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Il Rinascimento come temperamento dell’autorevolezza: Giusto di Gand

Giusto di Gand (1435-40ca; 1475ca), Joost Van Wassenhove, si staglia nell’entourage rinascimentale quale un rappresentante dello stilema italiano commisto alla narrativa fiamminga del tempo. Un crocevia tra il sentire nordico e quello nostrano che rende i suoi lavori impreziositi da un dialogo di più ampio respiro.

Costui ricopre il ruolo di maestro della gilda di S. Luca di Gand; inoltre si staglia quale mentore di Hugo Van der Goes. La fama del suo talento si diffonde nei centri italiani, ove in particolare ad Urbino, Federico da Montefeltro richiederà il suo intervento nel farsi ritrarre, circondato da cariche diplomatiche, a stigma di un’effigie dell’autorità e autorevolezza della sua casata. Inoltre si suppone gli siano stati commissionati dei lavori al fine di ornare il suo studiolo, ove il significativo intervento dello spagnolo Pedro Berruguete (1450-1504) investe quest’ultimo del ruolo di principale esecutore dell’opera sopracitata.
Al Palazzo Ducale di Urbino è serbata la tavola raffigurante la “Comunione degli Apostoli”, divisa in due sezioni corali: in primis, Cristo dona l’ostia ai discepoli, sullo sfondo a latere, Federico da Montefeltro è immortalato con l’ambasciatore persiano e le corti reciproche.


Questa Pala del Corpus Domini rivela un impianto nordico nell’impostazione coloristica e prospettica. Gli accenti fiamminghi nelle posture genuflesse degli apostoli, la mimica delle mani del Cristo esemplificano un sentire che è prettamente appartenente a un’estetica nordica. Uno stilema prosaico e raffinato al medesimo tempo che rende quotidiano e frugale ciò che è pregiato.

L’acribia del “particulare” esula da incertezze e imprecisioni. Si evince inoltre la differenza tra le tuniche dei discepoli, gli abiti preziosi ufficiali di Federico e le ambascerie con l’intento di dar mostra di due tipi di autorevolezza, accostando il sacro al profano: ognuno con il suo bagaglio rituale.


Il cosiddetto “Doppio ritratto”, ove Federico da Montefeltro è ritratto con suo figlio Guidobaldo segna un dibattito sulle attribuzioni, stimando l’impronta dello spagnolo Pedro Berruguete determinante nell’esecuzione. Inizialmente fu deputato anche all’imprinting stilistico di Melozzo da Forlì. Nonostante la dubbia ripartizione in merito agli interventi dei singoli artisti, questo capolavoro mostra visibilmente la commistione con l’elemento italiano, in particolare nella postura di profilo che riprende l’aura di Piero della Francesca.
Giusto di Gand con il suo temperamento artistico ha consolidato un sodalizio formale e contenutistico, fiammingo e nostrano, arricchendo il panorama rinascimentale di un respiro internazionale.


Di: Costanza Marana

Fonti
Su Giusto di Gand in La critica d’arte, Briganti Giuliano, Sansoni, Firenze, 1938;
Arte fiamminga e arte italiana, O. Grandi, Alatri, Fratelli Strambi Tip. Edit., 1886;
Il Rinascimento : il Quattrocento italiano, la pittura fiamminga in Storia Universale dell’arte Novara : Istituto geografico De Agostini, [1989]