Mario Sironi: il futurismo del classico

Mario Sironi (1885-1961) esemplifica la volontà, morale e artistica, di ricondurre il selciato culturale verso una rappresentazione classicista.


Costui si muove nell’alveo del “Gruppo dei pittori del Novecento”, assieme a personalità come Oppi, Funi, Malerba, Bucci, convogliando una resistenza nei confronti dell’estetica arcaizzante di “Valori Plastici”.
L'artista sostiene un approccio più realistico-popolare che si allontana da una visione meramente intellettuale che si regge su una sovrastruttura simbolica. Il vettore non è solo prettamente formale, ma anche ideologico. Sironi infatti inizialmente suffraga un’etica di regime, il cui monito, coniato da Margherita Sarfatti, può essere stigmatizzato in “rivoluzionari della moderna restaurazione”. L’entourage fascista propone un assetto che risponda alla collettività e che ne assembli i contenuti cognitivi in modo da assicurare una piattaforma comunicativa egemone e omogenea. L’artista attraverso la sua concezione pittorica asseconda questo indirizzo, contribuendo a un suo consolidamento e implementazione.

La collaborazione iniziale come illustratore al “Popolo d’Italia” ne forma lo scheletro ideologico, portato a questo desiderio di ritorno al classico, in un’ottica civile. “Pittura murale” (1932), avvalorata dalla successiva firma del “Manifesto della pittura murale” (1933), insieme a Campigli, Carrà, Funi, costituisce la sua erma concettuale, ove risiedono i principi di un’arte tesa alla divulgazione e all’aggregazione che ben si confà al credo fascista.


Il suo imprinting è di matrice futurista; significativo si rivela l’incontro con Boccioni e Balla, sebbene, perseguendo la sua indole, prediliga una monocromia e un “purismo” sintetico, a differenza dell’eterogeneità dinamica predicata da costoro.

L’arte come un vettore che riconduca all’ordine, che assottigli l’individualismo e che riunisca il popolo sotto l’egida di un rigore e un’autorevolezza, fondati su un passato glorioso. Un senso dell’epica che, in realtà nell’espressività peculiare di Sironi, viene smorzato da un intimismo intriso di una malinconia, severa, sempiterna. Ciò poiché costui mai perde la sua impronta, mantenendo la sua indipendenza artistica dal regime, facendo trasparire il suo disagio verso le costrizioni.

Le sue tinte spente, prive di vigore, che avvolgono in un trascorso severo, inflessibile, denotano una solitudine dell’individuo contemporaneo. Paesaggi nudi, spazi costipati, penombre, il senso del vuoto e dell’assenza che, indulgenti, incombono sulle rare figure umane che appaiono sulla scena rappresentata. L’artista mostra un animo ripiegato su sé stesso e una volontà introspettiva, sebbene sospesa, protesa, verso uno stato di rassegnazione. L’attesa che non trova una fine, una giustificazione. La sua arte ricrea un moto di sospensione del tempo e dello spazio. Da ciò una contaminazione evidente con l’arte metafisica di De Chirico, sebbene l’impostazione formale e contenutistica sia differente.


Sironi immerge le sue presenze in una tensione verso un’armonia classica, sintetizzando in modo geometrico le linee, in modo da suffragare un razionalismo “mitico”. La sua missione di “arte popolare totalizzante” (Emily Braun) si incrina nel contatto con il simbolo, deputato non esaustivo del messaggio desiderato; Jean Clair ne motiva invece l’affievolimento in merito a una delusione del fascismo.

Il suo corpus artistico da “Paesaggi urbani” (1920-1923) a “Solitudine” (1925-26) e Malinconia” (1927) denota un’ambiguità semantica che accorpa un dinamismo negativo, dove gli spazi divengono piatti, la scena si immobilizza fino al plasticismo classico, marmoreo, scultoreo di “Allieva” ( 1924). Tutti i simboli di un’iconografia classica presenti in “Malinconia” sono in dialettica con l’effigie di una contemporaneità che accoglie una sensibilità intimista, disagiata, disillusa.

Specchio di una sua particolare condizione, costui infatti è caratterizzato da una tensione nevrotica per natura, esprimendo anche la contingenza di uno stato di abbandono e desolazione. Un tramonto del senso dell’epica e un ripiegamento su sé stessi.

La finestra e lo sfondo in “Solitudine” (1925-26) sono, oltre ad un richiamo classicheggiante, anche simboli di un’incertezza di fondo, sempre volutamente inserita in un contesto di ritorno all’ordine. Qui è evidente la frattura con un’estetica gerarchica fascista che non consente aperture formali a tecniche che corrompano il tessuto pittorico sulla tela, Sironi, infatti, deforma e lavora la superficie, attestando la sua autonomia in merito a principi artistici. Costui, nel suo iter esistenziale e artistico, non trova agio nelle ristrettezze dell’epoca, desiderando un’arte complessa, di più ampio respiro che sfondasse i limiti concettuali consolidati. Arriverà a polemizzare con il razionalismo architettonico soffrendone i limiti.

Sironi manifesta un suo credo pittorico che, sebbene sia connivente soprattutto inizialmente con un’etica di regime, negli accenti di un’arte di aggregazione popolare, denota un tratto indipendente, contenutistico e formale. Nella sua volontà di ordine urta con un’imponderabilità contemporanea, chiudendosi in una rassegnazione classicheggiante, influenzata da dettami metafisici, ma tesa sempre verso un’intensità “progressista” della materia e dell’idea.

Costanza Marana

Fonti
Arte contemporanea: le avanguardie storiche, Jolanda Nigro Covre, Carocci, Roma, 2019;
Le avanguardie artistiche del Novecento, Mario De Micheli, Feltrinelli, Milano, 2014

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