Lo sfruttamento dei libici nelle fabbriche italiane durante la Grande Guerra

Nell'ottobre del 1911, l'Italia invadeva la Libia con la speranza di strapparla dal dominio dell'impero ottomano ormai in declino. Con lo scopo di allargare i propri possedimenti coloniali, il governo presieduto da Giovanni Giolitti inaugurava quella che doveva essere una guerra rapida e poco impegnativa, contro un nemico turco allo sbando e una popolazione araba pronta a saltare tra le braccia dell'invasore che si presentava come liberatore del precedente dominio.

Non fu affatto così. La guerra si protrasse per anni. Prima contro i turchi spalleggiati dagli arabi fino al 1912, poi dai soli arabi negli anni precedenti alla prima guerra mondiale, poi nuovamente dai turchi che in occasione del conflitto non si fecero sfuggire l'occasione di rinvigorire la ribellione libica e, infine, di nuovo dagli arabi che si arrenderanno definitivamente solo tra il finire degli anni venti e il principio degli anni trenta.

Il 23 ottobre del 1911 si consumò il disastro di Sciara Sciat, nel quale non solo gli uomini armati turchi e arabi rispettivamente guidati da Nesciat bey e Suleiman el-Baruni collaborarono per attaccare le posizioni italiane, ma anche la popolazione delle oasi e parte di quella Tripolitana partecipò. L’evento causò circa 378 morti e 125 feriti tra le fila italiane e diede il via ad una violenta repressione che oltre di processi ed esecuzioni sommarie, si caratterizzò per vere e proprie deportazioni nelle strutture di detenzione italiane. Alcune fonti riportano 300 persone imbarcate alla volta delle Isole Tremiti, 800 circa verso Ustica e altri 1200 distribuiti nei restanti penitenziari. La mancanza di fonti ufficiali riguardo il numero esatto di deportati, rende il loro conteggio difficile ed incerto. Seton Watson riporta un numero di 2500 anime, mentre Romain Rainero alza la cifra anche a 4-5000. Ma in Italia non venivano trasferiti solo criminali e ribelli, bensì anche i disertori delle truppe indigene, come accaduto a ben 600 soldati libici, chiamati ascari libici, che vennero portati in Sicilia per supplire alla mancanza di lavoro durante la prima guerra mondiale, trasferiti insieme alle loro famiglie anche per impedire che intrattenessero rapporti con le donne sicule. Non mancavano inoltre, autorità italiane che auspicavano l’utilizzo delle truppe indigene come carne da cannone per il fronte europeo durante la prima guerra mondiale. Del resto, la Francia e la Gran Bretagna già utilizzavano truppe indigene in Europa, ma l’Italia non aveva una posizione ancora adeguatamente assestata in Libia per poter trasferire reparti di ascari la cui fedeltà era ancora messa in discussione.

Ad ogni modo però, qualcosa in tal senso provò comunque a farlo, con l’intento di allontanare potenziali ribelli dalla colonia e di sfruttare le popolazioni sottomesse durante il difficile periodo bellico della prima guerra mondiale. Le autorità italiane trasferirono lavoratori per sopperire alla manodopera delle fabbriche italiane impegnate nella produzione indirizzata alla esigenze belliche del paese.

Deportati libici in Italia

La Ansaldo di Genova per esempio, nel maggio del 1917, richiese manovalanza proveniente dalle colonie con lo scopo di avere lavoratori da poter retribuire con salari più modesti. La preferenza della fabbrica sarebbe stata quella di assumere lavoratori eritrei ma data l’eccessiva distanza tra la colonia e la madre patria, si optò per l’assunzione di libici, ben più a portata di mano. Tra gli impiegati, vi erano sia arabi musulmani, che ebrei ed è proprio da quest’ultimi e dalle loro lettere che veniamo a conoscenza di molti dettagli, come ad esempio della paga costituita da tre lire al giorno di cui una da destinare alle famiglie rimaste in Libia, quasi la metà in meno di quello con cui veniva retribuito un cittadino italiano. La maggior parte di questi lavoratori, circa l’87%, venne indirizzata nel triangolo industriale del nord Italia, mentre il restante 13% sul resto del territorio. Sempre dalle lettere pervenute da alcuni ebrei in comunicazione anche con rabbini italiani, veniamo a conoscenza che il più delle volte, i libici venivano stipati in baracche anguste, mal riparate dal freddo, su giacigli di fortuna e di paglia. Inoltre, anche l’adattamento ad un contesto lavorativo industriale non fu facile per persone umili, abituate al lavoro nel settore agricolo o dell’allevamento, una realtà ben diversa da quella che conoscevano in Libia. La bassissima specializzazione, indusse alcune fabbriche, come l’acciaieria di Terni, addirittura a rifiutare l’impiego di questi lavoratori. In maniera simile ai deportati nei penitenziari, le pessime condizioni di salute alla partenza e quelle in cui erano costretti a vivere all’arrivo in Italia, fecero ammalare molti libici e alcuni furono costretti anche al rimpatrio causa impossibilità a lavorare.

Non occorse molto tempo prima che alcuni di questi operai si ribellassero e già a due mesi dopo l’arrivo in Italia, un gruppo di lavoratori protestò rifiutando la paga chiedendo il rimpatrio immediato. Le autorità italiane reagirono esautorando l’imam dal suo ruolo, giudicato inadatto e concessero al gruppo di arabi in protesta maggiore libertà durante le ore di riposo. La soluzione di sostituire gli imam, venne presa varie volte anche con altri gruppi di operai arrivati in momenti e tempi diversi. Essendo l’imam per la religione islamica un punto di riferimento, le rivolte e le proteste venivano rappresentate dalla massima autorità religiosa e gli italiani speravano di sedare gli animi attraverso la rimozione e il rimpatrio di queste figure. Generalmente, gli italiani erano poco propensi al rimpatrio degli operai, perché si temeva che potessero svolgere cattiva propaganda impedendo che futuri lavoratori venissero reclutati. Non mancarono inoltre, episodi di fustigazione, fino ad un massimo di 25 frustate, per gli indigeni che si rifiutavano di lavorare nei giorni di festa, nonostante fosse stato pattuito alla partenza che sarebbe stato concesso il riposo nei giorni festivi. Ma le fustigazioni, in alcuni casi, erano addirittura una prassi come testimoniano alcune lettere e addirittura il prefetto di Milano, in un’indagine nella quale non si sorprende delle rivolte degli operai costretti a vivere in un clima del genere.

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Come se tutto ciò non bastasse, nel frattempo, il governatore della Tripolitania Ameglio, incitava i lavoratori in Italia a scrivere alle proprie famiglie in modo tale da convincere altre persone a partire per la madrepatria, nonostante le esperienze che stavano sperimentando fossero pessime, senza contare che anche le famiglie intuivano che qualcosa non andava, dato che il compenso pattuito di una lira al giorno destinata a loro, quando e se arrivava, era sempre in ritardo. Fortunatamente per loro, viste le condizioni nelle quali versavano, l’esperimento dei lavoratori indigeni durò poco più di un anno dato che nel novembre del 1918, a guerra ormai terminata, gli operai vennero rimpatriati progressivamente.

A Sesto San Giovanni, una delle località dove li avevano trattenuti in quel periodo di tempo, la notizia del ritorno degli indigeni in Libia fu accolta con soddisfazione da parte della popolazione, come riportava un quotidiano locale dell’epoca. Resta comunque un mistero, quale fastidio avessero potuto recare i libici se a malapena era permesso loro di uscire dai baraccamenti nei quali riposavano fuori dall’orario lavorativo. Anche se questo trattamento può sembrare disumano, nel periodo di colonizzazione gli italiani si macchiarono di ben più atroci delitti che andarono dalle già citate deportazioni fino ai campi di concentramento, ma questa è un’altra infausta e ingloriosa storia.

Di: Cristiano Rimessi

Fonti:
Angelo Del Boca, Gli italiani in Libia, Tripoli bel suol d’amore 1860-1922, Cles, Mondadori, 1993
Francesca di Pasquale, Per la patria Italia, esperienze di lavoro e di vita nelle lettere degli operai coloniali durante la prima guerra mondiale. (Reperibile al link:http://storieinmovimento.org/wp-content/uploads/2017/07/Zap18_5-zoom4.pdf)