Fact Checking History

I campi di concentramento del fascismo in Libia [2/2]


Per un’idea di come avvenne il trasferimento delle popolazioni, potrebbe essere interessante approfondire uno dei pochissimi documenti che si hanno dell’operazione del commissario regionale di Bengasi dell’epoca, Egidi. Nel giugno del 1930 la tribù degli Auaghir furono costrette ad una marcia di più di 200 km per giungere al campo a loro destinato. Chi rimaneva indietro, persone e bestiame, venivano per lo più eliminati per non rallentare il resto del gruppo. Ben peggio andò agli Abaidat e ai Marmarici che dopo aver tentato un’ultima volta di unirsi alla resistenza di Omar al-Mukthar, furono per punizione destinati da Graziani ad intraprendere un esodo di 1100 km attraverso zone inospitali durante l’inverno.[1] Circa 10.000 membri di questa tribù furono costretti al trasferimento e molti furono quelli che morirono nell’impresa.[2]

Non sono molte le testimonianze della vita all’interno dei campi, ma un giornalista fascista, Felici, riporta alcune importanti informazioni relative al campo di Sidi Ahmed el Magrun. Geometricamente  ben ordinato sul modello del castrum romano , ospitava gli indigeni che vivevano in tende talvolta di fortuna. Esponendo una tessera, ricevevano circa mezzo kg di orzo a testa ogni dieci giorni, gli uomini erano destinati alla costruzione di strade e le donne agli orti vicino il campo, tutti erano scortati dagli ascari o dai carabinieri.[3] 
Balbo inaugura la statua equestre dedicata a Mussolini mentre brandisce la spada dell'Islam. 1938. Foto estrapolata da Arturo Varvelli, La Libia e l'Italia, dalla guerra di conquista del 1911 ad oggi

Una notevole importanza dal punto di vista dell’esperienza diretta di questi eventi, è da attribuire ad una serie di studi sulla storia orale del Jihad assemblata dal Centro di Studi di Tripoli che raccolgono alcune testimonianze fondamentali di persone che nonostante l’analfabetismo e quindi l’impossibilità di lasciare per iscritto la loro vicenda, hanno conservato nella memoria alcune informazioni utili. Tra queste, ci sono molti esempi di poesia folkloristica, in quanto nella tradizione popolare libica, questa assume un significato importante costituendo anche il mezzo di diffusione più semplice e veloce in un’epoca di alto analfabetismo. Ibrahim al-’Arabi al-Ghmari al-Maimuni ad esempio, visse l’esperienza del campo el-Agaila lasciando versi scritti destinati d essere trasmessi oralmente. Un altro poeta che scrisse altre opere riguardo la vita nei campi fu Saad Muhammad Abu Sha’ala mentre Rajab Hamad Buhwaish al-Minifi, internato sempre ad el-Agaila, scrisse “Ma Bi Marad”, traducibile come “non ho altra malattia che el-Agaila”, questo è uno dei poemi più conosciuto tra i libici nel quale viene espressa tutta la sofferenza e il patimento provato in quei duri anni a causa della privazione della libertà nei confronti di un seminomade che su quella stessa libertà di movimento e d’indipendenza fonda la caratteristica essenziale della propria esistenza. Non solo uomini, ma anche donne sono presenti tra le testimonianze del misfatto italiano. Fatima ‘Uthamn compose il poema “Kharabin Ya Watan”, traducibile come “la mia terra rovinata due volte”. Dal loro punto di vista viene espressa non solo la sofferenza fisica, ma anche tematiche politiche più complesse come quella dell’esilio forzato, dello sradicamento dalle proprie terre espropriate e sottratte, nonché quella della pulizia etnica. Non mancarono inoltre, in una società come quella libica del tempo, così legata alla religione e alle tradizioni, i paragoni con vicende del Corano come fece Tahir al- Zawi, uno storico libico, che paragonò il trasferimento coatto della popolazione al giorno del giudizio descritto nel testo sacro.[4]

Al-Ghmari al Maimuni, che visse la deportazione scrive:<< Fummo costretti ad imbarcarci a Bengasi senza avere molto cibo, le nostre donne e i nostri figli piangevano e gridavano. Era un inverno freddo e molti bambini e donne morirono. Quando arrivammo ad el-Agaila, il vento soffiava talmente forte da non farci sbarcare e dovemmo dirigerci verso un’isola vicino. Il giorno seguente sbarcammo; la barca era sudicia a causa del mal di mare dei suoi passeggeri.>>[5]

Ma una testimonianza ancora più agghiacciante viene da Salim Muftah Burwag al-Shilwi che ayll’epoca dei fatti aveva poco più di 13 anni. <<Quando arrivammo a Zuwaitina, le guardie cominciarono a spingerci sul bagnasciuga. L’odiato comandante militare colonnello Barilla del campo di el-Agaila tenne un discordo ai deportati: “Voi, tribù degli Ubaidat sarete internati nei campi di Agaila e al-Braiga dove morirete, così avremo un dominio italiano stabile sulla Libia.” Poi camminò verso una giovane donna libica e toccandole la guancia disse: “La tua guancia è bianca ora ma ben presto sarà nera come quella di una serva nera.”>>[6]

Un’altra testimonianza, riportata anche da Enrico Salerno nella sua opera Genocidio in Libia, riporta una citazione di Salim ‘Umran Abu Shabur, un sopravvissuto di el-Agaila. <<Ogni giorno contavamo circa 50 cadaveri presi dal campo di concentramento per essere seppelliti. Erano stati impiccati o fucilati, oppure erano morti di fame o malattie.>>[7]
Ma in Italia tutte queste notizie non trapelavano. Al contrario, le informazioni venivano saggiamente manipolate. L’Oltremare , una rivista dell’epoca che riportava notizie coloniali, parlava del campo di Soluch come di un luogo idillico di ordine, disciplina, igiene e pulizia.[8]
Un’altra punizione adottata nei confronti dei prigionieri, come abbiamo detto, fu quella dei lavori forzati. Molti infatti lavorarono alla costruzione di una recinzione che separava la Libia dall’Egitto, la quale avrebbe dovuto risolvere definitivamente il problema degli approvvigionamenti che arrivavano ad Omar al-Mukthar. Dal paese confinante infatti, dove erano molti i membri della confraternita esiliati e gli altri libici, magari della Tripolitania, con la complicità delle istituzioni egiziane, arrivavano aiuti di ogni genere alla resistenza e ne impedivano così il completo annientamento. Il governo coloniale quindi, decise di arginare il problema sorvegliando e trincerando la frontiera, con lo scopo di isolare definitivamente le bande armate della confraternita che dopo le deportazioni nei campi e la definitiva chiusura dei confini, si trovarono completamente sole davanti al nemico. Il reticolato era lungo 270 chilometri, costruito con 32 mila quintali di filo spinato, 18 mila di cemento e 20 mila di verghe di ferro. La sua realizzazione impiegò ben 2.500 operai e 1.200 soldati, senza contare tutti i reparti utilizzati per sorvegliare la recinzione una volta completata.[9]

Alcuni minorenni dei prigionieri, vennero portati in collegi speciali e vennero destinati ad un’istruzione particolare che li avrebbe poi resi possibili soldati nei battaglioni libici.[10] Di queste scuole vennero costruite almeno una dozzina dove trovarono posto circa 2800 ragazzi.[11]
Mentre decine di migliaia di libici soffrivano nei campi di concentramento, il generale Graziani intensificava le offensive nei confronti della resistenza, arrivando a catturare lo stesso Omar al-Mukthar nel settembre del 1931. Reduce di anni e anni di estenuante guerriglia nell’arido deserto e  contro un avversario tecnologicamente e numericamente superiore, il vecchio capo arabo era rassegnato al suo destino e in pochi giorni, dopo un processo farsa tenutosi nel vecchio parlamento della Cirenaica del tempo degli statuti, venne condannato a morte e impiccato il 16 settembre. Con l’esecuzione di Omar al-Mukthar gli italiani inflissero il colpo fatale alla resistenza, rendendo il capo arabo un martire che venne celebrato e osannato non solo dal Gran Senusso divenuto Re di Libia, ma anche da Gheddafi una volta preso il potere con un colpo di stato.

Nonostante la ribellione si dotò immediatamente di un nuovo capo, Jusuf bu Rahil el Musmari, nei mesi successivi, gli ultimi arabi rimasti dovettero arrendersi definitivamente e nel gennaio del 1932, Badoglio poteva affermare di aver concluso la riconquista anche della Cirenaica.[12] Eppure, più che di “riconquista” sarebbe stato opportuno parlare di “conquista”[13] in quanto la stragrande maggioranza dei territori occupati dall’avvio dell’offensiva di Volpi nel 1922 fino a dieci anni dopo nel 1932, quando Graziani reprimeva gli ultimi ribelli della confraternita, non avevano mai visto la presenza italiana fino a quel momento. Nel 1915 infatti, a causa della rivolta araba e dello scoppio della prima guerra mondiale in Europa, gli italiani furono costretti ad abbandonare quella parte del territorio che controllavano, arrivando ad impossessarsene interamente solo nei primi anni trenta.
Nei mesi seguenti si aprì tra le autorità italiane un acceso dibattito sul destino degli internati nei campi di concentramento e su quello che sarebbe stato il loro futuro. Tra le varie opinioni contrastanti, emerse il piano di trasferire le popolazioni non nei loro territori d’origine, ma in altri meno fertili, in modo tale da lasciare alla colonizzazione italiana le migliori terre da coltivare.  Per buona parte del 1933 fino alla primavera del 1934[14], i libici vennero trasferiti nelle loro nuove terre, terminando così l’esperienza traumatica dei campi, ma continuando quella dell’occupazione italiana.

Con l’inizio del 1932 e lo smantellamento dei campi nel corso degli anni successivi, si può dire che termina un ampio ciclo nella storia della colonizzazione libica. Quando si analizzano queste vicende è utile prendere in considerazione il rapporto tra colonizzati e colonizzatori in una prospettiva di ampio respiro. La visione della popolazione come “nemica” e l’idea quindi di “bloccarla” era un progetto in germe fin dall’epoca liberale[15] e trovò attuazione solo con il fascismo perché in quell’epoca si accumularono vari fattori come l’esaltazione della razza italiana in contrasto con l’inferiorità di quella araba e la presenza di militari spregiudicati quali Badoglio e Graziani, pronti a tutto pur di realizzare l’obiettivo della completa sottomissione. Con l’Italia liberale il fascismo condivideva anche la scarsa comprensione degli affari islamici e arabi. Si è più volte dimostrato come le autorità italiane a causa della diffusa ignoranza in materia e dall’ottuso comportamento che portava ad ignorare l’opinione degli esperti del settore, fossero più volte cadute in banali errori nei confronti dei libici. Anche in epoca fascista, le cose non andarono diversamente, come dimostra una polemica sviluppatasi tra il generale Graziani e l’arabista Carlo Alfonso Nallino. Quest’ultimo aveva già più volte collaborato con il governo, soprattutto nel 1919 quando aveva partecipato ad una commissione del dopoguerra sulla gestione delle popolazioni musulmane, ma i suoi consigli erano stati per lo più trascurati. Nel 1930, a partire dalla pubblicazione di un testo, “Turchi, senussi e italiani in Libia” di Macaluso Aleo, il professor Nallino si era lanciato in un’aspra critica dalle pagine della rivista “Oriente moderno” per via delle mistificazioni, delle erronee interpretazioni nei confronti della società musulmana in particolare della confraternita senussa nonché dell’inaccuratezza storica che il testo faceva tanto quanto le autorità e le istituzioni italiane di cui il Macaluso Aleo faceva parte. La recensione di questo volume era stata per Nallino lo spunto per biasimare più ampiamente la politica coloniale italiana che dall’epoca liberale a quella fascista, aveva dimostrato solo ignoranza e trascuratezza per l’islam. Da un quotidiano di Bengasi, vennero prese le difese del volume di Macaluso Aleo e le stesse argomentazioni usate da Graziani in un suo discorso pubblico nel quale dimostrava la condivisione per quelle idee espresse nello stesso volume criticato da Nallino.[16] In un tale contesto, era impossibile che i rapporti tra colonizzati e colonizzatori potessero prendere una qualsiasi svolta positiva, data la ormai decennale incomprensione e ignoranza accompagnata da un evidente razzismo di fondo che avendo il suo germe in epoca liberale, non poté che crescere in quella fascista.
Anche in un’ottica internazionale, l’Italia fascista stroncò la resistenza libica in maniera più violenta e brutale di quanto non fecero altre potenze coloniali dell’epoca nei confronti delle loro rivolte interne.[17]
Eppure, negli anni è andata perduta la memoria delle azioni italiane nelle proprie colonie, tra cui appunto la Libia, cementificandosi la convinzione che la dittatura fascista fosse stata moderata o comunque meno maligna delle altre esperienze totalitarie novecentesche. Il genocidio perpetrato in quegli anni è la prova tangibile della spietatezza di un regime nascostosi a lungo dietro la massima degli italiani brava gente, smentita a livello accademico solo quando il panorama degli studi di settori sono riusciti a svincolarsi dagli studi apologetici e faziosi di quell’epoca. Sul piano del dibattito pubblico invece, rimane ancora ben poco conosciuto l’impatto del fascismo e delle sue politiche coloniali, se non alla popolazione che l’ha vissuta direttamente sulla propria pelle. Basti pensare ad esempio, ad un discorso tenuto dallo stesso ministro degli esteri Gianfranco Fini nel 2004 che afferma:
<<Non c’è ombra di dubbio che il colonialismo ha rappresentat, nel secolo scorso, uno dei momenti più difficili nel rapporto tra i popoli e nel rapporto tra l’Europa e, in questo caso, il Nord-Africa ma, e ovviamente parlo a titolo personale, quando si parla di colonialismo italiano credo che occorra parlarne ben consapevoli del fatto che sono altri in Europa che si devono vergognare di certe pagine brutte perché anche noi abbiamo le nostre responsabilità ma, almeno in Libia, gli italiani hanno portato, insieme alle strade e al lavoro, anche quei valori, quella civiltà, quel diritto che rappresenta un faro per l’intera cultura[…]>>[18]

Ali Abdullatif Ahmida avanza alcune ipotesi sul motivo per cui il fascismo sia stato frainteso negli anni, sostenendo che uno dei motivi principali fosse la geografia della sua azione repressiva. Mentre il nazismo operò repressioni e genocidi in Europa, il fascismo lo fece in colonia, seppur in termini e dimensioni diverse. Nel contesto di studi eurocentrici, ciò comporta una svalutazione in termini di gravità delle azioni compiute ad opera del fascismo italiano. Oltretutto, è stato sostenuto da Hannah Arendt come in Italia mancasse una vera e propria questione ebraica e che il fascismo non aveva particolari pregiudizi nei loro confronti ma che adottò le leggi antisemite solo successivamente per compiacere l’alleato. Inoltre, data la preminenza della scuola storiografica statunitense nel dopoguerra, il regime italiano fu interpretato da alcuni studiosi in maniera meno severa anche per via della sua forte componente anticomunista. Nello stesso momento in Italia, molti sono i partiti e movimenti politici che si rifanno direttamente o indirettamente all’esperienza del ventennio fascista e questo contribuirebbe a reiterare le mistificazioni sul suo operato. [19]
Per fortuna, molti sono gli storici che hanno lavorato affinché i falsi miti venissero abbattuti mettendo in luce le conseguenze dalla politica del regime. Tra questi si possono ricordare E.E. Evans-Pritchard, Giorgio Rochat, Angelo Del Boca, Enrico Salerno, Nicola Labanca, Ruth Ben Ghait, e Yusuf Salim al-Barghathi.
E proprio di falsi miti si occupa anche il team intero di Riscrivere la Storia, con dati, fact checking, argomentazioni logiche e utilizzo di comprovate fonti per fare emergere la verità storica, per amore di conoscenza e di divulgazione, evitando inutili e controproducenti sensazionalismi mistificatori che troppo spesso inquinano la divulgazione scientifica o il mondo dell'informazione.


Di: Cristiano Rimessi



[1] Angelo Del Boca, Gli italiani vol.2 p.181-182
[2] Federico Cresti, op.cit., p.94-95
[3] Angelo Del Boca, Gli italiani vol.2,  p.184
[4] Ali Abdullatif Ahmida, op.cit., pp. 46-47
[5] Ibidem, Mia traduzione dall’inglese
[6] Ibidem
[7] Ivi, p.35
[8] Angelo Del Boca, Gli italiani vol2, p.186
[9] Labanca, La guerra italiana, p.191
[10] Eric Salerno, op.cit., p.46
[11] Angelo Del Boca, Gli italiani vol2, p.187
[12] Ivi, p.213
[13] Nicola Labanca, Oltremare, p. 141
[14] Nicola Labanca, La guerra italiana, p.193
[15] Ivi. p.174
[16]Federico Cresti, Il professore e il generale. La polemica tra Carlo Alfonso Nallino e Rodolfo Graziani sulla Senussia e su altre questioni libiche, Studi Storici, Anno 45, No. 4 (Oct. - Dec., 2004), pp. 1113-1149
[17] Nicola Labanca, Oltremare, p.151
[18] Eric Salerno, op.cit., pp. 10-11
[19] Ali Abdullatif Ahmida, op.cit., p.33-41