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I significati nascosti delle fiabe di Hans Christian Andersen

Questo articolo si impone il compito di andare ad indagare riguardo i significati nascosti delle fiabe, prendendo come spunto i lavori dei fratelli Grimm e di Andersen.


Fotografia di Hans Christian Andersen, ottobre 1869

Hans Christian Andersen (Odense, 2 aprile 1805 - Copenaghen, 4 agosto 1875) fu uno dei grandi autori di fiabe dell'Ottocento; egli riutilizzò in modo originale il grande patrimonio delle fiabe nordiche, infondendo in esso un caratteristico spirito cristiano e un profondo sentimento religioso e un'amara conoscenza della vita. Figlio di un calzolaio appassionato di letteratura e di musica, Hans crebbe in condizioni di difficile miseria ed emarginazione sociale: costretto con la famiglia a vivere nella casa della nonna materna a causa della povertà, era imparentato con una zia che gestiva un bordello e con un zio affetto da conclamati disturbi mentali  ̶  il giovane Andersen temette per tutta la vita di aver ereditato la malattia  ̶ . Delle sue opere il suddetto articolo affronterà una delle più conosciute e romanticamente modificate nel corso del tempo: la Sirenetta.

La Sirenetta


Statua della Sirenetta, Copenaghen.

La sirena lo baciò sulla bella fronte alta e carezzò indietro i capelli bagnati; le sembrò che assomigliasse alla statua di marmo che aveva nel suo giardinetto, lo baciò di nuovo e desiderò con forza che continuasse a vivere.
 Racconto originale di Anderson.
Trama
La fiaba della Sirenetta riguarda la storia dell’omonima creatura acquatica, principessa del regno del Mare, a cui era concesso di visitare la superficie del mare una volta compiuti i quindici anni.  Giunta l’età ella sale a galla, si innamora di un principe al comando di una nave che poi affonda per una tempesta. Lo salva dai flutti e lo porta a riva. Tormentata dal desiderio di diventare umana per stare accanto a lui e acquisire un’anima immortale  ̶  non concessa alla sua specie, destinata a vivere fino a trecento anni ma condannata con la morte a trasformarsi in spuma di mare  ̶  si fa preparare dalla Strega del Mare una pozione per avere gambe anziché coda e in cambio rinuncia alla propria voce, facendosi tagliare la lingua, e accetta la condizione che ogni passo sulla terra sarà per lei come camminare sulla lama di un coltello. Solo se conquisterà l’amore del principe potrà avere un’anima immortale, altrimenti si dissolverà in schiuma. Seppure accolta alla corte del principe, è da lui considerata una sorella minore: il principe sceglie di sposare la principessa che lo ha ritrovato sulla spiaggia il giorno del naufragio, credendola la sua salvatrice. Le sorelle della Sirenetta allora vengono in suo aiuto con un pugnale magico, ottenuto dopo aver rinunciato alla propria fluente chioma, il quale dovrà essere usato dalla protagonista per uccidere il principe, bagnarsi in seguito i piedi nel di lui sangue per tornare a essere sirena, ma lei rifiuta preferendo morire e si dissolve in schiuma. Quest’ultima evapora e si tramuta in brezza, figlia dell’aria, forma nella quale le è permesso piangere.

Significato
Due sono i fattori principali che vanno tenuti in considerazione per capire una fiaba così ampiamente rappresentata e rivisitata: la profonda cristianità di Andersen e la leggenda da cui la figura della sirena come la conosciamo oggi attinge, quella germanica dell’ondina, creatura acquatica che, nella sua evoluzione, è arrivata ad essere rappresentata con la ben nota coda di pesce. L’ondina – e, di conseguenza, anche la giovane Sirenetta di Andersen – non ha un’anima: può acquisirne una soltanto sposando un essere umano. Tutte cose che vengono spiegate alla Sirenetta molto prima dell’incontro con il Principe. In questa scoperta risiede il vero principio del suo percorso spirituale: resta così turbata dal suo triste destino, “diventare spuma di mare” e dissolversi con tutti i suoi ricordi, che sembra quasi che la spinta ossessiva che da quel momento la porti a una perenne nostalgia romantica della terra sia, più che altro, una conseguenza di questa paura della dissoluzione; è chiaro che c’è una retorica cristiana dell’elevazione al cielo e a Dio, una sorta di “conversione” che dia accesso alla vita eterna.
Inoltre Andersen era omosessuale e non si sposò mai: l’unica, timida proposta di matrimonio che fece a una donna fu rifiutata. Dai suoi diari giovanili emerge un fermo rifiuto del contatto sessuale, una vera e propria dichiarazione di celibato. E poi scrive all’amico Edvard Collin: “Ti desidero come se tu fossi una splendida fanciulla della Calabria”, e ancora: “I miei sentimenti nei tuoi confronti sono quelli di una donna. La femminilità della mia natura e della nostra amicizia, come i Misteri, non deve essere interpretata”. La corrispondenza epistolare che conferma la tesi è fitta, soprattutto quella con il suo ultimo amante, il Granduca ereditario di Weimar. Siamo più o meno nel 1836: Collin decide di sposare una donna. Qualche mese dopo, esce la raccolta di fiabe Eventyr, fortalte for Børn III, che contiene proprio La Sirenetta.
Ecco, allora, che il quadro si fa più chiaro. Andersen è la Sirenetta, e la Sirenetta è il suo nucleo più profondo, la donna che ha perso il suo principe per un’altra. Nella lingua tagliata, nella perdita della voce, sta tutta la frustrazione di non potersi esprimere liberamente: l’amore della Sirenetta è il più puro e sincero, è lei la vera salvatrice del Principe, ma non può dirlo, perché non può più proferire verbo. E forse, nella crescita di due gambe e di una forma totalmente e intimamente umana, si cela un desiderio ben più recondito e primitivo destinato a rimanere frustrato. La Sirenetta è una fiaba di impotenza e dolore, che esprime la tragicità dell’amore impossibile. Un gioco drammatico che emerge anche più chiaramente nella struggente fiaba L’uomo di neve: l’irrealizzabilità dei legami è sublimata nel pupazzo di neve innamorato della stufa, che si scioglie con l’arrivo della primavera e scopre, con immensa malinconia, che per tutto quel tempo una parte di lei – un tubo passante per il giardino – è sempre stata accanto a lui.

Il brutto anatroccolo

[…]Mise la testa sotto le ali, quasi vergognoso di tanti complimenti e tanta fortuna: lui che era stato per tanto tempo un brutto anatroccolo era finalmente felice e ammirato.[…] Racconto di Andersen

Trama
La storia del brutto anatroccolo, piccolo cigno nato per errore in una comunità di anatre, allontanato dalla propria famiglia e costretto a vagare in altri luoghi, fino a ritrovarsi casualmente con i propri simili, scoprendosi rinato, è una fiaba capace di evocare significati profondi. Nella rilettura di Clarissa Pinkola Estés (scrittrice e psicoanalista statunitense) lo sfortunato protagonista diviene simbolo delle sofferenze legate alla costruzione di una sana immagine di sé.
La fiaba sia apre riportando che l’uovo del brutto anatroccolo si rompe per ultimo, e questo già indica che colui che nasce è in una posizione svantaggiata rispetto agli altri, ovvero in una posizione inferiore rispetto agli altri fratelli. Si sente tagliato fuori già alla nascita e lasciato in disparte. Desidera diventare come gli altri, ma non può riuscirci completamente. L’anatroccolo non solo è circondato dalla solitudine, ma ha anche un rapporto con la morte molto più stretto degli altri. Rischia cioè di finire tragicamente. Ma la lotta per la sopravvivenza, prima, e per la trasformazione, poi, è quasi un percorso iniziatico che porta la personalità alla piena maturazione attraverso lotte e prove.
Il brutto anatroccolo è destinato a pagare duramente per la sua diversità subendo umiliazioni e l’esilio dalla comunità natìa. La stessa madre, che inizialmente tenta di proteggerlo, finirà per allontanarlo. Nel suo peregrinare alla ricerca di qualcuno che lo accolga egli cercherà riparo presso esseri umani, altri animali e altri luoghi: ogni volta, i suoi sforzi si tradurranno in dolorosi fallimenti. Viaggerà a lungo, rischiando più volte di morire, fino a ritrovarsi, per caso, accolto con affetto dai suoi simili, i maestosi cigni.

Significati
I significati che possono emergere dalla fiaba sono molteplici. Quello principale è certamente l’esilio della diversità: è la storia di una diversità sofferta, sulla quale pesano come macigni colpe in realtà imputabili all’esterno. Questa fiaba contiene una verità basilare per lo sviluppo umano, una delle rare storie che “incoraggiarono successive generazioni di outsiders a non darsi per vinte”. (Pinkola Estés, 1993). E’ impossibile non notare l’assonanza tra le dolorose vicende dell’autore (i disagi familiari, la sessualità inespressa, il disperato bisogno di affetto) e il racconto fantastico che egli stesso propone: quello di una creatura magnifica destinata a trovarsi per crudele scherzo del destino in un mondo che non la comprende, bensì la condanna e che alla fine troverà, dopo innumerevoli patimenti, la propria dimensione dove essere felice e trovarsi in pace con se stesso.
Altro aspetto estremamente significativo è la complessità della figura materna. Una madre che dapprima prova a difendere il suo piccolo dagli attacchi, ma finisce per adattarsi al volere del branco. Siamo quindi di fronte ad una genitrice psichicamente divisa, ambivalente: da un lato il desiderio di proteggere suo figlio, dall’altro la spinta all’autoconservazione. Nelle culture punitive non è una situazione inusuale per una donna. Si tratti di un figlio reale o simbolico (l’arte, la creatività, gli ideali politici, l’amore) sono tante le donne morte psichicamente e spiritualmente nel tentativo di proteggere il “figlio non autorizzato” dalla società. Talvolta sono state addirittura bruciate, assassinate o impiccate, come punizione per aver sfidato le regole sociali e per aver protetto o occultato la loro “creatura socialmente inaccettabile”. L’ anatroccolo è un “orfano di madre”: privo degli adeguati insegnamenti materni, procederà nella sua vita per prove ed errori. Emerge ora un Andersen abbandonato, un fanciullo lasciato a sé stesso, incompreso e indifeso, che con tutte le proprie forze e senza che nessuno glielo abbia insegnato, tenta di vivere se stesso nel migliore dei modi possibili.
Ci colleghiamo quindi a un altro aspetto tipico dell’autore nordico, il quale si dichiara a un uomo che non può ricambiarlo: la costante ricerca di amore nei posti sbagliati. Un comportamento che porta il brutto anatroccolo a rischiare più volte la propria vita, per il semplice fatto di “bussare alle porte sbagliate”. Del resto, “è difficile immaginare come una persona possa riconoscere la porta giusta, se non ne ha ancora mai trovata una” (Pinkola Estés). Tale straziante ricerca di amore, a volte ripetuta in modo ostinato ed inconsapevole senza successo, talvolta comporta l’acuirsi della ferita originaria, anziché lenirla.
L’anatroccolo vaga, rischia la morte, non permane nella comunità a lui ostile, né si accontenta: decide di cercare. Qualcosa in lui riesce a temprarsi durante quell’esilio che, sebbene imposto e fortemente doloroso, permetterà all’anatroccolo di riscoprirsi, alla fine, più forte e addirittura molto più bello. A quest’ultimo aspetto si collega naturalmente quello che appare il nucleo vitale della fiaba, la scoperta dello stato di grazia dell’appartenenza: l’approdo finale dell’anatroccolo nella sua comunità naturale sembra rinvigorire tutto il suo essere, colmandolo di nuove energie e di slancio vitale, in una sorta di “riappropriazione del sé” che pone l’animo in una condizione di rinascita, di gioia e di vitalità.
Dalla Grecia antica alla Siberia, passando per l’Asia Minore, così come per i popoli slavi e germanici, un vasto insieme di miti, tradizioni e poemi celebra il cigno, uccello immacolato il cui candore, la cui energia e grazia, ne fanno una epifania vivente della luce. È l’uccello di luce, dalla bellezza abbagliante e immacolata. Esso incarna la luce maschile, solare e fecondatrice. È compagno d’Apollo, dio della musica, della poesia e della divinazione. Nel mito di Leda, Zeus si trasforma in cigno per avvicinarsi alla fanciulla. Secondo Jung esso è la manifestazione mitica dell’isomorfismo etimologico della luce e della parola. Per i Celti, è una creatura celeste. In Estremo Oriente questo volatile è un simbolo di purezza, di bellezza, d’eleganza, di nobiltà e di coraggio. È immagine anche della musica e del canto (vedi Apollo in Grecia). È cavalcato dal Dio Brahma, emblema dell’elevazione dal mondo materiale al cielo, della conoscenza pura. Indica anche l’Atma o Sé, lo Spirito Universale. Punti chiave nella fiaba sono il momento in cui l’anatroccolo vede i cigni e, di colpo, sente che vorrebbe essere come loro, c’è un riconoscimento ancora inconscio di sé; e il momento in cui, avendo toccato letteralmente e metaforicamente il fondo del lago e deciso che era meglio essere ucciso dai cigni che si erano posati sulla superficie dell'acqua piuttosto che continuare a vivere in quel modo, si avvicina coraggiosamente a questi ultimi. È questa una fase che potremmo anche definire di accettazione consapevole del suo essere: è pronto per la trasformazione e, quindi, si accorge di essere egli stesso un cigno. A questo punto l’anatroccolo non solo viene accettato dal gruppo, ma addirittura ne viene considerato parte e ammirato per ciò che è. Solo dopo aver compiuto il processo d’individuazione l’individuo trova i suoi simili, diviene membro di un gruppo di cui fa parte a pieno titolo. I grandi racconti mitici e fiabeschi che sono giunti fino a noi non riflettono le tematiche di un particolare autore – che comunque resta sconosciuto, essendo fiabe e miti il prodotto dell’elaborazione di molte generazioni – bensì quelle più generali che interessano tutta l’umanità.

Ed ecco, quindi, che si svela la speranza di Andersen, comune a tutti i suoi racconti: alla fine sarete voi stessi e starete bene. Lo stesso titolo dell’opera può suggerirci molto riguardo all’interpretazione della fiaba: l’anatroccolo in primo luogo non è un anatroccolo, ma un cigno, qualcosa di assai superiore ma inconsapevole del proprio valore, non ancora fiorito, e in secondo luogo è brutto. E’ un aggettivo tristissimo con cui descrivere qualcuno, eppure Andersen, usandolo sul personaggio della sua creazione, lo sfrutta per descrivere se stesso: egli è brutto, non esteticamente o umanamente, ma nell’accezione che lo vede come incompreso, un uomo che non si è mai sentito a casa, accolto, che non si è mai sentito amato come aveva bisogno, che non si è mai sentito felice. Ed è questo trovarsi esiliato, tremendamente solo e infelice che imbruttisce. Ciononostante Andersen avrebbe potuto, come Leopardi, porre fine alle proprie sofferenze. Ma non lo fa: trova un’occasione di catarsi ed ascesi che gli permette di affrontare con estremo coraggio e dignità, con profondità intellettiva e consapevolezza, donando una speranza ad altri, tutto ciò che lo circonda. Ecco perché alla fine, tramite questo percorso di fuga, di lotte, di dispersione, che altro non è che un percorso di sviluppo esistenziale e psicologico, l’anatroccolo sboccia e diventa un bellissimo cigno. Scopre se stesso attraverso l’esegesi di un’esistenza che lo ha afflitto. L’anatroccolo è vivo e sta bene, è vivo attraverso il dolore: Andersen è vivo perché non smette, nonostante il dolore, di essere, di pensare, di amare se stesso e gli altri attraverso le sue fiabe. Andersen è vivo e, io me lo auguro, che abbia trovato il suo riscatto e la sua rinascita.

Conclusione
Le fiabe di Andersen sono forse meno cruente delle fiabe dei fratelli Grimm, pur contenendo elementi decisamente crudi – non in ultimo la morte –. Esse nascono dalla pura potenza immaginifica dell’autore, arricchita da elementi mitologici già esistenti, mentre le fiabe dei famosi linguisti tedeschi, seppur modificate, derivano da un atavico tramandamento verbale.
Entrambi i tipi di opere, come vuole la tradizione, tramettono importanti insegnamenti. I racconti dello scrittore danese, attingendo alla sua personale vicenda umana, trasmettono una più profonda tristezza e una malinconia dolceamara, ammorbidita da un messaggio cristiano di speranza. I protagonisti delle sue fiabe devono far fronte alle proprie differenze personali, come nel caso del soldatino di stagno senza una gamba  ̶  di cui è privo perché, disgraziatamente, il metallo da fondere non era sufficiente a completarlo  ̶ , o la vicenda tragica della piccola fiammiferaia congelata la notte di Capodanno. I personaggi di questi racconti vivono una vita infelice e sono destinati a più alte e felici aspirazioni solo dopo la morte, raggiungendo la gioia attraverso la sofferenza. Le fiabe di Andersen suggeriscono che per gli emarginati non è previsto di fuggire da una realtà ingiusta, ma che attraverso la bontà d’animo essi potranno riscattarsi, proprio come aveva fatto lui stesso tramite la fantasia e la scrittura fin da bambino.

Di: Dott.ssa Eleonora Brozzoni

Fonti:
https://www.andersenstories.com/it/andersen_fiabe/la_sirenetta
http://www.softrevolutionzine.org/2014/sirenetta-omosessualita-hans-christian-andersen/
http://www.vitapensata.eu/2010/09/01/spiritualita-ne-la-sirenetta/
http://www.psicosintesi.it/sites/default/files/rivista_005_il%20brutto%20anatroccolo.pdf
https://www.stateofmind.it/2017/06/il-brutto-anatroccolo-significato/
http://www.lefiabe.com/Andersen/ilBruttoAnatroccolo.htm