Fact Checking History

La storia dimenticata di Benazir Bhutto

Se dovessimo analizzare la parola coraggio nel seno del suo significato si aprirebbe nelle nostre coscienze lo scrigno della sua latina essenza: Cor Habeo, avere cuore. Un cuore palpitante, che vorremmo raccontare dal punto di vista delle scelte che hanno fatto storia è quello della leader politica pakistana Benazir Bhutto.


Benazir era la figlia primogenita del primo ministro pakistano Zulfiqar Ali Bhutto, un uomo la cui laicità aveva permesso di aprire nuovi sbocchi dal punto di vista ideologico ad una popolazione assetata di pace. Tuttavia, in un focolaio di forze spesso assecondate da idee fuorvianti la condizione della famiglia Bhutto diventerà presto precaria. Benazir, in quanto figlia del primo ministro, si ritroverà nella posizione frustrante della  mite spettatrice delle atrocità perpetrate dall'esercito a scapito dell’ infelice destino del Pakistan.

Un golpe che implicò la deposizione nonché l’esecuzione del primo ministro Alì Bhutto per volere del generale Muhammad Zia-ul-Haq. Evento questo ultimo che non può che essere un granello di sabbia nella storia di una terra afflitta dalla problematica definizione di questioni strettamente connesse alla fede. Da un lato l’induismo, dall'altro l'islam, e nel mezzo una cultura indiana che rende uniti di sangue persone scisse solo da un’idea. Una scissione che pone le sue radici il 14 agosto 1947 per mano di Mohammad Ali Jinnah influenzato dal modello statuale di Atatürk.

Una data che permise al  popolo indiano musulmano di potere esprimere la propria identità confessionale in uno stato fondato sull'identità religiosa, che in seguito ha implicato deportazioni e massacri che nel futuro indurranno ad una ulteriore scissione del Pakistan, rispettivamente in quello occidentale e in quello orientale.


In questo crogiolo di sconfinata confusione si inserisce l’ascesa al potere di Benazir, figlia di un uomo che dal 1973 fino al 1977 ha rappresentato una speranza per il popolo Pakistano rimasto fedele ad una sfocata idea di laicità ben presto soffocata da un’onda di divisionismo che trascina con sé un pericoloso radicalismo religioso. Si giunse così al colpo di stato da parte di Zia-ul-Haq il quale non perse tempo ad infrangere il volere del popolo destituendo il presidente eletto democraticamente. Benazir fu sottoposta agli arresti domiciliari dal dittatore entrante, una donna colta erede dell’impegno politico di un padre che ha pagato con la vita il sogno di vedere il realizzarsi di una democrazia pacifica nel suo paese.

Laicità che rimanda al futuro programma politico della democratica Benazir la quale nel 1988, a seguito della morte del generale Muhammad Zia-ul-Haq, si insediò al potere con regolari e democratiche elezioni facendo di se stessa la più giovane donna primo ministro della storia.

Era sciita in un paese in maggioranza sunnita portatrice di un progetto politico che andrà a coinvolgere le esigenze di tutti, un pensiero politico comunitario accolto dalla popolazione tutta. Un frangente storico evocativo nel quale la popolazione mutò in popolo, unita com'era dal pensiero politico, per la prima volta non settario, di una donna che si rivolge ad una comunità mista. Un programma politico che troverà punti di snodo importanti e che allo stesso tempo imporrà il peso delle differenze. Possiamo dire che l’operato di Benazir Bhutto sia del tutto limpido? Possiamo affermare che il suo lavoro non sia comunque avvolto da ombre?


Purtroppo no! Ebbe mandato politico per due volte dal 1988 al 1990, destituita  per corruzione tal sì che il Partito Popolare Pakistano perse le sue elezioni nell’ottobre dello stesso anno, una sconfitta che non oscurò la sua personalità politica così fino al 1993 fu a capo dell'opposizione al governo di Nawaz Sharif, leader della Lega Musulmana del Pakistan (N) fino a quando nuove consultazioni non implicarono la vittoria del suo partito che la vide premier. Il suo mandato durò solo tre anni, tant'è che nel 1996 fu destituita nuovamente per corruzione estendendo tale accusa al marito Asif Ali Zardari. Dopo questa data non poté ricandidarsi essendo escluso il terzo mandato dalla costituzione, elemento questo che fu modificato in seguito dal presidente Pervez Musharraf. Trascorse otto anni in esilio volontario tra Dubai e Londra, tempo utile a rinfrancare il suo spirito battagliero di fronte al naufragio politico del suo paese.

Il ritorno in patria il 18 ottobre 2007 al fine di prepararsi alle elezioni che si sarebbero tenute nel 2008, segnò per lei una condanna dettata proprio da quello spirito civico che la indusse ad afferrare nuovamente il destino del suo popolo per riportarlo sulle sponde della democrazia e della laicità. Un ritorno che non ebbe come benvenuto soltanto le braccia avvolgenti di chi brama libertà ma anche le mani furenti di assassini i quali, quello stesso 18 a Karachi compirono un attentato che causò 138 vittime e 800 feriti. Un segnale questo inequivocabile il quale, pur provocando tensione e timore per la sua vita, non ritrasse il suo coraggio, quello stesso che sfoggiò poco tempo dopo - di preciso il 2 novembre 2007 - durante un'intervista rilasciata a Sir David Frost, uno dei più famosi giornalisti della BBC, trasmessa da un programma di approfondimento di Al Jazeera English, durante la quale Benazir ragguagliò i telespettatori circa la lettera che aveva spedito alla corte di Pervez Musharraf prima di ritornare in Pakistan.

Un documento nel quale elencò i nemici indicati al presidente e tra questi citò un ufficiale dei servizi segreti pakistani che secondo lei aveva avuto rapporti con Omar Sheikh, ossia colui che, disse la Bhutto, "ha assassinato Osama bin Laden". Frost non sembrò cogliere la sensazionale rivelazione circa l'avvenuto omicidio di Bin Laden e proseguì l'intervista lasciando cadere la questione, un lapsus, quest'ultimo che fu trattato in quanto tale proprio dalla stessa Bhutto.

Giungiamo dunque all'epilogo di questa vita, un epilogo che la vede sfoggiare al mondo un  nugolo di pensieri accorati alla sua gente pochi minuti prima di andare incontro alla morte. Ed è proprio a quell'ultimo discorso che vogliamo condurvi, cari lettori.



La voce rotta, e il coraggio di lottare ancora per  un popolo ormai allo stremo delle forze, quel grido di speranza conferì nelle coscienze dei suoi futuri elettori il 27 dicembre del 2007 durante un affollato comizio a Rawalpindi, a circa 30 km dalla capitale Islamabad, poco dopo un attacco suicida la condurrà alla morte.

La morte bussò alla porta allorquando era intenta a salutare la sua gente dal tettuccio della sua Toyota, prima gli spari perpetrati per mano di un poliziotto poi un kamikaze che detonò una bomba. Spirò in ospedale travolta dallo sconforto di un sipario che si abbassa e dalle fallaci dichiarazioni di cordoglio e condanna da parte del presidente Musharraf, accusato e poi condannato proprio per la morte di Benazir nel 2017.


Una donna scomoda, la cui carriera politica di certo ha attraversato luci e ombre, quelle stesse appartenenti a qualsivoglia paese civilizzato e laico governato da esseri umani, apparentemente tutori della legge e allo stesso tempo convinti di porsi al di sopra della stessa.

Non è dunque nostro interesse sottoporre al nostro giudizio la vita politica di questa donna, piuttosto è bene tenere in considerazione quel suo coraggio di rappresentare un'alternativa di elevata importanza per il Pakistan e per la sua convulsa situazione politica.


“L'estremismo può prosperare solo in un ambiente in cui la responsabilità sociale di base del governo verso il benessere del popolo è trascurata. Dittatura politica e impotenza sociale creano la disperazione che alimenta l'estremismo religioso.”

Benazir Bhutto


Di: Anna Di Fresco

Fonti:
B. Bhutto, Riconciliazione. L'Islam, la democrazia, l'Occidente - Edizioni Bompiani, 13 febbraio 2008