Le parole della Grande Guerra: fiume d'inchiostro, di voci e di sangue

Le parole della storia sono quelle con cui le voci degli uomini - le loro vite - hanno fatto il tempo.

Potenzialmente innumerevoli - ogni persona sulla Terra ne possiede una - per strade accidentate risalgono il passato raccontando ciò che è stato delle vite di uomini e donne: gioie e dolori, eventi e fatti, emozioni o descrizioni; testimoni mai imparziali - chi mai potrebbe rimanere terzo di fronte alla propria vita? - ci consegnano il loro vissuto in maniera spesso involontaria.
E' così che arrivano fino ad oggi le storie comuni, pezzi di vita d'uomini che in nessun modo pensavano di rivolgersi a qualcuno che cadesse fuori dal loro tempo, che vivesse oltre la loro morte.


Il 14 Ottobre 1914 Franz Blumenfeld, soldato tedesco partito volontario nella prima guerra mondiale - un ragazzo di appena 23 anni, studente in Legge a Friburgo - scrive ai genitori:

"Ciò che mi opprime, giorno dopo giorno di più, è la paura dell'abbrutimento interiore. Voi vorreste mandarmi una cotta di maglia impenetrabile alle pallottole, sono commosso. Ma io non ho la minima paura dei proettili e delle granate, io non temo altro che la solitudine interiore. Io ho paura di perdere la fede nell'umanità, in me stesso, nel bene che esiste nel mondo. Questo è orribile! Molto, molto di più che essere esposto a tutte le intemperie, di doversi procurare da sé il cibo, di dormire in un fienile. Tutto ciò è poca cosa, mi è più duro sopportare la brutalità delle persone fra di loro.
Certo, si soffre vedendo feriti, cadaveri, cavalli che giacciono da ogni parte; ma quest'impressione  dolorosa non è più forte e durevole di quanto non si immaginasse prima della guerra. Ciò è dovuto in parte al fatto che lo si immaginasse già prima della guerra; in parte al fatto che ci si rende conto della propria impotenza davanti a tutto questo; ma non sarà pure perché si comincia già a diventare indifferenti? ad abbrutirsi?
Com'è possibile che io soffra più del mio isolamento che della vista di tante sofferenze? Potete comprendermi? A che mi serve essere risparmiato da proiettili e dalle granate se perdo la mia anima?".


E' la Grande Guerra, il parto del '900, atto di nascita sanguinoso e violento del più veloce dei secoli (finora). Una ressa di voci, sciami di parole che riempiono la corrispondenza dei soldati al fronte riannodandoli alle loro vite di sempre, ai loro affetti - a sé stessi. Dare ed avere notizie, raccontare e raccontarsi è un filo sottile che tiene insieme corpo e mente, dandosi conto di un'esperienza passo passo, a volte prendendone le distanze, altre scendendo nell'orrore:

"Dalla trincea, 26/4/1916

Cara sorella,
Tutte le mattine nello' spuntar del sole il primo mio mestiere è quello di prender la matita e inviarvi i miei più sinceri saluti e baci a tutti di famiglia. intanto che vivo )e chè mi trovo a questo posto) venescrivo una al giorno. io sto bene e così desidero pure da voialtri in famiglia. Ricevi un caldo bacio da tuo fratello

Francesco"

Le parole sono di Francesco Ferrari, soldato bresciano e quelli che avete letto non sono errori di battitura.

Scrivere è sopravvivere: dare inchiostro alle parole ogni mattina, farlo diventare il "primo mestiere" della giornata, rende ordinato un tempo che ordinato non è e che porta impresso il marchio di una precarietà costante nello spazio e nell'esserci: (F)intanto che vive Francesco scrive.
Una lingua povera: le lettere di quella guerra atroce sono molto spesso lettere di chi è al limite dell'analfabetismo, di chi fino ad allora si era limitato a scrivere il necessario, non a scrivere bene: contadini, allevatori, pastori e altri lavoratori che nella maggior parte dei casi non avevano studiato e che si ritrovano a dover appendere a fili di parole scritte l'unica possibilità di conforto da parte di famigliari e cari, solo contatto possibile con un mondo reale.

"Cara mamma,
con molto piacere vimando cuesta mia letera per farvi sapere che io sto bene e come spero di voi tutti in famiglia.
del giorno che o ricevuto la letera di Giacomo [fratello, n.d.r.] e più non o ricevuto più nulla da voi. vi prego da scrivermi più speso e come io mi trovo sempre sotto il pericollo e poi vi scrivo cuasi tutti i giorni e voi che statte a casa che non ce nesuni pericoli e pure non avette il tempo per scrivermi opure non avete buona volontà di rispondermi e forsi vi demonticate di noi poveri soldati che siamo in trinceia voglio sperare che non sia vero questo che una Mamma o pure un Padre che si dimentica di un figlio che si trova nel pericolo come me no questo non credo mai. Specialmente voi. Altro mi racomando da scrivermi più speso perché io quando ricevo un vostro scritto credetimi credetimi pure in cosienza che e la mia consolazione più crande in maginabile."

Sono i rimproveri di Aurelio Farabegoli, 27 anni, in una lettera alla madre del 5 Agosto 1917. Di lì a un mese, il 4 Settembre, sarebbe morto. La fatica di chi legge facendosi strada nell'ortografia approssimativa di Aurelio è la fatica di un ragazzo che studia la maniera con cui chiedere ai genitori amore, in forma indiretta, quasi pudica, fino all'esplicita richiesta finale.

La follia, la perdita della ragione s'insinua poco alla volta nelle coscienze di persone-soldato, che sentono giorno dopo giorno come ciò a cui stanno prendendo parte, ciò che hanno sotto gli scarponi e davanti agli occhi, sia il lato oscuro di una realtà che si disarticola nella loro mente:


"Le trincee i camminamenti tutti andavano per aria il fuoco
era terribile la fucileria le bombe che scoppiavano, non ce ne capivi più niente avevi la testa più al posto, eri come un matto […] Scusami se non o potuto spiegarti meglio perché la mia testa non e ancora a posto e il braccio mi trema nel pensare l'avvenimento di ieri"

Questa è una lettera datata 15 Maggio 1916 è di Umberto Andreis, soldato bresciano.

Lino Buttafava, capostazione di una città emiliana, soldato di fanteria nella zona del Carso, annota nel suo diario il 9 Novembre 1915:

"Oggi tutto è in fermento. Probabilmente presto si attaccherà. […]
Tutta la trincea è in subbuglio. Leggo sul viso di tutti la paura e il terrore. […] Si rivedono davanti agli occhi i visi dei nostri compagni feriti o rimasti uccisi nelle offensive passate, morti senza avere nessuna colpa […].
Io sento ondate di follia avvicinarsi e sparire. Alcune volte penso di diventare pazzo. Facciamo questa vita da ormai troppo tempo ma non ci siamo ancora abituati. Ho paura di morire […].
Ormai non bisogna più pensare a questo mondo, perché vediamo tutti come si sono messe le cose per tutti sulla terra. E' inutile farci caso, la vita non ha più valore. E come una mosca all'avvicinarsi del freddo si indebolisce e cade, così cadiamo tutti prima dell'arrivo dell'inverno. La nostra vita ora non conta più […].".


Il 12 Novembre continua così:

"All'alba del 10 Novembre tutto era pronto per la battaglia. […]
In un attimo mi sono ritrovato a correre incontro al fuoco austriaco senza rendermi conto del pericolo, come una macchina infaticabile. Ogni pochi passi sentivo sotto gli scarponi i molli e fragili cadaveri dei soldati italiani colpiti dalle pallottole nemiche, ma non arrestavo la mia corsa. Dopo aver ritrovato l'uso della ragione, ricordo di essere rimasto immobile per molto tempo, nascosto dietro a quello che rimaneva dei corpi dei miei compagni. Ora che la battaglia si è conclusa sento ancora rimbombare nella testa il rumore delle esplosioni e le urla strazianti dei soldati che morivano sotto le raffiche nemiche.
Sono sicuro che questi suoni raccapriccianti mi accompagneranno per il resto della vita, perché hanno marchiato la mia anima […] Non dimenticherò la rapida successione dei colpi secchi delle mitragliatrici, né i tonfi assordanti dei cannoni che, accompagnati da un lungo rimbombo, portavano il suono della morte in tutta la valle dell'Isonzo."

E mentre Lino Buttafava, capostazione, scava nelle pagine del suo diario un antro scuro in cui poter guardare in faccia i mostri che la sua guerra sta generando, Angelo Verdi, aspirante ufficiale dell'aviazione militare, nella lettera ad un amico ricoverato in un ospedale da campo datata 20 Novembre 1917 , guardando dall'alto quel limbo ardente che è la terra di nessuno scrive:

"Ieri stavo facendo un volo di ricognizione in solitaria quando il mio sguardo è caduto sulle trincee. Sorvolando la "terra di nessuno" ho notato che le condizioni dei due lati erano molto simili. […] Mi sono stupito tanto di vedere i nostri nemici compiere le stesse azioni quotidiane che anche noi compiamo, non so il perché ma questo fatto mia colpito molto.
ritornato alla base, in momento di pausa, mi sono messo a riflettere su quanto accaduto.

Forse mi ero stupito così tanto solo perché immaginavo i nostri nemici diversi, me li avevano descritti come gli impiccatori del Popolo Italiano, come se fossero dei mostri.  […] Sono persone come noi, al mattino anche loro si alzano e pregano di non morire, poi vanno con la gavetta a prendere da mangiare, compiono le stesse nostre azioni. nei loro sporchi e stanchi volti vedo la loro desolazione e paura. […] Finalmente mi è sembrato di aprire gli occhi! Mi sono accorto che loro soni persone come noi, che anche loro provano i nostri stessi  sentimenti. Penso di aver cambiato il mio vecchio modo di pensare e di celebrare la guerra. Mi trovo sempre sotto la morte, la quale può venire di minuto in minuto.

Così come le agguerrite api muoiono dopo aver punto una volta soltanto, così le illusioni dei nostri ideali muoiono in noi."


Le parole della Grande Guerra non sono finite: lettere, cartoline, pagine di diario riempiono archivi di Stato e cassetti privati di tante nazioni. E' un fiume d'inchiostro che scivola e scorre. Un fiume di voci misto a sangue, un nastro di dolore. Una scia schiumosa quella della guerra, che da sempre accompagna l'uomo, la sua storia sulla terra, alimentata da ogni nuovo conflitto, da ogni guerra nuova.

Pescare in quest'acqua sporca le parole degli uomini, conservarne la memoria e gridarle affinché un'eco si conservi; non fermarsi a tracciare spostamenti di confini, muoversi di mezzi ed eserciti; non farne una serie di trattati ed alleanze stipulate. Scoprire le voci nascoste che quegli eventi informi coprono. In modo che la parte umana non vada perduta, che ogni vita sia messa sul piatto della Storia ed abbia il suo unico, insostituibile peso. E la memoria non diventi anonimo elenco di fatti, ma dialogo con chi è venuto prima.


Di: Simone Migliazza

Fonti:
Archivio di Stato di Brescia.
Caffarena F., Lettere dalla Grande Guerra, Unicopli, 2005.
Gibelli A., La guerra grande, storie di gente comune, Laterza, 2014.
Witkop P., German Student's War Letters, University of Pennsylvania Press , 2002.

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