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Le torbide avventure dei Romanov e Rasputin

Lo zar Nicola II Romanov, detto “Nicola il pacifico”, nato il 18 maggio 1868, è stato l’ultimo imperatore di Russia. Di indole calma e riservata, moderatamente colto, non aveva ereditato il forte carattere del predecessore, il padre Alessandro III, reo di aver annullato molte delle riforme progressiste precedenti che avevano eliminato la servitù della gleba. All’età di sedici anni incontra quella che diventerà successivamente sua moglie con il nome di Aleksandra Fedorovna Romanova, la principessa Alice d’Assia e del Reno, sesta figlia del granduca Luigi IV d’Assia-Darmstadt e della principessa Alice di Gran Bretagna, e pertanto nipote della Regina Vittoria. La prospettiva di un matrimonio con la principessa tedesca contraria sia la zarina che lo zar; quest’ultimo approverà il fidanzamento solo nel 1893, sul letto di morte. “Una sposa arrivata a seguito di una bara”, aveva sentenziato il popolo, che mai si affezionerà alla zarina. Pochi giorni dopo le nozze, un avvenimento nefasto: un migliaio di persone tra le più povere rimangono schiacciate nella calca nel tentativo di ricevere i doni che tradizionalmente venivano distribuiti alla popolazione in occasione del matrimonio reale. Il primo di una serie di tragici eventi che colpirà l’ultima famiglia degli zar di Russia, una Russia che, fino ad allora, grazie a Pietro il Grande, si era aperta all’occidente.

Nicola II e la consorte concepiscono cinque figli: Ol’ga (1895-1918), Tat’jana (1897-1918), Marija (1899-1918), Anastasija (1901-1918) e lo zarevic Aleksej (1904-1918). L’erede al trono nasce dopo dieci anni di nozze, motivo ulteriore di rammarico del popolo verso Aleksandra. I figli dello zar crescono circondati da un alone di protezione e, per volere materno, lontani dal frivolo mondo aristocratico: avevano camere da letto in comune, dotate di brandine da campo  ̶  retaggio dell’educazione militare paterna  ̶  e arredate frugalmente; a ciascun figlio erano concessi due rubli la settimana per le spese personali.

La famiglia Romanov

La zarina Aleksandra, affettuosamente chiamata Alix dal marito, era portatrice sana, come la nonna Vittoria, di emofilia, malattia che trasmise ad Aleksej e che verrà annunciata pubblicamente solo nel 1912. Disperata per la salute cagionevole del figlio, il quale spesso soffriva di crisi potenzialmente fatali, la zarina rafforzò la propria già fervente fede, fino alle soglie della superstizione e si affidò senza remore a santoni che promettevano di curare il bambino, essendo i rimedi proposti dai medici russi fallimentari, in quanto all’epoca non era conosciuta una cura efficace. Uno di questi mistici era un uomo siberiano destinato ad entrare a far parte della storia e della leggenda della famiglia Romanov: Grigorij Efimovic Rasputin.

Grigory Yefimovich Rasputin

Egli era nato nel 1869 in un villaggio della Siberia sudoccidentale; avvicinatosi alla fede iniziò a pellegrinare e ad essere conosciuto, alternando la sua attività religiosa alla cura della famiglia (era infatti sposato ed ebbe sette figli). In una Russia come quella dei Romanov a inizio secolo erano radicate credenze religiose che si opponevano e che erano ostracizzate dal culto ortodosso dominante, diffusi erano guru e santoni, le cui figure andavano ad arricchire il quadro generale di una società già complessa, in cui convivevano etnie e lingue differenti. Tuttavia Rasputin riuscì a farsi conoscere prima pellegrinando e vivendo di elemosina, acquisendo in seguito popolarità e giungendo a San Pietroburgo, arrivando infine ad essere conosciuto alla corte imperiale. A lui si riconobbe il merito di saper calmare le forti crisi del piccolo Aleksej, probabilmente, si ipotizza oggi, sospendendo l’assunzione di aspirina. Nicola e la famiglia di origine di lui erano fortemente contrari alla permanenza del contadino travestito da monaco a corte, tuttavia lo zar non ebbe il coraggio di cacciarlo per evitare ripercussioni sulla salute del proprio unico erede maschio.

Diverse leggende accompagnavano Rasputin: lo si accusava di partecipare alla setta dei Chlysty, nata a metà del secolo XVII, eretica e scabrosa conosciuta per praticare rituali orgiastici, i quali rappresentavano il peccato che andava conosciuto per poter avvicinarsi alla via della redenzione – supposizione probabilmente infondata, anche se Rasputin aveva abbracciato la concezione di peccato di tale setta, e dunque credeva che solo peccando ci si potesse redimere, movente che spingeva diverse dame a concedersi a lui. Si diceva che facesse il bagno con altre donne nel proprio villaggio – pratica tuttavia non inconsueta nel mondo contadino – e ancora che si dedicasse a una vita di lussuria. Certo è che iniziò ad esercitare un’influenza non indifferente sulla famiglia reale, anche a livello politico.

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La sua posizione gli procurò in breve tempo un considerevole numero di nemici, tanto da subire due tentativi di omicidio, il primo nel 1914 nel proprio villaggio, al quale aveva fatto temporaneamente ritorno per poter aiutare il padre nei campi. In quell’occasione una donna lo pugnalò allo stomaco, ma Rasputin sopravvisse e l’attentatrice fu rinchiusa in manicomio. La seconda imboscata gli sarà invece fatale: nella notte tra venerdì 16 e sabato 17 dicembre 1916 il principe Feliks Jusupov invitò Rasputin ad una cena nella propria dimora, con la richiesta di aiutarlo a debellare le proprie pulsioni omosessuali e con la promessa di fargli conoscere la propria moglie, la principessa ventunenne Irina Alexandrovna, madre della loro figlia dueenne Irina e nipote dello zar. Effettivamente erano conosciute le pulsioni del principe, di cui si dicesse avesse più volte indossato abiti femminili per uscire di notte nei bar di San Pietroburgo e che avesse avuto una relazione con il cugino dello zar, il granduca Dimitri Pavlovic Romanov nel 1912/1913: fu in a seguito a tale scandalo che la zarina aveva negato il consenso per un matrimonio tra Dimitri e la maggiore delle proprie figlie, Ol’ga, la quale aveva espresso la predilezione a sposarsi con un uomo russo, per poter rimanere vicina alla propria famiglia.

Tutt’oggi la morte del famoso santone rimane circondata da aloni di dubbi e di mistero; il principe Jusupov riuscì a fuggire con la moglie e la famiglia a Parigi, dove rimase fino alla morte. Una volta condotto nei sotterranei della villa di Jusopov Rasputin fu avvelenato con il cianuro, di cui furono riempiti vino e dolci – anche se dalla testimonianza della figlia di Rasputin, Maria, egli evitava i dolci per via di una acidità di stomaco. Il cianuro avrebbe dovuto ucciderlo in breve tempo ma poiché egli, nonostante l’ubriachezza era ancora cosciente si decise di sparargli. Quello che accadde dopo contribuisce a rafforzare il mistero che circonda il personaggio: Rasputin non morì neanche a causa dei colpi di proiettile e fu gettato ancora vivo nel fiume Malaja Nevka. Il suo corpo, non essendo stato zavorrato dai congiurati a causa della concitazione e della fretta, riemerse qualche giorno dopo. La sua morte suscitò la disperazione della zarina, memore di una profezia del santone rivolta allo zar: “Se qualcuno della vostra famiglia mi ucciderà tu, tua moglie e i vostri figli non vivrete più di due anni”.

La popolarità degli zar era ormai totalmente in regresso: la guerra mondiale in atto aveva colto impreparata la Russia, ricca di uomini ma povera di mezzi tecnologici, sociali ed economici. Rasputin si era da subito opposto all’entrata della Russia nel conflitto, sia adducendo a motivi umanitari, proferendo inoltre la fine degli zar, sia sospinto da interessi economici (era amico infatti di alcuni banchieri che non avrebbero tratto giovamento dalla guerra).
Nicola II fu praticamente costretto all’abdicazione ed il potere passò nelle mani dei bolscevichi di Lenin, che nel frattempo era rientrato in patria in seguito all’esilio grazie a un viaggio voluto e organizzato dalla Germania, la quale sperava che la politica contro la guerra di Lenin avrebbe indotto la Russia a ritirarsi dal conflitto.


Lo zar di tutte le Russie nominò inizialmente suo successore il fratello minore Michail, non volendo imporre al giovane figlio l’onere della corona e un probabile allontanamento dal resto della famiglia; tuttavia la monarchia fu destituita: era la fine dei Romanov. La famiglia Romanov fu costretta a vivere in una prigione dorata nella residenza estiva di Tzarskoje Selo, ove non poteva né invitare ospiti né ricevere o mandare corrispondenza.

Nel frattempo i membri del governo provvisorio stavano decidendo il futuro della famiglia imperiale, propendendo per la soluzione diplomatica dell’esilio, ma l’Inghilterra ed il suo re Giorgio V, cugino dell’ex zar, boicottarono la proposta a causa di problemi interni. Dalla nostalgica reggia di Tzarskoje Selo, i Romanov furono trasferiti nella città di Tobolsk, in piena Siberia, dove alloggiarono per otto lunghi mesi. Nicola II e Aleksej si dedicavano alla coltivazione, Aleksandra e le figlie portavano la legna.

Con l’avvento del potere bolscevico, Nicola II ed il suo seguito, il 26 aprile 1918, affrontarono il loro ultimo viaggio verso la sperduta località di Ekaterinburg, ove alloggiarono nella modesta abitazione di un certo Ipatiev.
Fu proprio in quella sperduta località posta ai margini della Russia europea che, nella notte tra il 16 e il 17 luglio 1918, si consumò l’atto finale della gloriosa storia zarista.

Teatro di quella tragedia fu la devastante guerra civile tra l’armata rossa e le forze bianche controrivoluzionarie guidate da generali fedeli allo zar, che si proponevano il ritorno dei Romanov al potere e l’annientamento della rivoluzione bolscevica; proprio il timore di una liberazione della famiglia imperiale ad opera delle armate bianche, vicine ad Ekaterinburg, indusse il soviet degli Urali a procedere all’eliminazione della stessa. A mezzanotte Jankel Jurovskij, comandante di casa Ipatiev, svegliò lo zar e i suoi famigliari, invitandoli a scendere nello scantinato adducendo a motivi di sicurezza, a causa di un’insurrezione vicina alla villa; insieme a Nicola, Alessandra, Alessio, Tatiana, Olga, Maria e Anastasia si trovavano il dottor Botkin, medico del piccolo zarevic, il cuoco Ivan Karitonov, la cameriera Anna Demidova, il cameriere Alessio Trupp.

Fatte portare le tre sedie richieste dallo zar, sulla quali si sedettero, oltre lo stesso Nicola, Alessandra ed Alessio, fecero il loro ingresso nella piccola stanza Petr Voikov, commissario degli approvvigionamenti di Ekaterinburg e Petr Ermakov, comandante della ceka, seguiti da undici guardie lettoni.
A quel punto Jurovskij, tolse di tasca un foglietto e lesse testualmente: "Nicola Alexandrovic, per decisione del soviet regionale degli Urali siete stato condannato a morte; l’ultimo dei Romanov ebbe appena il tempo di mormorare, sbigottito, un "come" che venne immediatamente centrato da un colpo alla testa; ne seguì una pioggia di fuoco che travolse la famiglia imperiale ed i servitori al seguito; la scena si rese apocalittica: la zarina Alessandra fece appena in tempo a farsi il segno della croce, prima di cadere, le granduchesse gridarono abbracciandosi.

Nicola II Zar di Russia

Inaspettatamente però le figlie di Nicola non morirono immediatamente in quanto, nei giorni precedenti, si erano imbottite i corpetti di diamanti e pietre preziose, furono quindi finite con le baionette. La morte tardiva andrà ad alimentare quella che sarà poi la leggenda della granduchessa Anastasia. Ciò che accadde in seguito verrà ricostruito dettagliatamente solo a partire dal 1989, quando verranno trovati i primi corpi.

In seguito gli uomini deposero i cadaveri su un furgone Fiat e partirono alla volta della foresta dei Koptjaki a circa venti chilometri da Ekaterinburg. Ci si disfece dei corpi gettandoli nella vecchia miniera, non prima di averli cosparsi con acido solforico per renderli irriconoscibili. Poi, una volta sepolti i corpi, gli uomini di Jurovskij fecero esplodere qualche granata per colmare la buca che fu infine ricoperta di travi e fango. Tuttavia due uomini incaricati dello sciagurato compito si ubriacarono, andando a raccontare del loro eccidio, fu quindi necessario recarsi a recuperare i resti della famiglia Romanov e seppellirli nuovamente in un altro luogo; i corpi di Alessio e di Maria furono occultati separatamente da quelli del resto della famiglia. La notizia del decesso dello Zar venne diffusa da Mosca in tutta la Russia ben due giorni dopo, il 18 luglio, attraverso l'emanazione di un ormai celebre ciclostilato che spiegava le cause della fucilazione di Nicola Romanov, specificando che la famiglia era nascosta in un posto sicuro e che la decisione di fucilare lo Zar era stata presa dal Soviet degli Urali. Ne derivò un pieno sostegno della stampa e della opinione pubblica locale all'operato dei bolscevichi.

La sventurata vicenda dei coniugi Romanov, uniti da sincero affetto, e quella dei loro figli non tramonterà con la loro morte: il solo fatto che si credesse animatamente alla possibilità della sopravvivenza di Anastasia – speranza sostenuta dalle vicende che rientreranno nella leggenda – dimostra quanto la nobiltà sociale e morale degli zar – che verranno proclamanti successivamente santi dalla Chiesa ortodossa, grazie al loro inguaribile sentimento di perdono e fede – non potesse essere oscurata da nessuna delle altre personalità che successivamente si instaureranno in Russia. Furono forse gli ultimi esponenti investiti da un potere che religiosamente era considerato divino, ma che certo fu molto più altero e onorevole dei seguenti. La storia degli zar è ancora sentita e suscita sempre rinnovata ammirazione; è la storia di quella che prima di essere una delle più illustri famiglie europee rimase, in primo luogo, una famiglia molto unita, che affrontò con dignità ogni difficile vicenda che la accompagnò fino al crepuscolo.



Di: Eleonora Brozzoni

Fonti:
https://www.youtube.com/watch?v=KgTOjVdFTvo
https://www.raiplay.it/video/2017/04/Ulisse-il-piacere-della-scoperta-Zar-Gloria-e-Caduta-cb3de0c6-f363-479d-955a-74282c571887.html
http://www.storiaxxisecolo.it/grandeguerra/gmond5a1.htm
http://win.storiain.net/arret/num107/artic6.asp
Detti. T, Gozzini. G, Storia Contemporanea II, Il Novecento, Bruno Mondadori
https://www.youtube.com/watch?v=KgTOjVdFTvo
https://www.raiplay.it/video/2017/04/Ulisse-il-piacere-della-scoperta-Zar-Gloria-e-Caduta-cb3de0c6-f363-479d-955a-74282c571887.html
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http://win.storiain.net/arret/num107/artic6.asp
Detti. T, Gozzini. G, Storia Contemporanea II, Il Novecento, Bruno Mondadori