Fact Checking History

Violet Gibson: la donna che attentò alla vita del Duce

Durante il ventennio fascista, il Duce acquisì sempre più l’immagine di un uomo perfetto: amato e desiderato dalle donne e modello a cui ispirarsi per gli uomini. Benito Mussolini è rappresentato dall’iconografia fascista come un uomo forte, robusto, invincibile, capace di guidare una Italia desiderosa di riscatto, dopo la Prima Guerra Mondiale. Questa immagine di governante imbattibile viene alimentata, nel corso del Ventennio, anche da una serie di scampati attentati alla vita del Duce, poi prontamente strumentalizzati dal regime per creare quell’alone di vigore, prestanza e virilità attorno alla sua figura. Tra gli attentatori di Mussolini troviamo anche una donna, Violet Gibson, le cui vicende valgono la pena di essere ricordate. Fu infatti l’unica donna a tentare l’uccisione del Duce e, come si intuisce dal suo nome e dal suo cognome, era di origine straniera. Precisamente, Violet Albina Gibson proveniva da una famiglia aristocratica irlandese, figlia di Lord Edward Ashbourne, ex cancelliere della Corona britannica.


Nata il 31 agosto 1876 a Dublino, la donna ebbe una vita semplificata dalla ricchezza e dal rango, ma questo non le impedì di essere engagée. Assidua frequentatrice di salotti e intellettuali, purtroppo Gibson iniziò a soffrire precocemente di alcuni squilibri mentali che, a inizio Novecento, venivano tipicamente “curati” con la reclusione in istituti in cui si tentava un forzoso e macabro recupero – poi sempre alquanto blando ˗ per un reinserimento nella società. Nel 1926 Gibson si trovava nella Città Eterna, casa ormai da quattro anni del nuovo governo fascista guidato da Mussolini. Il 7 aprile dello stesso anno i destini di Gibson e del Duce si incrociano brutalmente. Quest’ultimo, di ritorno dall’inaugurazione del Congresso internazionale di chirurgia, tenutasi al Palazzo dei Conservatori in Campidoglio, mentre attraversava l’omonima piazza, scendendo una scalinata, si imbatté in una donna sulla sessantina vestita completamente di nero.

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Una frazione di secondo e l’anziana signora estrasse una pistola, puntandola direttamente alla testa di Mussolini. La fortuna volle che in quel momento di passaggio era presente in piazza Campidoglio una moltitudine accorsa per acclamarlo, e il Duce, come di consueto, alzò il braccio per salutare la folla col tipico saluto romano. Questa mossa gli permise di proteggere il capo esposto, ma il colpo di pistola partito dalle mani di Gibson lo colpi comunque, anche se solo di striscio, sul naso. Gibson tentò un secondo attacco, ma la pistola si inceppò. Ad avventarsi sulla donna, nel tentativo di placcarla, fu un’altra signora, Nicoletta Fortezza di Ruvo di Puglia che la afferrò con tutte le sue forze per i capelli: intervennero poi ad immobilizzarla e a disarmarla il capitano Grassini dei Reali Carabinieri e l’agente Bazan. Mussolini era salvo, ma grondante di sangue, sorretto e protetto dal questore Perilli, al suo fianco in quanto nuovo responsabile della sicurezza del capo di governo.


Arrestata e identificata, l’irlandese subì un processo sommario: sin dal principio la stampa italiana allineata sollevò numerosi dubbi sulla possibile presenza di un complotto internazionale contro Mussolini. Tuttavia, il caso venne fatto cadere nel dimenticatoio: troppi interessi legati alla politica estera potevano essere messi a repentaglio da un processo in piena regola contro una cittadina britannica. In quel momento storico era più che necessario non stuzzicare le grandi potenze europee, in primo luogo il Regno Unito. Inoltre, la Gran Bretagna stessa capì che era opportuno soffocare le polemiche e le eventuali oscure controversie nel più breve tempo possibile. Quale soluzione migliore, soprattutto in questi anni in cui la scienza è asservita alla politica, se non sfruttare la tesi della pazzia, spiegazione ufficiale per ogni disturbo psichiatrico? Così fecero Italia e Regno Unito: Gibson venne additata come una pazza, una squilibrata, una psicopatica, una alienata e una zitella per cui non valeva la pena incrinare precari equilibri geo-politici, già in forte discussione. Il caso fu chiuso velocemente, e altrettanto velocemente finito nel dimenticatoio. I dubbi sono ancora tanti riguardo la vicenda e le domande, quali, dove si procurò la pistola Gibson? Perché sapeva sparare? Perché ha sparato? Aveva complici? Sono tutte domande che rimarranno ancora a lungo un mistero. Quel che è certo è che, da questa vicenda, Mussolini approfittò degli attentati per consolidare la sua dittatura, impregnata di quel senso di invincibilità che aleggerà pressante sulle teste degli italiani fino alla sconfitta definitiva. Infatti, questo ennesimo attentato alla vita di Mussolini provocò un forte sconcerto tra numerosi italiani che, desiderosi di mostrare la loro vicinanza all’amato capo di governo, lo inonderanno di lettere. Una in particolare segnerà la vita seguente di Mussolini, anche dal punto di vista sentimentale.


Ritrovata per caso dal giornalista e storico Arrigo Petacco, la lettera è scritta da una giovanissima quattordicenne romana e riporta una stima senza precedenti nei confronti del loro Duce:

«Duce. Per la seconda volta, hanno vigliaccamente attentato alla Tua sacra persona. Una donna! Quale ignominia, quale viltà, quale obbrobrio! Ma è straniera e tanto basta! Duce amato, perché hanno tentato un’altra volta di toglierti al nostro forte e sicuro amore? Duce, mio grandissimo Duce, nostra vita, nostra speranza, nostra gloria, come vi può essere un’anima così empia che attenti ai fulgidi destini della nostra bella Italia? O, Duce, perché non vi ero? Perché non ho potuto strangolare quella donna assassina, che ha ferito te, divino essere? Perché non ho potuto toglierla per sempre dalla terra Italiana, che è stata macchiata dal tuo puro sangue, dal tuo grande, buono sincero sangue romagnolo! Duce, io voglio ripeterti come l’altra tristissima volta, che ardentemente desidererei di posare la testa sul Tuo petto per udire ancor vivi i palpiti del Tuo cuore grande. Queste dolorose e memorabili date rimarranno impresse nel mio cuore: 4 novembre 1925, 7 novembre 1926. O Duce, Tu che sei l’uomo del nostro avvenire, che sei l’uomo amato sempre con crescente fervore e passione dal popolo italiano e da chi non desidera la sua decadenza non devi mancarci mai. Quando ho appreso la triste notizia, ho creduto di morire perché Ti amo profondamente come una piccola Fascista della prima ora. Duce, quanto avrà sofferto il tuo cuore buono e sensibile nell’accorgersi che una mano straniera ha tentato di spezzare la Tua Santa opera rigeneratrice e potente. Amatissimo Duce, fedeltà immortale Ti hanno giurato di nuovo tutte le tue Camicie Nere, e io, piccola, ma ardita fascista, col mio motto preferito comprendo tutto l’amore che il mio cuore giovanile sente per te: “Duce, la mia vita, è per Te! il Duce è salvo! W il Duce!»
Chi scrive è Clarice Petacci, detta Clara, futura amante di Benito Mussolini che resterà al suo fianco fino alla fine, condividendo con egli una tragica morte.




Simona Amadori


Fonti:

Arrigo Petacco, L’uomo della provvidenza: Mussolini, ascesa e caduta di un mito, Arnoldo Mondadori, Milano, 2004
Arrigo Petacco, L’archivio segreto di Mussolini, UTET, Milano, 2019
(a cura di) Gianfranco de Turris, Esoterismo e fascismo, Edizioni Mediterranee, Roma, 2006
Romano Mussolini, Il Duce, mio padre, BUR Rizzoli, Milano, 2005