Fact Checking History

Una rivolta...all'olio d'oliva! - Gli italiani nel campo di prigionia di Fort Missoula

1940. La Seconda guerra mondiale è iniziata già da qualche mese; il velo del terrore si posa rapidamente su tutto il continente europeo, dalla Francia fino alla Russia. Dall’altra parte del globo, sulle dolci montagne del Montana, al confine col Canada, anche qui la quiete verrà spezzata dall’arrivo della guerra, ma sotto un’altra forma. Gli Stati Uniti entrano ufficialmente nel secondo conflitto mondiale il 7 dicembre 1941, dopo il vigliacco attacco giapponese alla base di Pearl Harbor, sita nelle splendide Hawaii. Ormai da secoli terra di passaggio e approdo di qualsiasi nazionalità in cerca di fortuna e di una vita migliore, questa lunga tradizione è costretta ad interrompersi: gli Stati uniti sono obbligati a seguire le regole del “gioco” e, già prima di questa entrata in guerra, sono costretti a prendere seri provvedimenti verso quei soggetti provenienti da quelle nazioni ora nemiche, quali Italia, Germania e Giappone.


Chi per un motivo, chi per un altro, molti sono i “nuovi nemici” in transito e in arrivo nella grande America; il governo statunitense non può permettere loro la libera circolazione – soprattutto in seguito all’entrata ufficiale in guerra - ed è quindi costretto a trovare più di un luogo adatto ad ospitare i nuovi prigionieri. Tra questi nel 1941 viene deputato Fort Missoula, nel Montana: il piccolo forte, costruito nel 1877 per arginare gli attacchi delle tribù indiane occidentali, in mezzo secolo aveva ospitato molti soldati che avevano combattuto diversi conflitti – soprattutto negli anni imperialisti; dal 1933 il Forte perde la sua vocazione militare per essere designato ad uso pubblico. Fort Missoula diventa infatti quartier generale della sezione Northwest Regional dei Civilian Conservation Corps - il programma di assistenza statale creato da Franklin Delano Roosevelt, nato per contrastare povertà e disoccupazione causate dalla Crisi del ’29 e inserito nel celebre pacchetto per il rilancio economico, il New Deal. I CCC affiliavano ragazzi molto giovani, disoccupati e celibi, fino ai 27/28 anni, che si trovavano in condizioni di forte rischio sociale. Ma questo aspetto assistenzialistico della struttura si perde nell’estate del 1941, quando Fort Missoula viene adibito ad ADC - Alien Detention Center (ovvero un campo di prigionia che ospitava esclusivamente non-militari). Numerosi sono i giapponesi (circa un migliaio) e anche i tedeschi nazionalisti ad esservi deportati, ma, la maggiore nazionalità presente nel campo sarà quella italiana: saranno 1.200 gli italiani internati.

Le due guerre che hanno sconvolto il mondo

Perché questa alta presenza? Nel 1941 moltissimi erano i lavoratori italiani partiti per gli U.S.A., in occasione dell’Esposizione Universale che si sarebbe dovuta tenere a Los Angeles - ma mai tenutasi a causa del conflitto mondiale. Inoltre un altro evento contribuì ad accrescere la presenza italiana nel campo: il Bel Paese era già coinvolto nel secondo conflitto mondiale e a dicembre 1941, con l’entrata in guerra degli Stati Uniti, questo fattore scatenò il sequestro del famoso transatlantico Conte Biancamano. La nave, che trasportava soprattutto civili italiani, fu sequestrata dalle autorità statunitensi nel porto panamense di Cristobal, deportando i passeggeri proprio a Fort Missoula. Questa alta concentrazione di italiani nel campo di prigionia creò non pochi problemi all’amministrazione. Nonostante la reclusione forzata, lo scontare una pena senza senso (che si traduceva nell’obbligo di lavorare nelle fattorie locali votate alla produzione dello zucchero) e le tensioni con i tedeschi e anche con l’altra ala del campo dominata dai giapponesi, gli “ospiti” italiani furono trattati abbastanza bene: erano liberi di scrivere e ricevere lettere, occasionalmente potevano anche recarsi in paese; inoltre le autorità del campo decisero di fornire loro il cibo a cui erano abituati e grazie ad un emporio locale gestito da emigrati italiani, sulle tavole arrivarono spaghetti, aglio e olio di oliva. Un piccolo gesto di solidarietà verso chi, di fatto, non aveva nessuna colpa, se non quella di avere il passaporto sbagliato.


Ma la tranquillità non durò a lungo nel campo: sin dai primi mesi di prigionia gli italiani si dimostrarono indisciplinati, soprattutto nella pulizia degli spazi e delle cucine adibiti al loro uso esclusivo; questo creò molte tensioni con l’esercito che non mancò di utilizzare la forza per ristabilire l’ordine. Il vero scontro con i militari statunitensi si ebbe a causa di una questione molto cara al popolo italiano: il cibo. Quando i cuochi italiani scoprirono che, per mancanza di rifornimenti, sarebbero stati costretti ad utilizzare la sugna al posto dell’amato olio di oliva scoppiò una vera e propria rivolta nel campo, nota come Olive Oil Riot: solo con l’utilizzo di gas lacrimogeni da parte della Polizia di frontiera si riuscì a placare l’insurrezione e a ristabilire l’ordine. Dopo il fatto gli italiani continuarono a far sentire il loro dissenso circa la vita condotta nel campo. Si alternarono richieste più che bizzarre, in molti casi anche infantili: per esempio se un prigioniero, anche di diversa nazionalità, riceveva un paio di scarpe nuove per evidente esigenza, immediatamente piovevano richieste di scarpe nuove da tutto il fronte italiano; oppure se un prigioniero diabetico riceveva una dieta specifica, improvvisamente molti italiani “diventavano” diabetici per ottenere lo stesso trattamento alimentare. Insomma, gli italiani erano insaziabili e incontentabili, ma queste richieste non erano altro che indice della sofferenza provata verso quella ingiusta detenzione che si estese fino alla resa italiana e al successivo passaggio al fronte alleato.



Nonostante gli attriti e i contrasti quotidiani, all’interno del campo non mancarono momenti collettivi di gioia e festa: molti dei prigionieri italiani erano cantanti, ballerini e performers in viaggio per quell’Esposizione Universale poi annullata e misero le loro capacità al servizio degli altri prigionieri e anche della cittadina di Missoula, allietando con opere, canti e danze, il tedio, lo strazio e la nostalgia per la propria patria. Nel 1944 tutto finalmente finì: il campo chiuse e anche agli ultimi detenuti italiani fu concesso di tornare a casa. Tuttavia, non tutti decisero di far ritorno in patria: gli Stati Uniti, tra i vincitori del secondo conflitto mondiale sarebbero ben presto diventati una superpotenza economica mondiale; quindi molti furono quelli che decisero di mettere radici tra quelle montagne verdeggianti del Montana.



Il Bella Vista – così era stato ribattezzato Fort Missoula per il suo splendido panorama dai primi italiani deportati– rimase nei cuori di tanti ex-detenuti, come Alfredo Cipolato, cameriere al Padiglione Italia all’Esposizione, fu arrestato e deportato a Missoula nel 1941 e vi rimase fino al 1943. Liberato dopo l’armistizio, sposò Ann Orazi, italo-americana di Missoula, con cui ebbe una nutrita discendenza. Morto a 95 anni, Cipolato e la moglie, con il loro ristorante, sono divenuti un pilastro della piccola, ma folta comunità italiana di Missuola.

Ai nostri lettori consigliamo la visione di questo breve documentario andato in onda sulla PBS reperibile a questo URL An Alien Place - The Fort Missoula Detention Camp 1941-1944


Simona Amadori

Fonti:

Tate Jones, Fort Missoula, Arcadia Publishing, Charleston, 2013

Lt. Col. George A. Larson, USAF, Montana During World War 2, Merriam Press, Hoosick Falls, 2020

Van Valkenburg, Carol Bulger, "Alien place| The Fort Missoula, Montana, detention camp, 1941-1944", Graduate Student Theses, Dissertations, & Professional Papers, University of Montana, Missoula, 1988