Fact Checking History

Fiumicino, 1973: un aeroporto e una strage dimenticata

Gli anni Settanta hanno rappresentato, per il nostro Paese, un importante spartiacque storico: caratterizzati non solo da numerosi movimenti politici extraparlamentari o da movimenti per il riconoscimento di necessari diritti civili e lavorativi, questi anni sono anche divenuti la sorgente in cui la violenza, politica e agita, ha trovato la possibilità di generarsi e coltivarsi. Questa feroce ed aggressiva atmosfera non ha avvolto solo l’Italia, ma sicuramente la penisola è stata palcoscenico di più stragi che hanno coinvolto anche numerosi attori internazionali.


 Tra queste ve n’è una particolarmente dimenticata che merita invece di essere ricordata. Il 17 dicembre 1973 nell’aeroporto di Fiumicino, dedicato al geniale Leonardo Da Vinci, la routine giornaliera tipica degli scali internazionali, viene interrotta da un attentato terroristico che sconvolgerà l’opinione pubblica, anche internazionale. Nel Terminal, la tranquillità di viaggiatori e dipendenti si incrina intorno a mezzogiorno, quando un commando palestinese, affiliato del gruppo terroristico Settembre Nero, fa irruzione estraendo dai propri bagagli, armi automatiche ed esplosivi.



Il panico si diffonde nel momento in cui i sei (forse anche dieci) attentatori iniziano a sparare all’impazzata sulla folla, determinati a raggiungere la pista 2 dello scalo. L’obbiettivo è raggiungere il Boeing 707 della compagna Pan Am, diretto a Teheran con scalo a Beirut. Già i primi spari mietono due vittime, a cui ne seguiranno molteplici. Dopo aver preso in ostaggio sei agenti delegati alla Pubblica Sicurezza, il gruppo si divide tra il gate 14 e la pista stessa dove il volo 110, nonostante i venticinque minuti di ritardo accumulati, è quasi pronto per il decollo. Il capitano dell’aereo Pan Am Andrew Erbeck intuisce che qualcosa di strano sta succedendo all’interno del Terminal e la conferma arriva pochi istanti dopo quando, la prima parte del commando, raggiunge il velivolo utilizzando la scala mobile per il trasporto passeggeri ancora attaccata al portellone d’ingresso. In quel momento di concitato terrore, già avvertito dai passeggeri invitati proprio dal comandante a sdraiarsi a terra per proteggersi, i terroristi lanciano all’interno del mezzo due bombe al fosforo. Alcune assistenti di volo riescono prontamente ad aprire una delle uscite di emergenza, permettendo a molti passeggeri di scappare e salvarsi: tuttavia, trenta di essi – tra cui quattro italiani - storditi dai fumi tossici e dalle esplosioni, periranno all’interno del velivolo. La prima parte del gruppo ha quindi raggiunto il suo obiettivo e si sposta ora verso il secondo, che, dal gate 14 ha attraversato anch’esso la pista per raggiungere un altro Boeing, un 737 della Lufthansa diretto a Monaco di Baviera. La seconda parte del commando ha uno scopo ancora più preciso: il dirottamento. In un solo attimo, i terroristi, accompagnati dai sei ostaggi prelevati dentro lo scalo, assaltano la cabina di comando, obbligando piloti ed assistenti alla partenza immediata, con destinazione Atene. L’equipaggio, tenuto sotto tiro, non può far altro che obbedire e, dopo neanche un’ora dall’inizio dell’attacco, il volo dirottato parte per la capitale greca, con una scia di vittime lasciate a terra. Tra queste si conta anche il finanziere Antonio Zara, un giovane ventenne in servizio che, ricevuto l’allarme della Torre di controllo, si reca per primo sulla pista, tentando di fermare i dirottatori che poi, vigliaccamente, lo uccideranno sparandogli alla schiena, dopo averlo immobilizzato.



Un paio d’ore dopo, l’aereo atterra ad Atene, dove il governo greco tenta una mediazione lunga circa sedici ore, che non soddisferà i dirottatori. Indispettiti dall’atteggiamento greco - poco incline ad avallare le loro folli richieste - i dirottatori decollano nuovamente, questa volta diretti verso il Libano. Le autorità di Beirut non acconsentiranno comunque l’atterraggio, bloccando le piste con altri velivoli. A corto di carburante, l’aereo si dirige verso Cipro, dove, anche qui, non saranno autorizzati ad atterrare; infatti, anche il governo cipriota negherà la discesa. In tutto il Medio Oriente un unico aeroporto concederà all’aereo di toccare terra, quello di Damasco. Le autorità siriane riforniranno il velivolo che, dopo sole sei ore, riprenderà il suo viaggio, alla volta di Kuwait City. Qui, dopo quasi un giorno dall’inizio dell’attentato e del dirottamento, i terroristi palestinesi di Settembre Nero, atterrano e negoziata la loro fuga con il governo locale, scendono vittoriosi – mostrando proprio il simbolo della “V” con le dita della mano - e liberano finalmente tutti gli ostaggi rimasti in vita. Gli attentatori non sono comunque fuggiti a lungo: catturati poco tempo dopo i fatti, vengono immediatamente consegnati alla custodia dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) e condotti al Cairo per essere processati dalla stessa – anche se poche sono le informazioni sulla loro reale sorte.



Ad oggi molti sono ancora gli interrogativi riguardo tutta questa strana vicenda, in particolare sul suo principio. Come hanno fatto i terroristi di Settembre Nero, dopo essere scesi da un aereo proveniente da Madrid e diretto a Roma, ad entrare indisturbati con armi ed esplosivi in uno scalo internazionale che sicuramente doveva essere posto sotto stretta vigilanza? Di supposizioni ne sono state fatte tante, e, tra le più probabili, si ritrova il contatto con le organizzazioni terroristiche italiane, quali le Brigate Rosse, che, probabilmente, hanno coadiuvato il rifornimento di armi proprio in loco. Su questo aspetto, comunque, come su tanti altri, è stato impossibile far luce. La politica italiana, chiamata a riferire della strage nel Parlamento del governo guidato da Rumor, è stata duramente attaccata e accusata di aver adottato una linea troppo filo-araba, ipotizzando anche accordi segreti con le organizzazioni terroristiche palestinesi per la libera circolazione di persone affiliate ed armi. Tutte queste sono solo comunque delle congetture posteriori, che tuttavia, non hanno ancora e, forse, non troveranno mai conferma. Sull’attentato di Fiumicino è calata molto velocemente la luce dei riflettori, spostati, diretti e concentrati verso quegli altri enigmatici episodi sanguinosi che inizieranno a caratterizzare sempre più assiduamente, negli anni seguenti, il nostro Paese.


Qui sotto una delle interviste ai testimoni diretti della strage. Si tratta di Francesco Lillo, uno dei poliziotti presenti, intervistato dalla giornalista Annalisa Giuseppetti.




Di: Simona Amadori


Fonti:

Andrea Accorsi, Daniela Ferro, Gli attentati e le stragi che hanno sconvolto l'Italia, Newton & Compoton, Roma, 2013
Annalisa Giuseppetti, Salvatore Lordi, Fiumicino 17 dicembre 1973: la strage di Settembre Nero, Rubettino Editore, Soveria Mannelli, 2010
Gabriele Paradisi, Rosario Priore, La strage dimenticata: Fiumicino, 17 dicembre 1973, Imprimatur Editore, Reggio Emilia, 2015