Fact Checking History

Il campo di concentramento di Rab

Il ruolo dell’Italia nel contesto della seconda guerra mondiale, da qualche decennio è tornato al centro dell’attenzione del dibattito storico. È anche grazie allo storico Angelo del Boca, scrittore del saggio “Italiani, brava gente?”, che gli italiani cominciano seriamente a interrogarsi su questa grande questione. Effettivamente, c’è stata un’anomalia nella ricostruzione storica stessa; sembra infatti che un enorme buco nero abbia risucchiato determinati episodi legati all’esperienza bellica e non dell’Italia. Per una serie di ragioni storiche, politiche e psicologiche prospettatesi nell’immediato dopoguerra, pare che parte dell’opinione pubblica italiana abbia rimosso gran parte della nostra esperienza precedente all’Armistizio dell’8 settembre '43.


Sembra infatti che gli italiani abbiano fatto pace con la propria storia, riscattando con il movimento partigiano ciò che era stato il Ventennio fascista. Questa tesi è stata anche avvalorata dalla cinematografia italiana, che ha descritto, seppur egregiamente, le gesta italiane in modo benevolo, non lasciando spazio a interpretazioni negative. Rimangono nella memoria comune pochi sprazzi dei conflitti a cui ha preso parte l’Italia, spesso legati a pellicole cinematografiche di successo: la ritirata dalla Russia magistralmente raccontata da Giuseppe de Santis in Italiani brava gente, del 1965; la sconfitta nel deserto africano, descritta da Guido Malatesta in El Alamein del 1957 e le atmosfere da vacanza coatta di Mediterraneo diretto nel 1991 da Gabriele Salvatores. Nonostante questi film presi d’esempio siano stati proiettati in anni e contesti sociali differenti, il filo logico è lo stesso; il milite fascista è umile, debole e non indottrinato come quello tedesco. Stessa opinione è condivisibile sulla letteratura italiana del dopoguerra, che punta a descrivere in modo indelebile ciò che fu il movimento partigiano.

Nell’immaginario collettivo, gli italiani appaiono sempre solo come vittime della guerra e del Regime e mai come carnefici. Sono sempre in balia degli eventi, rassegnati al loro destino e tanti di essi saranno fascisti solamente per convenienza. Eppure il nostro esercito aveva anche ottenuto dei successi; o meglio, si era trovato dalla parte dei vincitori tedeschi, imponendo il suo dominio, fino alla catastrofe del '43, su una parte consistente dei Balcani e non solo. In quest’area così significativa per l’imperialismo italiano, il Regime aveva impiegato le sue migliori risorse militari, diplomatiche e propagandistiche, arrivando a schierare fra i seicento e i settecentomila uomini. Circa metà dell’intera fanteria a disposizione dell’esercito italiano ha vissuto l’esperienza di un’occupazione militare in territori animati dalla resistenza contro gli invasori: ha combattuto in pratica contro i partigiani. Infatti, sono migliaia i civili falciati dai plotoni di esecuzione italiani, dalla Slovenia alla "Provincia del Carnaro", dalla Dalmazia fino alle Bocche di Cattaro e Montenegro senza aver subito alcun processo, obbedendo a semplici ordini provenienti dai generali dell'esercito, dai Governatori e dai commissari fascisti. Alla maggior parte degli italiani, il nome di Arbe non dice nulla. Eppure, come vedremo a breve, proprio sull’isola di Rab (Arbe in italiano) sarà creato il peggior campo di concentramento italiano.

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Il contesto: Il primo giugno 1940, dieci giorni prima dell’entrata in guerra, il Ministero degli Interni di Roma diramò a tutte le Prefetture la seguente direttiva: “Appena dichiarato lo stato di guerra, dovranno essere arrestate e tradotte in carcere, le persone pericolosissime sia italiane che straniere di qualsiasi razza, capaci di turbare l’ordine pubblico o di commettere sabotaggi o attentati, nonché le persone italiane o straniere segnalate dai centri di controspionaggio per l’immediato internamento.” Se fino a quel giorno il fascismo aveva adottato il confinamento come strumento repressivo nei confronti degli antifascisti, l’inizio della guerra vedeva l’inasprimento di tale provvedimento nella forma dell’internamento. La spartizione del territorio fra i due alleati invasori concesse all’Italia una porzione occidentale della Slovenia che viene annessa come provincia di Lubiana, mentre la II° Armata comandata del Generale Ambrosio occupa militarmente i territori della Dalmazia, di parte della Croazia e del Montenegro. Se le aree meridionali saranno assoggettate al controllo militare, il territorio sloveno annesso, essendo divenuto nazionale a tutti gli effetti, diventerà un’amministrazione civile affidata al commissario Grazioli, ed erediterà quindi la normativa sull’internamento degli oppositori del Regime. L’unico strumento di cui disponevano gli italiani per contrastare la resistenza slava era una rete di collaboratori ed informatori. In realtà spesso si trattava di millantatori e di approfittatori, che tuttavia necessitavano di protezione dal momento che, non controllando gli italiani il territorio, essi erano esposti alle rappresaglie dei partigiani. All’internamento “preventivo”, si affianca quindi quello “protettivo”, riservato ai collaboratori a cui veniva destinato, almeno in linea di principio, un trattamento migliore.


L’occupazione italiana di quell’area è fatta di chiaroscuri: episodi di solidarietà verso le popolazioni, tipo la protezione dei civili serbi dalle stragi commesse dai fascisti croati ustascia, si alternano a crimini terribili ordinati con cinismo da generali senza scrupoli, come la cattura di ostaggi, le fucilazioni sommarie sul posto di sospetti senza esser processati, deportazioni di massa, la distruzione di interi villaggi, rappresaglie sulle popolazioni a scopo intimidatorio e punitivo, saccheggiamento dei beni, setacciamento sistematico delle città e rastrellamenti; una vera e propria politica del terrore. Nel clima di repressione instauratosi con l’occupazione militare nel territorio jugoslavo, per il regime fascista nasceva inevitabilmente l’esigenza di creare delle strutture per il concentramento di un gran numero di civili deportati da quelle regioni. Non meno di centomila persone saranno segregate in campi di internamento, che nonostante non fossero forniti degli strumenti di morte passati tristemente alla storia, vedranno perire circa cinquemila persone. Eccoci tornati ad Arbe, una specie di paradiso terrestre che si trasforma in un inferno. Eppure proprio questo può essere considerato un caso esemplare delle contraddizioni del sistema d’occupazione italiana. Qui, accanto alle baracche dove muoiono di stenti i civili jugoslavi, viene creato un campo speciale per ebrei. Si tratta di profughi provenienti da tutta Europa, vittime delle persecuzioni naziste rinchiusi ad Arbe col preciso scopo di sottrarli allo sterminio. Ma di questo parleremo dopo. 6 aprile del '4. L'esercito italiano coadiuvato da quello nazista invade la Jugoslavia. La Slovenia viene smembrata fra Italia (il territorio che diventa provincia di Lubiana) e Germania. Il 18 maggio Aimone di Savoia diventa re di Croazia, con il collaborazionista Ante Pavelic come Primo Ministro. Quasi in concomitanza, le prime formazioni partigiane slovene cominciano ad organizzarsi per contrastare l’invasore. Spinti anche dal motivo ideologico, inizieranno le loro azioni contro i nazifascisti a partire dal luglio '41. Il primo tentativo di annientamento del movimento di liberazione jugoslavo, avverrà con un'azione congiunta italo-tedesca realizzata nell’ottobre '41. Essa terminerà con un totale fallimento, malgrado l’uso sistematico del terrorismo verso le popolazioni civili, le stragi e la distruzione e le rappresaglie feroci verso i partigiani e le loro famiglie (solo a Kragulevac, attualmente cittadina serba, saranno fucilate 2300 persone). In Slovenia, già dall’ottobre del '41 il Tribunale Speciale pronuncia le prime condanne a morte e il mese dopo entrerà in funzione il Tribunale di Guerra. Con l'inasprimento della lotta, i nazifascisti tentano una seconda grande offensiva con 36.000 uomini. Scarsi risultati, moltissime vittime. I partigiani riescono a sfuggire al tentativo di accerchiamento. Uno sforzo vano che contribuirà solamente ad accrescere l’odio nei confronti del nemico invasore. La terza grande offensiva si svolge dal 12 aprile al 15 giugno '42, sotto la direzione del Generale Roatta , che guiderà quattro divisioni italiane del XI^ Corpo d'Armata. Ancora una volta si registrano grandi perdite, accompagnate da stragi e distruzioni. Non verrà raggiunto l'obiettivo di annientamento. Gli italiani non conoscevano bene il territorio dove stavano effettuando queste operazioni. Oltre a ciò, la popolazione locale collaborava e dava protezione ai partigiani. Con queste condizioni era improbabile che le operazioni di arrivassero a compimento. Il bilancio delle vittime slovene in 29 mesi di terrore fascista è di 13.087. Il maggior numero di morti è dovuto alle fucilazioni sul posto, alle morti nei campi di concentramento, che furono almeno 31 e in minor numero a decessi per sevizie e torture. Quelli italiani in queste aree sono stati campi di concentramento ancora più disumani di quelli tedeschi, perché non erano nemmeno dotati delle più elementari strutture.


Il campo: Il campo di Arbe (Rab in croato), sorge in una delle isole che costellano il lato orientale dell'Adriatico (oggi appartenente alla Croazia). Secondo lo storico Tone Ferenc, che si occupa dei campi nati nella provincia di Lubiana tra il ‘41 ed il ‘43, l'idea di costruire un campo di concentramento in questa area nasce nel maggio '42, quando si stanno saturando i campi di Lovran, Bakar e Kraljevica, strutture che ospitano civili jugoslavi, organizzati e gestiti dalle autorità civili e militari italiane. Il luogo prescelto per la costruzione del campo di concentramento si trova in località Kampor, non lontano dall'abitato Rab, oggi ridente cittadina a vocazione turistica. Esso si estende lungo una grande spianata racchiusa tra due insenature. Già alla fine di giugno, i soldati italiani evacuano forzosamente gli abitanti delle poche case del centro abitato, sradicano un vigneto e allargano la strada di collegamento con il capoluogo. Il progetto prevede la costruzione di quattro diversi campi, per una capienza complessiva di circa 20mila posti. Ipotesi che poi venne abbandonata, poiché, sorgendo su un isola, il campo può essere approvvigionato solamente via mare. Questo problema logistico fa si che il campo viene ridimensionato: avrà una capienza solamente di circa 11mila ospiti. Nel campo che dipende dalla 2° Armata, sono impegnate circa 2mila guardie di sicurezza divise tra soldati e carabinieri, molti dei quali prendono alloggio nelle abitazioni requisite agli abitanti del luogo. Proprio loro danno il via all’installazione di circa mille tende, ciascuna da sei posti.

Nonostante il campo sia ufficialmente aperto nel luglio del '42, all’arrivo dei primi prigionieri le uniche cose completate sono la recinzione di filo spinato e le torrette di guardia. Alle fine di luglio, quando arriva il primo trasporto di internati, le tende non sono state ancora sistemate completamente, tanto che molti deportati devono erigerle personalmente appena giunti nel campo. La costruzione delle baracche in muratura e in legno parte solamente nell’autunno 42. Disorganizzazione e scarsità di materiali fanno si che, seppur in modo involontario, il campo diventerà una trappola mortale. Secondo il diario storico militare del XII Battaglione Carabinieri Reali redatto dal Tenente Colonnello Luigi Brucchetti, in una sola settimana, quella che va dal 3 al 9 agosto '42, a Rab vengono internate 4747 persone provenienti da varie località della Slovenia. Anche nel mese di settembre gli arrivi si susseguono con molta intensità.


L’Ottobre del 1942 registra il numero maggiore di internati presenti contemporaneamente; dai documenti, infatti, sembra che i prigionieri fossero 8.260. Da quel momento in poi, il numero degli internati comincia a diminuire sensibilmente. Innanzitutto perché il comando della II° Armata decide di ridimensionare la capacità e di farlo diventare più un luogo di transito e smistamento piuttosto che di internamento. Inoltre, il mare rende sempre più difficoltoso l’arrivo dei rifornimenti e delle derrate alimentari. La guerra per l’Esercito italiano sta precipitando. Da li poco sarebbe stato impossibile pensare anche alla gestione di questo tipo di strutture. I pochi materiali a disposizione delle autorità dovevano essere gestiti in luoghi più idonei. Dal mese di novembre del ‘42 iniziano quindi i primi trasferimenti. Il 24 novembre partono 250 uomini destinati ai lavori di costruzione del nuovo campo di concentramento di Renicci, nel comune di Anghiari, in provincia di Arezzo, entrato ufficialmente in funzione nell’ottobre '42. Ma i trasferimenti più numerosi sono quelli di donne e bambini trasportati nell'inverno del '42 al campo di concentramento di Gonars, in provincia di Udine, costruito inizialmente per i prigionieri di guerra russi, ma poi utilizzato per i civili della provincia di Lubiana. A metà dicembre dello stesso anno, nel campo di Arbe hanno già perso la vita 502 prigionieri. Il numero di internati scende a 6.577 il 16 dicembre '42 e a 2.857 il primo febbraio dell'anno successivo Nel campo, in poco più di un anno di funzionamento sono internati, seppur non contemporaneamente, 10564 internati, di cui 9.537 di religioni varie (4.958 uomini, 1296 donne,1.039 bambini), più 1.027 ebrei (930 donne, 287 bambini). Gli internati sono civili e politici croati, civili jugoslavi, civili e politici sloveni ed ebrei profughi. Tra di essi, ci sono anche alcune donne partorienti; l’internato più vecchio al momento dell’arresto aveva 92 anni. In totale, sembra che ci siano stati non meno di 27 trasporti speciali verso il campo.

Le condizioni del campo:  Fin dall’inizio, quindi, i deportati sono stipati in piccole e vecchie tende militari. Esse sono scarsamente impermeabili e gli internati sono costretti a coricarsi su della paglia già usata e a coprirsi con una leggera coperta, piena di pidocchi e di cimici. Le cause principali di morte sono legate a problemi cardiaci e respiratori, tipo la broncopolmonite, alle infezioni accelerate dalle terribili condizioni igieniche, all’inedia e al deperimento organico, dovute soprattutto alla scarsità di cibo disponibile; si pensi infatti che le razioni di cibo giornaliere non superavano gli 80 grammi di pane, accompagnate da una brodaglia cucinata in ex bidoni di benzina, molto al di sotto della quantità già prevista per gli internati. Proprio alla luce di ciò, si hanno notizie di gestanti che hanno messo alla luce neonati già morti. Oltre a questi motivi, la casualità e le avverse condizioni atmosferiche aggravate da pioggia, neve e dalla gelida bora, hanno contribuito a provocare centinaia di morti.


Nella notte del 29 ottobre '42, per esempio, il campo viene colpito da un violento nubifragio che spazza via più di 400 tende e causa l’annegamento di 5 bambini. Era usuale anche che la pioggia intasava le latrine che riversavano cosi il liquame delle tende. Cause fortuite, agenti atmosferici, negligenza e impreparazione dei carcerieri italiani faranno si che il campo di Rab diventi una bomba pronta ad esplodere. Molti dei prigionieri vengono rastrellati mentre lavorano nei campi in estate. Vengono presi alla sprovvista e proprio per questo durante la loro prigionia sono costretti ad indossare vestiti leggeri, gli stessi che hanno al momento della cattura; nulla verrà dato loro per coprirsi e per alleviare le loro sofferenze.

Le possibilità di sopravvivenza sono limitate solamente ai più robusti fisicamente e ai più resistenti spiritualmente. Inoltre, le migliaia di detenuti dispongono di soli tre rubinetti per l'acqua, erogata tre ore al mattino e tre ore al pomeriggio che, nei casi di punizione, viene addirittura interrotta. Nonostante i campi di internamento non prevedessero forme di violenza fisica, ad Arbe si registrano numerosi gesti violenti. Frequente era l’incatenamento dei reclusi inadempienti ad appositi pali e non mancavano neanche le percosse inferte con il calcio dei fucili. Inoltre la pressione psicologica non era indifferente; ad esempio gli internati, erano obbligati a salutare romanamente tutti i militari italiani. In questo, i militi italiani erano perfettamente allineati con i soldati tedeschi. Violenze e intimidazioni erano all’ordine del giorno nei campi di concentramento controllati da entrambi. 15 dicembre '42. L'Alto Commissario per la Provincia di Lubiana, il gerarca fascista Emilio Grazioli, trasmette al Comando dell' XI° Corpo d'Armata una lettera: "...Mi riferiscono che in questi giorni stanno ritornando degli internati dai campi di concentramento, specialmente da Rab. Il medico provinciale ha costatato che tutti senza eccezioni, mostrano sintomi del più grave deperimento e di esaurimento, e cioè: dimagramento patologico, completa scomparsa del tessuto grasso nella cavità degli occhi, pressione bassa, grave atrofia muscolare, gambe gonfie con accumulo di acqua, peggioramento della vista, incapacità di trattenere il cibo, vomito, diarree o grave stipsi, disturbi funzionali, auto intossicazione con febbre." Il comandante dell’ XI° Corpo d'Armata, il Generale d’Armata Gastone Gambara, risponde scrivendo: "è comprensibile e giusto che il campo di concentramento non sia un campo di ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo”. Gambara nel dopoguerra sarà accusato dalla neonata Repubblica jugoslava di essere uno dei responsabili della repressione nei Balcani e verrà accusato di crimini di guerra. La Repubblica Italiana, però, non acconsentirà mai alla sua consegna.

Già alla metà del dicembre ‘42 gli internati che hanno perso la vita sono 502, con un picco giornaliero raggiunto il giorno 25 novembre con 24 decessi. 19 gennaio '43. il Generale di Brigata Umberto Giglio redige un lungo rapporto sull'assistenza sanitaria organizzata dai militari nel campo di concentramento di Rab, in cui li invita a "prendere tutte le misure tendenti a migliorare le condizioni di notevole depauperamento organico degli internati derivanti sia dai disagi e dalle privazioni precedenti all'arresto, sia al trauma psichico dell'arresto stesso e dalle aggressioni da parte dei ribelli, subite durante il viaggio di trasferimento”. Insomma, secondo i militari la colpa delle morti per fame nel campo di concentramento di Rab è da attribuirsi ai partigiani jugoslavi che, invece, attaccavano i convogli italiani proprio per liberare i loro connazionali. Anche la propaganda fascista è protagonista in questo contesto. Così come il regime nazista si è adoperato, per esempio, alla creazione di un documentario affinché il ghetto di Theresienstadt venisse mostrato agli occhi dell’opinione pubblica internazionale come un modello di città per gli ebrei, anche la Sezione Fotografica del Comando Superiore della II Armata scatta alcune immagini di propaganda, che mostrano gli alberghi di Rab trasformati in stanze d'ospedale, con i letti perfettamente allineati, la biancheria perfettamente linda e il personale sanitario che visita i pazienti con scrupolosa cura. Di tutt'altro tenore, invece, sono le foto di autori anonimi che ci sono pervenute dal campo. Quest' ultime mostrano persone ridotte a pelle ed ossa e file di cadaveri scheletrizzati. La propaganda fascista di certo non ha avuto lo stesso impatto di quella nazista. Serviva un pubblico perfettamente indottrinato per fare attecchire determinati messaggi e quello italiano non lo era. Ma avrebbe accettato senza problemi quel tipo di immagini che mostravano scene di ordinaria quotidianità provenienti dal campo; per il popolo italiano era inconcepibile che i propri connazionali potessero agire con tale violenza nei confronti di altre persone.


Il 25 marzo del '43 gli internati a Rab sono 2.654 e di questi; 358 di essi sono ricoverati nei diversi ospedali e altri 851 nei "preventori", baracche create all'interno del campo dove venivano sistemati i prigionieri che non hanno una specifica patologia, catalogati infatti come “denutriti”. Praticamente, poco meno della metà degli internati è malata e quotidianamente perdono la vita prigionieri di tutte le età. Si pensi che qui il tasso di mortalità è stato del 19%, mentre a Buchenwald, uno dei maggiori campi di sterminio concentramento nazista dove sono periti circa 56mila prigionieri, il tasso di mortalità è stato del 15%. Quella di Rab è una percentuale talmente alta che gli storici jugoslavi hanno definito questo un campo di sterminio vero e proprio. Una dichiarazione che lascia più di una perplessità, dalla cui però non possiamo esimerci dal dare una interpretazione. Naturalmente un giudizio del genere aprirebbe una prospettiva storica del tutto nuova. È vero che manchi tutta la struttura organizzativa, burocratica e logistica legata al sistema dei campi di sterminio nazisti, ma di certo non si può ignorare come all’interno di questi campi di prigionia si registrino stesse dinamiche che in fin dei conti hanno portato allo stesso risultato. Cosi come i medici nazisti impiegati nelle operazioni dell’Aktion t4 compilavano certificati di morte falsi da spedire alle famiglie delle vittime, anche i medici militari del campo liquidano quasi sempre le morti degli internati, catalogandole per esempio come collassi cardiaci, proprio perché il campo non doveva palesare le pessime condizioni di vita. Questo tipo di atteggiamento messo in pratica dai carnefici italiani e tedeschi, sarà utilizzato dagli studiosi negazionisti, che negli ultimi decenni hanno cercato di destrutturare i fatti storici, incuneandosi in quei pochi frammenti lasciati scoperti dalla storiografia ufficiale. Il campo di Rab ha un suo cimitero collocato nella parte estrema della pianura. Secondo le testimonianze, nei periodi peggiori quando i morti erano decine al giorno, i corpi vengono sepolti nelle fosse comuni.

Ad oggi, non è ancora stato stabilito con certezza il numero degli internati morti nel campo. Herman Janež, che allora era un bambino di sette anni, ricorda il terribile inverno passato sull'isola: “Le guardie ogni giorno facevano l’appello di noi ragazzini per poi portarci nella rada di mare antistante al campo e farci fare il bagno. Ci nascondevamo, ma poi questi ci stanavano e ci costringevano ad andare in acqua. Eravamo già deboli, pieni di zecche e di pidocchi, di piaghe purulente, puzzavamo di sterco nostro e altrui, e dopo questi bagni un semplice mal di gola ha portato tanti di noi al camposanto”. La mortalità maggiore, infatti, si registra quando il freddo pungente della bora porta via gli internati a grappoli. Sopravvissuto, egli ha dedicato la sua vita poi a ricostruire la storia del campo e ha redatto insieme ad altri sopravvissuti un elenco nominativo di 1.477 deceduti. Secondo il clero sloveno, invece, i morti sarebbero stati 3mila. Il vescovo di Lubiana, monsignor Gregorij Rozman, nella speranza di potere intercedere, si era recato di persona da papa Pio XII, chiedendo un intervento presso il governo italiano prima che “Arbe diventi accampamento di morte e sterminio”. In seguito alla denuncia, Roatta ha disposto un ispezione nell’isola, affidata al generale Giuseppe Gianni. La relazione conclusiva attacca il clero sloveno, perché “se avessero indotto i fedeli a non affiancarsi ai partigiani”, i campi sarebbero stati superflui. Ancora una volta, le autorità militari italiane attaccano il movimento partigiano; l’internamento, quindi, non sarebbe avvenuto se la popolazione locale non avesse collaborato con la resistenza partigiana. Nel contempo, il Generale Gianni non nega l’alto tasso di mortalità, attribuendola alle minorate condizioni fisiche in cui gran parte degli internati giungono nel campo e all’età avanzata di molti di loro. Appellarsi alle malattie fisiche per giustificare un tale numero di decessi, sarà, come accennato prima, un classico atteggiamento dei negazionisti delle camere a gas dei campi di sterminio. Nelle vicinanze del campo esiste un ambulatorio. La struttura ha alcune camere e una cantina. Essendo il numero dei letti insignificanti, gli ammalati giacciono nei corridoi, addirittura per terra e persino in cantina, dove di solito finiscono i casi più gravi arrivati quasi in punto di morte.


Gli internati ebrei: Il campo di Arbe va ricordato anche per aver ospitato 1027 ebrei, che grazie alla protezione dell’Esercito italiano riusciranno a sfuggire alla deportazione nei lager nazisti. Fin dall’occupazione, le forze tedesche e gli ustascia croati attuano la deportazione della popolazione ebraica. Alcuni membri della comunità semita individuano nell’Esercito italiano attestato sulla costa Dalmata, la possibilità di sfuggire alla cattura. E in effetti un migliaio di essi, in maggior numero croati, chiedono protezione a Roatta che, respingendo non senza fatica le pressanti richieste dei tedeschi, li colloca ad Arbe in internamento protettivo. Fra la capitolazione dell’8 settembre e la riconquista del territorio da parte dei tedeschi, gli altri che non sono riusciti a ripararsi presso gli italiani riusciranno a trovare un insperato aiuto nelle truppe di Tito e a evitare cosi la deportazione.

Nello specifico, alcune centinaia di ebrei erano concentrati soprattutto nella città di Mostar, attualmente in Bosnia, a cui si aggiungono migliaia di profughi in fuga dallo Stato Indipendente di Croazia, sfuggiti ai massacri commessi dagli ustascia e dai loro alleati tedeschi. Tranne una parte respinta alla frontiera di Fiume, gli ebrei saranno accolti nella Dalmazia annessa dall'Italia e la protezione sarà estesa anche a quelli che si troveranno nelle zone occupate dalle truppe italiane in Croazia, i quali, pur sottoposti a vigilanza continueranno a vivere liberamente. Alla fine del '42 la situazione è resa più complicata dalle continue richieste croate di ottenere gli ebrei presenti nei territori occupati italiani, alle cui poi si aggiungeranno presto anche le pressioni tedesche. In totale, gli ebrei residenti o rifugiati nella zona di occupazione italiana in Croazia saranno 2761. La tragedia che avrebbe colpito gli ebrei in caso di consegna ai propri alleati, ha fatto sì che il Regio Esercito escogitasse pretesti per non rispondere alle richieste , opponendo una serie di continui rinvii per non procedere ad alcuna consegna degli ebrei internati anche ad Arbe.

In un primo tempo si era ipotizzato di internare gli ebrei in locande e alberghi dismessi nella città di Grado, poi si era preferita la soluzione del campo di Arbe dove sarà allestita appositamente un'area separata, in cui verranno fatti confluire complessivamente gli oltre 3.500 nuovi internati. Qui vivranno in una condizione sicuramente migliore degli internati slavi potendo ricevere visite esterne e svolgere attività ricreativa. Le autorità militari e civili che operano in Jugoslavia, nel frattempo, esercitano pressioni su Mussolini fin quando egli non revocherà le precedenti disposizioni, decidendo che tutti gli ebrei sarebbero rimasti internati in territorio sotto giurisdizione italiana. Inoltre, gli organi italiani siti in quell’area, da quel momento in poi si impegneranno ad avviare le pratiche di rinuncia alla cittadinanza croata. Un’escamotage per sviare alle richieste di consegna degli ebrei con passaporto croato da parte del governo ustacia.

Insieme agli ebrei, ad Arbe saranno internati a scopo "protettivo" anche molti serbi sfuggiti alle persecuzioni croate. Ancora nell'agosto '43 le autorità italiane si preoccuperanno dell'incolumità degli internati ebrei immaginando, in caso di ritirata delle truppe italiane, di mantenere un presidio armato affinché gli internati protettivi non cadessero in mani straniere. Questo atteggiamento benevolo emerge anche da una relazione del Ministero degli Affari Esteri datata 1946, che riguarda gli atteggiamenti che lo stesso ministero adopera per la tutela delle comunità ebraiche (1938–1943). Da questa relazione si evince che il Ministero “ritenne suo dovere ostacolare come poté, nell’ambito della propria competenza, l’applicazione di tali leggi e di tali direttive (leggi antiebraiche)”. Il suo scopo era duplice: quello di proteggere la situazione degli ebrei stranieri in Italia e quello di proteggere la situazione degli ebrei italiani all’estero. Addirittura, nell’estate del ‘41 un reparto italiano in Croazia simulerà un inesistente rastrellamento di partigiani per raggiungere un gruppo di ebrei e portarli in salvo con carri armati. L’episodio susciterà violente reazioni da parte dei croati, tanto che il Comando italiano si vedrà costretto a intervenire e a spedire alla corte marziale gli ufficiali colpevoli che verranno puniti, per cosi dire, con qualche giorno d'arresto. Il comportamento degli italiani nei confronti degli ebrei in Croazia viene analizzato anche da due saggi di J.Sabille, inseriti nel testo di Leon Poliakov “Le condition des juifs en france sous l’occupation italienne, “ pubblicato e tradotto in italiano nel '56. Da essi emerge un giudizio lusinghiero nei confronti delle truppe d'occupazione italiane. Anche Renzo De Felice elogia l‘intervento del ministero degli Affari Esteri e dei comandi militari italiani nei territori occupati dalle nostre truppe, in Francia, Jugoslavia e Grecia; grazie a questa intercessione, è stato possibile che queste zone diventassero il riparo per migliaia di ebrei che con ogni mezzo affluiranno dalle vicine zone di occupazione tedesca e da quelle sotto amministrazione collaborazionista. Il fenomeno ha assunto misure cosi imponenti da creare seri dissapori tra i comandi italo-tedeschi e i governi collaborazionisti. Addirittura, l’atteggiamento benevolo italiano ha provocato una serie di passi ufficiali di protesta da parte della diplomazia nazista a Roma.


Nella Jugoslavia occupata dagli italiani (metà Croazia, Dalmazia e Montenegro), tra il '41 e i primi mesi del '42, le azioni di aiuto e soccorso verso gli ebrei vengono realizzate più o meno tacitamente e individualmente dai vari comandi locali italiani, con il silenzioso consenso delle più alte autorità militari che reagiscono in tal modo agli orrori commessi dagli ustascia. Sull’isola, dopo la partenza della maggior parte degli internati rimarranno circa 250 ebrei, vecchi donne e bambini. Alcuni di essi sono ammalati e dopo l’occupazione da parte dei tedeschi saranno trasferiti alla Risiera di San Sabba e poi deportati ad Auschwitz. Un più ridotto gruppo di ex internati ebrei, servendosi di barche di pescatori, riuscirà a raggiungere l’isola di Lissa (Vis). Dopo qualche giorno sarebbero approdati a Bari.

Le conseguenze storiche: Gli internati di Arbe sono soprattutto contadini, boscaioli, operai e artigiani. Ma non mancano i commercianti a cui va aggiunto un piccolo numero di intellettuali. Questi ultimi svolgeranno un ruolo importante nell’organizzazione culturale del campo e anche in quella politica e militare. All’inizio del '43, infatti, si era costituita una piccola cellula clandestina del Fronte Nazionale di Liberazione Sloveno, che sarebbe stata fondamentale nei mesi successivi, quando già nell’estate dello stesso anno, dopo la caduta di Mussolini, si estende la convinzione di una prossima disfatta del nazifascismo. In vista di ciò, gli italiani probabilmente introducono alcuni miglioramenti nei campi e negli ospedali di tutta l’area occupata. In fin dei conti i soldati italiani non ci avevano mai creduto fino in fondo a quello che facevano, né tantomeno ammiravano l’alleato teutonico. Bisognava farsi trovare pronti se l’alleato fosse caduto e alleviare le pene dei prigionieri sloveni sembrava essere la migliore soluzione.

Nella primavera del '43 si presentano i primi segni di sfacelo della guarnigione. I soldati palesano la volontà di avvicinarsi verso i detenuti, malgrado la ferrea disciplina imposta dal comandante del campo, il tenente colonnello Vincenzo Cujuli, un fanatico fascista, sadico, uso ad adoperare solo la frusta, di cui parleremo più tardi. Con il 25 luglio '43 e la fine della ventennale dittatura fascista, le prospettive nel campo non cambiano. Gli internati reagiscono "spontaneamente e sorprendentemente cantando", prima canti popolari poi quelli partigiani; carabinieri e militari non reagiscono. Di conseguenza, l’attività politica e di propaganda dei nuclei partigiani si intensifica notevolmente. Così, la sera dell' 8 settembre, la notizia dell’Armistizio si diffonde rapidamente e la cellula del Fronte di Liberazione nata nel campo mette in atto un piano che porta il 10 settembre all’organizzazione da parte dei gruppi clandestini di un’assemblea popolare. Non solo. Subito dopo la notizia, le truppe italiane accolgono la notizia con grande entusiasmo. Pensavano che la guerra per loro fosse finita. Mai errore fu più grande. L’11 settembre avviene il disarmo della guarnigione italiana che già era totalmente allo sbaraglio. Nessuna indicazione era giunta dai comandi militari. Guardie e carabinieri invece erano rimasti al loro posto. Allo stesso tempo viene eletta una nuova amministrazione del campo e viene ammainata la bandiera italiana. Un gesto simbolico che chiuderà per sempre il dominio italiano in quell’area. I militari italiani, circa 2000 al momento, verranno disarmati in modo pacifico, senza nessun atto di vendetta e portati nel porto di Rab per poi essere imprigionati.

Questo atteggiamento dimostra come il comportamento degli italiani, seppur con numerose eccezioni, non è paragonabile a quello tenuto dai nazisti nei campi da loro gestiti. Agli italiani, probabilmente, mancava il principio di odio e di superiorità razziale tanto caro invece ai tedeschi. Gli stessi detenuti sopravvissuti ascoltati dopo la liberazione, riferiranno che la maggioranza dei soldati e di giovani ufficiali italiani manifestava una certa apatia nell’adempiere agli ordini, non accanendosi sui prigionieri. Addirittura, cosi come si evince dalle testimonianze, a pochi mesi dalla liberazione alcuni alberghi di Rab verranno trasformati in ospedali. Proprio qui verranno impiegati diversi medici italiani catturati; i pazienti in cura riterranno "buoni ed umani” . Nei giorni 15 e 16, infine, si formerà la brigata partigiana "Rabska" che qualche giorno dopo sbarcherà sul continente e parteciperà alla lotta di liberazione. Il comandante del campo, il tenente colonnello Vincenzo Cujuli, verrà immediatamente arrestato. Militare di vecchio corso, ha preso parte come sottoufficiale al primo conflitto mondiale. Richiamato in servizio, ha ricoperto il ruolo di comandante del campo tra il 16 febbraio e l’8 settembre '43. Odiato anche dai soldati italiani per i suoi metodi, alla data dell’Armistizio resterà al suo posto obbedendo all’ordine proveniente dal comando della II°Armata di collaborare con i partigiani. Secondo l’Archivio Storico dell'Ufficio Storico del Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri, Cujuli verrà arrestato, seviziato e infine fucilato tra il 10 e il 12 settembre. Secondo Anton Vratuša, autore del saggio “Dalle catene alla libertà - La "Rabska brigata", il Comandante verrà invece condannato a morte da parte di un tribunale del popolo e si suiciderà nel carcere di Fiume la notte prima dell’esecuzione.

Quello di Arbe è il peggiore fra i campi allestiti dagli italiani nei territori occupati. I crimini perpetrati in quell’area, così come tanti altri, non hanno mai trovato giustizia vista la mancanza di una «Norimberga italiana» alla fine del conflitto. Si pensi solamente al decreto presidenziale n°4 del 22 giugno '46, che introdusse l’amnistia per i crimini dei gerarchi fascisti, che cancellò di fatto le loro responsabilità e permise a essi di rientrare nell’apparato burocratico del paese. Una pagina nera della nostra storia che non ha mai avuto spazio nei manuali scolastici e nelle celebrazioni ufficiali. Nessuna istituzione italiana dal '45 a oggi, è mai andata a deporre una corona di fiori, prendendo cosi una volta per tutte le distanze dalle efferatezze dell’Italia fascista nei Balcani. A Rab c’è solo un cimitero, quasi celato, non c’è niente che ricorda cosa accadde lì più di 70 anni fa. Così come in Italia i numerosi campi di internamento stanno marcendo nell’indifferenza totale. Sono passati più di settantacinque anni. È tempo di affrontare consapevolmente questa pagina di storia senza retorica, senza paura e senza tabù. Perché in fin dei conti anche le pagine buie hanno aiutato a fortificare la nostra identità nazionale. Questo prima o poi dovrà avvenire, perché, e questo non va dimenticato, il campo di Rab cosi come tanti altri, fu gestito dal Regio esercito e non direttamente dalle milizie fasciste. Cosi come avviene con il Giorno della Memoria e con quello del Ricordo, si sente la necessità di rispolverare gli angoli bui della nostra storia. Questo è il modo migliore per onorare le vittime, tutte, da una parte e dall’altra, di una guerra ingiusta. Il ricordo dei nostri caduti, dei nostri deportati e delle vittime delle violenze jugoslave deve necessariamente essere affiancato da una presa di coscienza sulle responsabilità storiche del fascismo.

C’è bisogno che questa conoscenza e questa presa d’atto diventi memoria pubblica, senso comune. Ma serve l’impegno di tutti, degli studiosi, delle istituzioni e di tutta la popolazione.

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Di: Marco Severa

Fonti:
- Capogreco C.S., I campi del Duce, Einaudi, 2004
- Del Boca A., italiani, brava gente?, Beat Edizioni, 2005
- De Felice R., Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Einaudi,1961
- Gobetti E., L' occupazione allegra. Gli italiani in Jugoslavia (1941-1943), Carocci, 2007
- Kersevan A., Lager italiani. Pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi 1941-1943, Nutrimenti, 2008
- Mantelli B., “Gli italiani nei Balcani 1941-1943: occupazione militare, politiche persecutorie e crimini di guerra”, Qualestoria N.ro 1 “L’Italia fascista potenza occupante: lo scacchiere balcanico” Giugno 2002
- McCormick R., Gli Ustascia e la Croazia di Ante Pavelic. Il genocidio dimenticato di serbi, ebrei e rom nella Seconda guerra mondiale, LEG Edizioni, 2018
- Oliva G., Si ammazza troppo poco, Oscar Mondadori, 2006
- Poliakov L.,La condition des Juifs en France sous L'occupation Italienne, Editions Du Centre, 1946
- Potocnik F,. Il campo di sterminio fascista: l'isola di Rab, Torino, A.N.P.I., Torino, 1979
-Vratuša A. , Dalle catene alla libertà - La "Rabska brigada", una brigata partigiana nata in un campo di concentramento fascista, Kappa Vu Edizioni, 2011

Sitografia:
http://www.linkiesta.it/it/article/2012/07/06/rab-la-auschwitz-dimenticata-dagli-italiani/8121/ http://www.storiaxxisecolo.it/deportazione/deportazionecampi8.htm http://www.culturaitalia.it/viewItem.jsp?language=it&case=&id=oai%3Acampifascisti.it%3Adoc_722 http://www.campifascisti.it/scheda_campo.php?id_campo=35 http://www.michelesarfatti.it/testi-online/9-la-storia-della-persecuzione-antiebraica-di-renzo-de-felice:-contesto,-dimensione-cronologica-e-fonti/