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Italo Balbo, una morte già predetta

Italo Balbo non era un semplice fascista come altri, era uno dei massimi esponenti del partito prima e del regime quando finalmente si instaurò al governo. Fu grazie a lui che si ebbe un’efficiente organizzazione delle bande squadriste ferraresi e romagnole e la celebre marcia su Roma del 1922.
Era un uomo d’azione, violento se necessario, astuto e impavido.


Il suo sogno era il cielo, non solo come limite metaforico ma anche come meta fisica. Imparò a pilotare aerei durante la prima guerra mondiale e nel 1929 divenne ministro dell’aeronautica grazie al prestigio derivato dalle imprese aeree che lo avevano portato a sorvolare l’atlantico con meta le Americhe in due diverse occasioni: la prima volta verso il Brasile e la seconda verso New York. Tutto ciò gli conferì fin troppa fama e carisma, due componenti pericolose all’interno del regime, rischiando così di oscurare la figura del Duce stesso. A questo punto, alla fine del 1933, Mussolini pensò bene di allontanarlo nominandolo governatore della Libia, colonia appena pacificata. Balbo non prese bene la notizia e da alcune intercettazioni telefoniche dell’epoca, trapela tutta la sua rabbia per la scelta del Duce.

Balbo poteva essere allontanato, ma la sua eccentricità gli impediva di mantenere un profilo basso e un comportamento discreto. Trasferitosi a Tripoli, si circondò di una vera e propria corte di collaboratori fidati e amici, di scrittori, pittori, architetti e archeologi ai quali affidò anche il compito di trasformare la sua residenza in un sontuoso palazzo regale. Oltre ad imitare l’antichità classica in perfetta linea con la pomposità del regime fascista, Balbo organizzava banchetti e feste sfarzose e teatrali che facevano eco alle corti rinascimentali.

Il nuovo governatore della Libia dimostrò fin da subito una politica diversa dai suoi predecessori sia per distinguersi da quest’ultimi, sia per entrare in polemica con le scelte di Mussolini. Un esempio ne fu anche la volontà di impedire l’attuazione delle leggi raziali contro gli ebrei in Libia. Con una lettera rivolta a Mussolini il 19 gennaio del 1939, Balbo cercò di sottolineare il danno economico che l’allontanamento di commercianti e imprenditori ebrei avrebbe procurato alla già fragile economia libica.


I sogni di grandeur di Balbo lo portarono ad impegnarsi intensamente in numerose opere pubbliche in Libia e soprattutto lo spinsero a spendere le proprie energie nel progetto di colonizzazione italiana del paese. A lui si deve il trasferimento di circa trentamila coloni italiani in Libia, prima che la tragicità della guerra sopraggiungesse.

Fu proprio la guerra a segnare l’esito fatale di Balbo. L’ipotesi del conflitto armato nel quale aumentare ancora di più i propri prestigi fu eccessivamente seducente per un uomo convinto “della sua buona stella” come lo ricorda Giorgio Rochat nella biografia a lui dedicata. La proclamazione di guerra gli conferì la possibilità di attaccare l’Egitto inglese, impresa alla quale non rinunciò nemmeno quando l’evidenza dell’inferiorità tecnica e militare lo ostacolò. A nulla servirono le richieste di maggiori mezzi inviate a Mussolini.

Poco prima della sua morte, un giornalista inglese, Martin Moore, scrisse un articolo assai profetico sulla figura di Balbo. 'La Sua stella è in ascesa, il Suo apice imprevedibile. Egli può schiantarsi domani con il suo aeroplano; può essere mandato in Abissinia e fare ciò che ha fatto in Libia; può trovare un più grande avvenire a Roma. Dovunque egli vada , porterà con sé lo stesso spirito di intraprendenza, la stessa energia, lo stesso fatalistico coraggio. -Nessuno può mai fare qualcosa stando seduto in casa ed essendo timoroso- . Questo spirito può condurre Balbo alla morte, o al culmine del potere'.”

Fu proprio alle 17:20 del 28 giugno del 1940 a Tobruk, mentre sorvola il campo da combattimento, che l’antiaerea italiana abbatté per errore l’aereo con il quale stava volando il governatore libico, Italo Balbo. Ironia della sorte, l’impavido e guerrigliero gerarca fascista venne accidentalmente ucciso dal suo stesso esercito durante quella che nella pubblica opinione fascista, doveva essere una gloriosa guerra dall’esito scontato. L’evento è talmente assurdo da suscitare sospetti di complotto, ma la verità fu che – come ricorda Giorgio Rochet – in 18 giorni di guerra, l’unico aereo abbattuto dagli italiani in Libia era quello di Balbo, il loro governatore.


L’evento la dice lunga sull’impreparazione dell’esercito italiano che oltretutto in Libia, aveva combattuto per vent’anni contro poche decine di migliaia di mujahidin arabi che erano stati capaci di contenere l’avversario colonizzatore. Ora però, si trovava ad affrontare un esercito regolare europeo il cui modo di combattere era ben diverso.

Leggendo la vicenda che portò alla morte Italo Balbo, si ha l’impressione di ritrovarsi davanti ad uno dei romanzi o racconti brevi di Alessandro Spina ispirati alle vicissitudini dell’epoca, nei quali la maggior parte degli ufficiali italiani trovava l’epilogo della propria esistenza in quella seconda guerra mondiale che come una tempesta di sabbia nel deserto, seppellì la vita di migliaia di uomini e donne.


Fonti:
Angelo Del Boca, Gli italiani in Libia, dal fascismo a Gheddafi, Cles, Mondadori, 1994 , pagg. 295-300

Di: Cristiano Rimessi