Genocidio Armeno: il primo del XX secolo

L’impero ottomano nel XIX secolo attraversò un periodo di profonda crisi non solo economica, ma anche politico-istituzionale. L’impero occupava un territorio molto ampio: dai Balcani si estendeva fino ai confini con l’impero zarista e poi persiano. Era composto da diversi popoli, culture e religioni. Come tutti gli imperi in quel periodo, era attraversato da forti movimenti irredentisti i quali chiedevano maggiore autonomia e anche l’indipendenza rispetto al potere centrale. La parte maggiormente coinvolta da queste rivendicazioni nazionali era quella europea. L’indipendenza ottenuta dalla Grecia nel 1921-30 aveva accelerato il processo di smembramento dell’impero. Questa situazione rendeva l’impero ottomano “il grande malato d’Europa” tenuto in vita per interessi politici dalle potenze occidentali come Francia e Inghilterra. Questi due paesi in particolare, temevano che lo smembramento in quell’area dell’impero ottomano avrebbe portato troppi vantaggi territoriali alla Russia.



Alle potenze occidentali non interessava lo stato di arretratezza e l’autoritarismo in cui versava l’impero, né le difficili relazioni tra i musulmani e cristiani che erano già complicate dall’eliminazione dei millet nella zona dei Balcani e del Caucaso. Una delle minoranze cristiane più discriminate erano gli armeni “gregoriani” che si rifacevano a Gregorio l’Illuminatore.

Le prime discriminazioni si ebbero fin dalla seconda metà del 1800: si registrarono infatti fenomeni di persecuzione ai danni degli armeni considerati troppo vicini ai russi dall’impero Ottomano soprattutto con lo scoppio della guerra turco-russa del 1877 e con il successivo congresso di Berlino a cui partecipò una delegazione armena. In questo Congresso grazie anche alla presenza della delegazione, che ottenne l’articolo 61 del Trattato, fu dato un peso alla questione armena. Tuttavia si cercò solo di garantire alcune zone in cui abitavano gli armeni, senza però parlare di nazione e senza garantire la sicurezza di queste zone da nemici storici degli armeni come i curdi e i circassi. Questa fu però la prima volta in cui venne posta la questione armena a livello internazionale e ci fu la divisione in due parti: una parte sotto il controllo russo (circa 1.700.000 abitanti) e una parte posta sotto il controllo ottomano (con circa 2.100.000 abitanti). In realtà gli armeni da parte loro erano andati a Berlino per rivendicare maggiore autonomia e garanzie, non per rivendicare uno stato, dato che si sentivano parte dell’impero ottomano, seppure cristiani. L’occasione venne colta dalle potenze occidentali per avere maggior controllo sull’impero ottomano, che provocò risentimento verso la minoranza cristiana. Alla fine del 1800 furono fondati tre partiti principali di tendenza nazionalista e socialista che rivendicavano l’indipendenza anche con l’uso di metodi terroristici e nello stesso periodo aumentò il conflitto tra l’intellighenzia armena e la classe dirigente ottomana. La risposta turca a questi due fenomeni fu l’organizzazione di stragi di armeni servendosi della cavalleria curda (gli hamidiye), oltre che all’ordinare l’arresto e l’esecuzione dei capi “rivoluzionari” armeni. Questi atti di violenza del 1894-1896 dei rivoluzionari vennero scatenati secondo alcune fonti come il console russo anche dall’intervento e l’aiuto inglese ai rivoluzionari.
La persecuzione sistematica si ebbe dal maggio 1915 e iniziò in un contesto storico ben preciso a livello internazionale: la Prima guerra mondiale, mentre invece in Turchia governavano i giovani Turchi dopo il colpo di stato con l’aiuto dell’esercito nel 1908. Essi ripresero alcune idee di riforma del movimento della fine 1800 dei giovani Ottomani. I giovani Turchi ordinarono la deportazione sistematica di tutti gli armeni dell’Anatolia orientale. All’interno della dinamica della Grande Guerra, l’avanzata russa sul fronte orientale portò l’Impero Ottomano a credere che gli stessi armeni potessero schierarsi con i russi e quindi distruggere la comunità armena, perciò vennero visti come il nemico interno contro il governo centrale. Un esempio di questo nel cercare di far vedere il popolo armeno come nemico interno, furono le deportazioni vicino la città di Angora a Ayaş e çankiri in cui furono compiuti gli arresti dopo esserci stata la rivolta di Van.

Le premesse di queste persecuzioni contro gli armeni si ebbero nel febbraio del 1914, quando la Russia costrinse gli ottomani a firmare un Trattato in cui la Turchia doveva consentire che alcune zone dell’Armenia storica fossero supervisionate da un funzionario russo.


Il genocidio iniziò con l’arresto di centinaia di armeni tra dirigenti politici, leader della comunità, intellettuali, giornalisti, uomini d’affari e funzionari pubblici il 24 aprile 1915. L’arresto avvenne dietro ordine del Ministero dell’Interno: si può pensare con lo scopo di distruggere attraverso un’intesa coordinata, per eliminarla dal territorio che si considerava il centro della patria turca. Un ulteriore scopo era quello di terrorizzare gli armeni nel loro insieme, facendoli sentire privi di protezione, ma anche rassicurare i turchi della soluzione della questione armena. Le feroci operazioni di spostamento in massa di milioni di armeni che vennero spinti verso la Siria e l’odierno Iraq, portando alla morte molti di essi per stenti lungo il tragitto, per le angherie e le percosse dai militari ottomani.

Le prime deportazioni in grande stile ebbero luogo nel mese di giugno e luglio, mesi in cui venne “ripulita” tutta la Cilicia. In questa fase prevalse ancora una certa spontaneità della persecuzione contro gli armeni senza una vera e propria organizzazione legata più all’idea del possibile tradimento armeno e la visione degli armeni come nemici interni; però verso la fine l’idea di genocidio non era più solo in alcuni pensieri di esponenti del CUP - Comitato di Unione e Progresso - esposte in modo semiclandestino, ma diventarono una scelta politica pubblica e istituzionalizzata. La legge di deportazione faceva iniziare la persecuzione sistematica degli Armeni; tre giorni prima della promulgazione venne proposta da parte dell’Intesa una nota congiunta per far cessare il genocidio armeno da parte dell’impero ottomano, questo non ottenne alcun effetto tranne che un’accelerazione della persecuzione e dello sterminio contro gli armeni. La legge di deportazione promulgata il 24 maggio 1915 consentiva la deportazione per motivi di sicurezza, per necessità militari si poteva procedere da parte delle autorità militari a misure di rimozione forzata della popolazione. Con questa legge ebbe inizio il vero e proprio genocidio sistematico degli armeni, sotteso dalla guerra. Alla metà di giugno venne concessa l’autorizzazione da parte del Ministero di uccidere chi resisteva alle deportazioni, ma il Ministero degli Interni emanò tra il 1915 e il 1916 centinaia di direttive contro gli armeni, e il genocidio terminò solo nel 1916. Il governo ottomano parlava di deportazione, ma da nessuna parte si vedevano campi attrezzati per l’accoglienza, quelli sopravvissuti dopo la lunga marcia da Aleppo venivano inviati in due direzioni: una parte di essi verso la Siria, l’altra verso il deserto della Mesopotamia solo pochi riuscivano a raggiungere Deir-er-zor termine e tomba del loro calvario.


Il numero delle vittime viene stimato fra le 30.000 e un milione di persone. Di diversa e opposta opinione è la storiografia armena che, oltre a sostenere l’idea del genocidio, critica la comunità internazionale per il lungo mancato riconoscimento del genocidio armeno, e la sensibilizzazione su questo argomento, visto che questo genocidio è stato il primo del novecento. I pochi gruppi sopravissuti che riuscirono a salvarsi senza fuggire, lo devono in parte alla presenza sul territorio ottomano dei rappresentanti e dei cittadini degli altri stati europei, nonché dei propri cittadini, maggiormente evoluti e meno propensi a farsi mobilitare dalla propaganda e dagli slogan.


Di: Francesco Sunil Sbalchiero
Fonti:
Marcella Emiliani, Medio Oriente, Laterza, Roma-Bari, 2012
Giovanni Sale, Il Novecento tra genocidi, paure e speranze, Acqua Book, Milano, 2006
Marcello Flores, Il genocidio degli armeni, Il Mulino, Bologna, 2015

Commenti