagine sulla luce si apre senza confini, sotto l’egida di un “diritto naturale”, mentre dall’altro lato il disagio, la solitudine soffocano la luminosità di un creato con tinte aggressive visionarie.
In finis la campitura del colore viene assemblata e appiattita per aree, riflettendo il verismo luminoso e la suggestione retinica. I principi di etica sociale stigmatizzano soggetti di vita rurale quotidiana e impulsi risorgimentali.
Questa la didattica dei Macchiaioli che uniscono l’impegno civile al registro semantico artistico. Una missione, una vocazione. Di converso il positivismo divisionista prende campo contemplando un nuovo modo di interpretare il dato reale, idealizzandolo, creando un mondo parallelo delle idee.
I dissidi tra vari esponenti delle diverse correnti insorge in alcune esibizioni collettive e proprio Romiti sarà un “giudice di pace” nel dirimere le controversie nate. Il suo spirito concorrenziale, ma teso alla cooptazione e collaborazione lo porta a confluire nell’assetto di Previati e Nomellini con i quali creerà una relazione instabile.
La sua volontà di sperimentare ha il limes di non oltrepassare ciò che è moderno per divenire contemporaneo. Costui critica la pittura attuale poiché priva di contenuti, da principianti, che esercitano un monopolio espositivo, da cui la sua arte densa di devozione naturalistica è esclusa. Isolato sempre di più nel suo universo pittorico sinestetico morirà a Livorno nel 1967.

Fonti
Il pittore Gino Romiti, Cesare Venturi, La Rivista di Livorno, 1927;
I Macchiaioli, Fernando Mazzocca, Milano, Giunti, 2019

Costanza Marana