Fact Checking History

La colonia italiana in Cina


Nel corso della storia dell’uomo, il colonialismo ebbe moltissimi aspetti diversi, con relativi sviluppi che portarono alle più disparate conseguenze. Di alcune di queste, la storiografia ha ampiamente studiato causa ed effetti, su altre c’è ancora molto lavoro da fare per scrostare l’ignoranza che ricopre le nozioni che sono state assimilate dall’opinione pubblica e persino, seppur più raramente, in taluni ambienti accademici.

il monumento commemorativo della prima guerra mondiale in piazza Regina Elena ora Marco Polo Square


Per quanto concerne la divulgazione scientifica al riguardo, non tutti potrebbero essere a conoscenza di una vera e propria particolarità del colonialismo italiano, già di per sé molto meno studiato rispetto a quello degli altri paesi europei. In quella che fu la breve e discussa avventura coloniale italiana, non solo l’Africa fu meta delle truppe, armamenti , immigrazione e capitali italiani, bensì anche la Cina catturò l’interesse del bel paese e dei suoi politici dell’epoca.

Caserma Ermanno Carlotto oggi
Tientsin, oggi meglio conosciuta come Tianjin, era ed è una città del nord est della Cina, situata in una zone strategicamente più adatte al commercio e quindi più importanti del paese. Da quando la rivoluzione industriale aveva investito la Gran Bretagna dandole modo di sviluppare di conseguenza i battelli a vapore e armamenti di gran lunga superiori a quelli preindustriali, il grande impero cinese era stato costretto, nel corso dell’ottocento, a piegarsi a tutte le potenze europee che per motivi di tornaconto economico e di prestigio internazionali, proponevano al vecchio gigante cinese in declino una serie di trattati ineguali che ponevano il paese asiatico in una posizione di sempre maggiore inferiorità, arrivando a dover concedere a paesi stranieri i diritti sulla costruzione di ferrovie, sull’estrazione di minerali e l’introduzione forzata di merci per aprire l’enorme mercato cinese. Il vertice di questi trattati ineguali, furono le concessioni di intere città da lasciare in mano agli europei e alla loro gestione, in modo tale da utilizzarle come vere e proprie enclaves dalle quali controllare i commerci. Tientsin fu proprio una di queste.

Nonostante la debolezza dell’impero cinese, delle rivolte per impedire che l’orgoglioso e millenario impero venisse messo in ginocchio scoppiarono nel 1900. La rivolta dei Boxer, passata alla storia con questo nome perché i movimenti d’insurrezione partirono da alcune scuole di king-fu, fu sedata da una coalizione internazionale che univa sotto lo stesso scopo paesi europei insieme agli Stati Uniti e al Giappone e ovviamente, anche l’Italia, impaziente di mostrarsi al mondo intero come una potenza capace di imporsi con la forza nella geopolitica mondiale. L’impegno, nonostante fosse stato esiguo rispetto a quello degli altri paesi, fece guadagnare al Regno la concessione su una parte della città di Tientsin, abitata da almeno 1704 famiglie di cui almeno 26 erano italiane.


L'esperienza degli italiani in Cina non uscì dai confini della loro concessione e oltre all'azione urbanistica in alcuni quartieri dove furono edificati palazzi tutt'ora esistenti come la vecchia caserma italiana, un ospedale, una stazione di polizia e un municipio, ben poco fu fatto dal punto di vista economico e ne trassero profitto solo alcuni privati, più che lo Stato italiano, che tutto sommato si era ritagliato la concessione solo con l'impiego di duemila uomini nella più ampia coalizione internazionale.
Caserma Ermanno Carlotto, ieri

Come la quasi totalità delle esperienze coloniali italiane, anche questa terminò a causa della seconda guerra mondiale. Quando scoppiò il conflitto, il Giappone aveva già invaso dal 1937 la Cina e si era impossessato della maggior parte della costa e delle città più strategiche, tra cui Tientsin che era stato posta sotto occupazione e attraverso pressioni diplomatiche, il Giappone stava facendo in modo che la Cina richiedesse alle potenze occidentali di riavere indietro i territori precedentemente ceduti in concessione. L'Italia, nonostante formalmente alleata del paese del sol levante, non poté tirarsi indietro ma riuscì a tergiversare fino a quando il Giappone venne sconfitto e uscì di scena. Il governo della Cina nazionalista di Chiang Kai-shek però non si arrese, continuando a chiedere a gran voce la retrocessione di Tientsin che a questo punto la nuova Italia repubblicana non poteva certo negare. Così, con il trattato di Parigi del 10 febbraio 1947, l'Italia rinunciò ad ogni diritto e pretesa sul territorio che per più di 40 anni aveva controllato dall'altra parte del globo.

Se il colonialismo italiano è stato solo recentemente cominciato a studiare più approfonditamente, l'esperienza sinica degli italiani è una tematica ancora meno sfiorata dagli studiosi e di certo sconosciuta dal grande pubblico che con molta probabilità conosce meglio le vicende di Marco Polo trascorse secoli e secoli fa, che non l'avventura coloniale del Regno italiano appena 80 anni fa.

Ora più che mai, sarebbe utile riscoprire i rapporti che il gigante d'Oriente ha avuto con il bel paese in passato, dato il nuovo preponderante ruolo che la Cina comincia a rivestire sullo scacchiere internazionale del mondo contemporaneo.

Fonti:

Nicola Labanca, Oltremare. Storia dell’espansione coloniali italiana, Bologna, il Mulino, 2018, pp. 94-99
Tesi di laurea magistrale, Laura Rampazzo ,Un pizzico d’Italia nel cuore della Cina: la concessione di Tianjin, Università Ca' Foscari Venezia, 2011 / 2012, reperibile al link: http://dspace.unive.it/bitstream/handle/10579/2656/816130-1165548.pdf?sequence=2