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Le fratture dell'Inquisizione: Vescovi e laici a confronto

La pratica dell’intervento del vescovo in materie giudiziarie nella tarda antichità è stata distinta da quella dell’Inquisizione ecclesiastica moderna soprattutto per opera degli autori protestanti del Seicento.

Caricatura dell'Inquisizione.
Fonte: https://www.salesalato.it/inquisizione-caccia-alle-streghe-roghi/inquisizione-come-si-svolgevano-i-processi/

 Il grande movimento della Riforma era stato avviato da un monaco agostiniano che aveva portato alle estreme conseguenze la concezione della separazione tra la città di Dio e la città terrena.
In un disegno di un incisore tedesco del Cinquecento, Peter Vischer, la «scoperta del Vangelo» fatta da Lutero fu rappresentata dalla figura femminile della coscienza che, voltando le spalle al papato romano in rovina, si affida al sovrano come unico esecutore del disegno divino della giustizia.

Peter Vischer.
Fonte: https://www.alamy.it/fotos-immagini/peter-vischer-the-elder.html

Si trattava di un contesto nel quale si poteva riconoscere il progressivo emergere del vincolo religioso come quello fondamentale per l’unità dell’Impero, garantito dalla persona stessa dell’imperatore ma anche dalla diffusa presenza della religione cristiana con la rete vescovile. In quell’Impero, il potere dei vescovi era diventato determinante per il funzionamento delle leggi. Il ricorso alla coercizione religiosa era speculare ad un sistema dove i legami politici si erano allentati. Era inevitabile che il potere dei vescovi fosse quello decisivo in materia di amministrazione della giustizia: riservarsi il diritto di intercedere era necessario per dirigere l’azione dei giudici imperiali e per impedire che si eccedesse nell’uso della violenza e del terrore.


Una sottile parete di principio divideva ancora i vescovi dai funzionari imperiali: quella del ricorso alla pena di morte. Nel 385 l’eretico spagnolo Priscilliano, accusato di magia e di pratiche oscene, era stato condannato a morte e la sentenza era stata eseguita a Treviri. L’ingresso della pena di morte tra gli strumenti per garantire l’unità religiosa era un dato di fatto. Vescovi come Agostino cercarono di contenerne l’uso entro limiti e di qualità, intervenendo sul piano pratico per intercedere a favore dei condannati e precisando sul piano teorico il punto di vista ecclesiastico: ci si richiamava alla norma evangelica del perdono e della mitezza. Agostino ricorse a ossimori per includere la severità nel campo della misericordia: la «misericordia puniens» era da preferire alla «crudelitas parcens»: crudele è chi lascia che un bambino si trastulli con un serpente senza intervenire.

Fonte:
 http://www.lplnews24.com/2012/06/streghe-e-inquisizione-la-verita.html

 Richiamandosi al dovere fraterno della «correzione» del fratello che sbaglia («correctio») introdusse una variante terminologica. Parlò poi di «ecclesiastica correptio» per definire l’esercizio del potere vescovile di giudicare e di condannare. La realtà del ricorso alla coercizione si trovava cosí legittimata e coperta dal modello evangelico. Rimaneva un’ultima distinzione formale tra la «correptio» vescovile e la giustizia imperiale: la sentenza dei vescovi si arrestava davanti alla pena di morte. La punizione del vescovo a differenza di quella del vicario imperiale lasciava vivo il peccatore e gli consentiva di imparare a «bene vivere». L’uso della «disciplina» non doveva spingersi fino all’uccisione perché cosí si dissolveva la possibilità di giovare al punito. Tutto ciò non significava tuttavia che fosse anticristiano uccidere: il giudice e il soldato dovevano uccidere per compiere il loro ufficio.

Tribunale laico spagnolo. 

Non era in discussione il principio del ricorso alla violenza punitiva: l’estensione delle pene dei delinquenti comuni agli eretici si fondava sulle stesse argomentazioni. Agli uomini di chiesa spettava il compito di portare sentimenti di misericordia e di mitezza, poiché la virtú della misericordia poteva rendere meno gravi i peccati di cui ogni cristiano era carico: sant’Ambrogio ricordò al clero e all’imperatore cristiano che graziare il condannato a morte era sciogliere se stesso dalla catena della colpa, ottenere il perdono dei propri peccati.


Di: Anna Maria Vantini.

Fonti:
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- Brambilla, Elena, Corpi invasi e viaggi dell’anima. Santità, possessione, esorcismo dalla teologia barocca alla medicina illuminista, Viella, Roma, 2010
- Levack, Brian P., The Devil Within. Possession & Exorcism in the Christian West, Yale University Press, New Haven and London, 2013
- Mandrou, Robert, Magistrati e Streghe nella Francia del Seicento. Un’analisi di psicologia storica, Editori Laterza, Bari, 1971
- Midelfort, Erik H. C., Exorcism and Enlightment. Johann Joseph Gassner and the Demons of Eighteenth-Century Germany, Yale University Press, New Haven and London, 2005
- Prosperi, Adriano, Il Concilio di Trento: una introduzione storica, Einaudi, Torino, 2001
- Sluhovsky, Moshe, “Believe not Every Spirit”: Demonic Possession, Mysticism, and Discernment in Early Modern Catholicism, University of Chicago Press, Chicago, 2008
- Vos, Nienke, Otten, Willemien, Demons and the Devil in Ancient and Medieval Christianity, Brill, Leiden, 2011
- Young, Francis, Possessione. Esorcismo ed esorcisti nella storia della Chiesa cattolica, Carocci editore, Roma, 2018