Fact Checking History

I campi di concentramento del fascismo in Libia [1/2]


Nel 1911 gli italiani avevano invaso la Libia con l’intenzione di strapparla dal controllo dell’impero ottomano. Illuso di poter strappare una facile e veloce vittoria, il regio esercito rimase impegnato nel conflitto per un anno contro l’esercito ottomano e per vent’anni contro la resistenza arabo-berbera delle regioni della Tripolitania e della Cirenaica. Quest’ultima fu quella che diede più problemi sia al governo liberale che a quello fascista quando dopo la celebre marcia su Roma prese il controllo del Regno d’Italia. Se l’Italia liberale aveva faticato ad affermare il proprio controllo sulla colonia oscillando tra soprusi, deportazioni, esecuzioni, processi sommari ma anche momenti di spiccata apertura nei confronti dei capi arabi del paese, l’Italia fascista avrebbe definitivamente concluso la conquista virando su una politica più dura e categoricamente militare. Per arrivare a ciò, non bastava sconfiggere sole le bande di ribelli della Confraternita Senussita che attaccavano i presidi italiani con operazioni di guerriglia, serviva impedire che la popolazione civile sostenesse e foraggiasse la resistenza. La soluzione alla quale arrivarono le autorità italiane fu quella di costringere parte della popolazione della Cirenaica nei campi di concentramento, in modo tale da non poter aiutare in alcun modo i ribelli.

Prima di spiegare in che modo e in che misura si giunse all’edificazione dei campi di concentramento, è opportuno attuare qualche specificazione. Nonostante si applichi la definizione di “campo di concentramento”, quelli costruiti in Cirenaica nei primi anni 30 dalle autorità italiane non furono paragonabili alle strutture di morte messe in piedi dai nazisti per lo sterminio sistematico degli ebrei [1]. Ciò non toglie che anche questi ebbero un loro drammatico effetto sulla popolazione, causando direttamente e indirettamente il decesso di migliaia di persone, come si vedrà nel corso dell’articolo.
Una delle rarissime foto dell'epoca

Durante gli anni venti si ebbero alcune esperienze di campi adibiti alla deportazione degli indigeni. Inoltre in Cirenaica sotto il governatorato di Mombelli, dal maggio del 1925, si era operato affinché le popolazioni dei territori occupati dagli italiani e di quelli non ancora conquistati fossero accuratamente divise in modo tale da impedirne la collaborazione, anche se non sempre si riusciva ad evitare che gli indigeni diventassero complici dei ribelli. Nella sola area di Cirene ad esempio, gli italiani riorganizzarono gli insediamenti di almeno 15 mila persone, in modo tale da poter organizzare una linea di rifornimenti diretti per l’esercito che combatteva la resistenza.[2] Queste procedure di redistribuzione della popolazione vennero con molta probabilità attuate in maniera severa e dura, dove non mancarono forti restrizioni della libertà di movimento delle persone e dei pascoli, oltre che coprifuochi. Gli italiani andarono in contro anche ad altre difficoltà, come quella ad esempio di proteggere le popolazioni sottomesse dagli attacchi della resistenza dei membri della confraternita senussita. Le tribù degli Hasa e degli Abeidat, minacciate dalle incursioni dei mujahidin di Omar al-Mukhtar, chiesero più volte alle autorità italiane di essere armati per difendersi, ma ovviamente le stesse non potevano rischiare che le armi venissero poi utilizzate contro di loro.[3]
Omar al Mukhtar, capo della resistenza della Confraternita Senussa

A maggio del 1930, grazie all’intervento del generale Graziani, cominciarono le operazioni di trasferimento coatto della popolazione in quelli che sono ricordati come campi di concentramento. L’intenzione era sempre la stessa: impedire che la popolazione potesse in qualsiasi modo intrattenere rapporti o foraggiare la resistenza delle truppe senusse. Va ricordato che in caso di rifiuto da parte della popolazione di collaborare con Omar al-Mukthar, i suoi uomini avrebbero potuto compiere atti di brigantaggio. Un altro motivo per cui gli indigeni fornivano assistenza ai ribelli erano anche i legami di sangue tra le tribù che nella società cirenaica del tempo potevano essere significativi e vincolanti.[4]

Subito dopo la zona costiera ben controllata dagli italiani, andando verso l’entroterra, si trova in Libia il così detto altopiano del Gebel Achdar che costituisce la zona predesertica e alquanto fertile del territorio. Il piano del governo di Tripoli e Bengasi era quello di procedere al completo trasferimento della popolazione che viveva su quelle terre verso la costa. Circa 900 tende degli Abid vennero riunite a Barce, 1400 dei Dorsa intorno a Tolmeta e altre 3600 tra Cirene e Derna. [5] Contestualmente a questi primi provvedimenti, Graziani riuscì a farsi accettare dal governo, un altro importante provvedimento che avrebbe permesso di infliggere un forte colpo al sistema della confraternita senussa: l’esproprio dei beni mobili e immobili delle zauie.[6] Le zauie della confraternita erano un luogo di ritrovo spirituale e sociale ma anche d’assistenza logistica per gli abitanti del deserto al cui interno potevano trovare quelli che potrebbero essere paragonati a dei servizi pubblici. Ma soprattutto, queste erano importanti dal punto di vista religioso e l’espropriazione dei beni quindi avrebbe scosso gli animi dei musulmani. Da circa duecento anni, la Confraternita Senussa era stata il punto di riferimento per gli abitanti della Cirenaica per ogni tipo di questione, da quelle religiose a quelle economiche e sociali. Ma questo provvedimento era troppo importante per le autorità italiane, le quali non erano più disposte a farsi scoraggiare da un problema del genere. Con un colpo solo, vennero espropriate centinaia di case e più di 70 mila ettari di terreno.[7] Nonostante ciò, la confisca non era definitiva dato che la gestione fu affidata a fidati notabili senussi.[8]

Con questi due provvedimenti, gli italiani inflissero un colpo durissimo al sostentamento economico della resistenza, privandoli dei beni e delle tasse che la popolazione, anche quella che abitava nei territori occupati dagli italiani, ancora pagava.

Il raggruppamento degli arabi nei campi, avviato nel maggio del 1930, trovava il consenso non solo del governatore Badoglio ma anche del ministro delle colonie De Bono e di Mussolini stesso che approvò per ultimo il provvedimento. Gli abitanti delle città o dei centri costieri e quelli delle oasi dell’interno sfuggirono al ricollocamento coatto un po’ perché ormai sotto il controllo italiano da molti anni e poiché eccessivamente lontane dalle zone nelle quali operava la resistenza. Nell’estate del 1930 cominciano ad essere gradualmente riuniti tutte le tribù di nomadi e seminomadi del Gebel, ovvero gli Aughir, i Braasa, i Dorsa, gli Abid e gli Abeidat tutti ricollocati sulla costa. Al termine delle operazioni, vengono stimati in circa 90-100 mila i prigionieri,[9] anche se alcuni storici arrivano a rilevarne fino a 110.000.[10] Questi, sono numeri altissimi se si tiene conto che nel 1911 il censimento turco della popolazione aveva contato 198.345 abitanti in Cirenaica, senza contare che vent’anni di guerra e conflitti avevano con molta probabilità fatto morire un’ingente parte della popolazione, mentre circa 20 mila erano stati gli arabi costretti all’esilio. In effetti, per avere un’idea precisa della popolazione, ci si potrebbe basare sul censimento del 1931 che rilevava a 142 mila gli abitanti della Cirenaica, insieme a 16.100 italiani totali. [11]Per avere un’altra idea delle dimensioni dell’impresa, basti pensare che per la costruzione dei suddetti campi furono spese 13 milioni di lire. Circondati da recinzioni con filo spinato, gli arabi vivevano all’interno costantemente sorvegliati insieme al loro bestiame, principale fonte di sostentamento. Il cibo era razionato e i lavori forzati molto comuni. Come se non bastasse, l’assistenza sanitaria era ridotta al minimo necessario.[12] Pare che molti internati al campo di el-Agaila sopravvivevano al meglio delle loro possibilità mangiando erba, topi o insetti. In tali condizioni, non sorprende come la tribù degli Abaddla possa aver perso 500 membri a causa della malnutrizione.[13] Le terre destinate al pascolo invece, erano spesso poche o comunque ristrette, quindi il bestiame sfuggito alle requisizioni da parte delle autorità italiane, spesso moriva causando di conseguenza notevoli disagi alla popolazione. I bambini, gli anziani e i malati erano chiaramente i più esposti a questi problemi.[14] Per dare un’idea dell’ampiezza del fenomeno della decadenza del bestiame in Libia dal 1911, anno dell’invasione, al 1933, anno in cui i campi di concentramento cominciarono ad essere smantellati, può essere utili riportare qualche dato. Il numero di ovini nel 1911 era stimato a circa 713.000 capi, mentre ventidue anni dopo era calato a 98.000. I caprini invece, dai 546.300 erano scesi a 25.000, mentre i cammelli, gli animali più utili e importanti per nomadi e seminomadi nel deserto da 83.300 calarono a soli 2.600. Sorprendente il dato sui cavalli che da 27.000 ne rimase solamente un migliaio.[15]

 Furono circa sedici i campi realizzati i quali variavano per la dimensione che assumevano e per le più o meno dure condizioni di vita al loro interno. Il più grande era quello di Marsa Brega che raccoglieva 21.117 persone. Seguiva quello di Soluch con altri 20.123 anime, poi quello di Sidi Ahmed el Magrun con 13.050 elementi. Uno dei peggiori per la qualità della vita e la sua durezza era quello di Al-agaila costruito appositamente per i parenti dei mujahidin ed ospitava circa 10.900 libici. Nel campo di Agedabia trovavano posto altri 10.000 individui, mentre ad el Abiar altri 3.123. A parte questi, esistevano poi numerosi campi minori come a Derna, ad Apollonia, a Barce a Driana, a Sidi Chalifa, a Suani el Terria, a En-Nufilia, e due vicino Bengasi, ovvero Coefia e Guarscia. Di questi non viene specificata la popolazione internata, ma ospitavano tutti da un migliaio ad un centinaio di tende, dove mediamente ogni tenda poteva dare dimora a circa quattro persone.[16]

Il dibattito sulle morti causate dai campi di concentramento è delicato e ancora aperto. La mancanza di fonti e l’inaccessibilità di alcune di queste rende difficili stimare il numero di decessi. Molti storici sono d’accordo sull’affermare che almeno 40 mila furono le vittime che perirono nel trasferimento o all’interno delle strutture messe in piedi dalle autorità italiane. Altri ancora stimano un numero ben più alto, ovvero intorno alle 50 e 70 mila morti.[17] Se in passato gli italiani si erano già macchiati di gravi azioni quali le deportazioni in Italia o le pene capitali e i processi sommari, questo andava completamente oltre e costituisce una pagina della nostra storia che per molto tempo è stata nascosta, complici i documenti dell’epoca distrutti, inaccessibili o spesso deliberatamente fuorvianti. Per fortuna però, il compito degli storici è quello di indagare le realtà passate e riesumare eventi spesso dimenticati dal mondo accademico ma soprattutto dalla coscienza e memoria storica degli italiani, che non hanno la giusta consapevolezza di quel che è accaduto solo due o tre generazioni prima di loro.


Vi diamo appuntamento alla seconda e ultima parte dell'articolo, prossimamente su Riscrivere la Storia - Eventi Dimenticati!





[1] Nicola Labanca, La guerra italiana per la Libia 1911-1931, Bologna, il Mulino, 2012 p.198
[2]  Eileen Ryan,  Italy and the Sanusiyya: Negotiating Authority in Colonial Libya, 1911-1931, Columbia Unviersity, 2012  p.219
[3] Ivi, p. 210
[4] Federico Cresti, Non desiderare la terra d’altri, la colonizzazione italiana in Libia, Roma, Carocci, 2011 p.93
[5] Angelo Del Boca, Gli italiani in Libia, Tripoli bel suol d’amore 1860-1922, Milano, Mondadori, 1993 p.174
[6]Eric Salerno, Genocidio in Libia. Le atrocità nascoste dell’avventura coloniale italiana (1911-1931),Roma, Mianifestolibri, 2005 p.45
[7] Nicola Labanca, op.cit., p. 176
[8] Federico Cresti, op.cit. , p.96
[9] Nicola Labanca, op.cit.  p. 180-181
[10] Ali Abdullatif Ahmida, Forgotten voices, power and agency in colonial and postcolonial Libya, New York, Routledge, 2005 p.44
[11] Federico Cresti, op.cit., p.332
[12] Ali Abdullatif Ahimida, op.cit., pp.43-44
[13] Ivi, p.48
[14] Ivi, p.44
[15] Alessandro Spina, I confini dell’ombra , Brescia, Morcelliana, 2006 , p.148
[16] Federico Cresti, op.cit. pp.99-100
[17] Ali Abdullatif Ahmida, op.cit., p.44