Fact Checking History

Nessuna memoria per la tragedia di Balvano

Sono ancora vivi nella memoria collettiva i recenti incidenti ferroviari di Caluso, in provincia di Torino, o quello di Andria e Corato, in Puglia, o ancora quello di Viareggio. I disastri ferroviari sono spesso provocati da cause tecniche sul percorso, ma anche dall’imprudenza umana: il tutto si traduce con molti morti e altrettanti feriti. Questi sono solo alcuni dei casi, più recenti, che costellano la storia del nostro paese: il più grande incidente su rotaia avvenuto in Italia risale a ben settantacinque anni fa e, solo negli ultimi anni, se ne è tornati a parlare; il fatto è stato per lungo tempo dimenticato o, più precisamente, sepolto e rimosso dalla memoria.


Il disastro di Balvano avviene il 3 marzo 1944, sulla linea ferroviaria Battipaglia-Potenza-Metaponto: in piena Seconda Guerra Mondiale, con i già tanti morti provocati dal conflitto, l’Italia deve scontrarsi anche con questo crudelissimo episodio che costerà la vita ad oltre 500 persone. Il treno merci 8017, nel pomeriggio del 2 marzo, parte dalla città campana di Battipaglia per raggiungere Potenza, composto da una quarantina di vagoni, utilizzati per il trasporto di ghiaia e di legname necessari per la ricostruzione di molte infrastrutture distrutte durante i bombardamenti anglo-americani.

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La terribile vita quotidiana della guerra obbliga molte persone a trovare fortuna altrove, ma sostenere finanziariamente un viaggio in treno è impossibile in quell’Italia lacerata in due tra Alleati e forze nazi-fasciste: questo obbliga molti a salire su quel maledetto treno sprovvisti di biglietto e autorizzazione all’imbarco; quella decisione costerà la vita a quasi tutti gli abusivi nascosti nei convogli. L’ultimo contatto con il mezzo avviene alle 00.50 dell’ormai 3 marzo, poco dopo essere ripartito dalla stazione del piccolo paesino lucano di Balvano, poco sopra i 400 m s.l.m., in direzione Potenza, dove non arriverà mai.


Il treno 8017 imbocca la Galleria delle Armi, lunga poco più di due chilometri e da quel momento, non si hanno più notizie - da ricordare che siamo negli anni ’40 e non erano certamente disponibili tutti i mezzi di geolocalizzazione contemporanei. L’esatta dinamica degli eventi avvenuti dentro la galleria sono solo congetture: vi saranno, fortunatamente superstiti – circa una novantina – ma sarà sempre molto difficile ricostruire i reali fatti avvenuti. Quel che è certo è che il treno è trainato da due locomotive, necessarie per il trasporto del pesante carico e, secondo la ricostruzione della autorità, il disastro inizia proprio nel momento in cui l’importante peso, che le due motrici non riuscivano a trainare, obbligano il convoglio fermarsi all’inizio di una curva e in salita, all’interno del tunnel. A questo si aggiunge, probabilmente, anche il fatto che i frenatori in coda si bloccano, inchiodando definitivamente il treno sulle rotaie. I macchinisti, in questa situazione di stallo, tentano di dare più potenza alle motrici gettando nelle fornaci maggiori quantità di carbone, ma l’azione converte la galleria ferroviaria in una vera camera a gas: in quella nottata poco ventosa, il monossido di carbonio sprigionato dalla combustione del carbone ricopre di fumo denso tutto il tunnel, avvolgendo i vagoni e più di 600 passeggeri.


In piena notte è normale che molti riposino: i pochi fortunati svegli la scampano; gli altri, invece, trovano in quella galleria il loro eterno riposo. Le cause che hanno prodotto questa carneficina sono quindi molteplici: il carico troppo pesante del mezzo; la tolleranza verso l’abusivismo; le due locomotive poste in testa (lasciando sfornita la coda); la mancanza di ventilazione all’interno del tunnel; inoltre, la pessima qualità del carbone fornito dal Comando Militare Italiano, in cui le alte concentrazioni di zolfo presenti nel combustibile fossile saranno estremamente letali; infine l’allarme lanciato troppo tardi, alle 5 del mattino: solo alle 7 del 3 marzo i soccorritori riusciranno a raggiungere il luogo del disastro, trovandosi davanti un massacro.


Trainato il convoglio fino alla stazione di Balvano, i Carabinieri, coadiuvati da un gruppo di volontari del paese, iniziano la ricerca di superstiti e la conta delle vittime, poste in fila sui binari: il bilancio è tutt’ora in dibattito, poiché alcuni giornali dell’epoca indicano che i morti sarebbero stati 600, per altri ancora 500, o oltre i 500.

Questa mancanza precisa di informazioni è dovuta alla censura posta sull’evento da parte degli Alleati: le Ferrovie italiane, nel 1944, sono infatti gestite dalle forze anglo-americane che utilizzano manodopera italiana per l’amministrazione delle linee. Gli Alleati conducono immediatamente un’inchiesta, ma in modo molto frettoloso con l’intento di chiudere il più presto possibile questa vicenda, evitando che la notizia si diffonda e getti fango sulle loro attività in loco, provocando uno scandalo internazionale.

In conseguenza a questo atteggiamento di censura, la tragedia di Balvano è stata a lungo seppellita e i suoi morti non hanno ricevuto commemorazione per tantissimi decenni. Nel Dopoguerra, nel resto del Paese si inizia ad accennare alla vicenda; spuntano svariate ricostruzioni degli eventi, ma solo oggi si torna a parlarne grazie alla dedizione dei familiari delle vittime, di alcuni studiosi e di appassionati che stanno tentando di restituire la giusta memoria storica agli oltre 500 morti che hanno trovato la tomba in terra lucana.

Per approfondimenti consigliamo ai nostri lettori la visione di questo breve documentario di Rai Storia cliccando su questo link:



Di: Simona Amadori

Fonti:
Gianluca Barneschi, Balvano 1944: i segreti di un disastro ferroviario ignorato, Milano, Mursia, 2005 Marco Gasparini, Claudio Razeto, 1944: diario dell’anno che divise l’Italia, Roma, Castelvecchi Editore, 2014
Enzo Santarelli, Mezzogiorno 1943-1944, Milano, Feltrinelli, 1999