Dachau: "l'inferno in terra!"

Anno 2018.
C’è un cancello chiuso, guardo attraverso le inferriate. Polvere e muri cadenti, sento l’odore, ne sento l’odore acre, sento nel profondo dell’anima l’affiorare di ricordi che non sono miei e che tuttavia mi rompono il cuore. Spezzano in mille frantumi speranze riposte nella natura dell’uomo. Sento un odore,  lo sento e nel respiro si trasforma in puzza putrida, mefitica, di qualcosa che si corrompe al sole. Cos’è quest’odore acre che ha viaggiato nel tempo, che corrode le mie ossa dal profondo. Ho voglia di sedermi. Mi pervade il vago bisogno di scappare. Non voglio essere qui!


C’è un cancello chiuso, un occhio salta fuori dalle inferriate e innanzi si dipana l’immagine di chi rincorre il tempo per sfuggire alla morte, poi un proiettile, poi un altro. La libertà, quella millantata la vedo nelle ali spezzate di un uomo che sfugge alla morte e nel farlo la incontra, stramazzando e sorridendo. Polvere grigia. Pascolo lungo il tragitto descritto dalle impronte di chi prima di me ha calpestato questa terra avvertendone la malizia. Perfida terra che sfiora calcagni stanchi. Solchi sulla terra che narrano di idee svanite, colori sbiaditi, respiri affannosi, accorati richiami di attenzione. Dov’era il cuore?

C’è un cancello chiuso e sulle inferriate vedo dita ossute, sguardi svuotati d’essenza, corpi allampanati immersi in giubbe troppo leggere per difendere dal freddo.


Dachau ventidue marzo 1933,
nasce su iniziativa del Reichsführer  Heinrich Himmler il primo campo di concentramento nazista.  Il primo che funse da esempio per tutti gli altri nel merito dello sterminio e dell’orrore. In esso transiteranno 200.000 persone e di esse almeno 41.500 perderanno la vita. Sedici chilometri a nord-ovest di Monaco di Baviera, nel sud della Germania, una lunga ferrovia e migliaia di occhi che varcano la soglia di un percorso composto di una lunga e larga strada curata, la cosiddetta Lagerstrasse. Hanno indosso ancora l’odore delle proprie abitudini, di quelle vite silenziose condotte con la dignità del sempre, sospinte da quei bisogni strettamente legati alla società che muove i fili aggrovigliati delle nostre essenze, appiattendole.


D’improvviso quella masnada di anime si confonde. Un’invereconda sensazione di varcare la porta dell’inferno pervade quella misera contezza di sé, svanita, nello sconclusionato bisogno di comprendere cosa sarebbe avvenuto di lì a poco. Jourhaus, quell’edificio simmetrico, asettico, grigio, sormontato da una torretta, sorretto da muri cinerei e un cancello laddove una scritta tesseva il destino di chi avrebbe perso qualsivoglia carattere identitario. Arbeit macht frei, il lavoro rende liberi!


Umiliante come il calore di uno sputo in pieno viso. Varcata quella porta i colori sfumano, e l’aria prende a rarefarsi nei polmoni fino a farli bruciare, il cuore non smette di battere e la gola di seccarsi. Lavoro, quello, che non rese libero nessuno fuorché il guadagno in moneta sonante, su braccia schiavizzate e ridotte a mera poltiglia umana. Due patate e un mezzo cucchiaino di melassa per festeggiare il Natale, un piatto di ferro arrugginito, dita private della stretta abbandonate al fremito degli stenti. Il primo campo di concentramento, il primo ad aprire la strada a tutti gli altri, l’unico ad essere stato attivo sin dai primordi del potere nazista e a segnare nella memoria un senso sublimato dell’idea di paura, uno che trascende l’idea. Un orrore che raccoglie l’essenza di un’umanità calpestata che non da subito rappresentò la ragion d’essere della realizzazione del campo di sterminio. Sui primordi infatti, fu ideato apposta per i prigionieri politici, poi, la polizia bavarese, nello stesso 1933 e nello specifico nel mese di aprile, fu sostituta dalle SS. Fu così che l’orrore ebbe inizio.


«Mercoledì 22 marzo 1933 verrà aperto nelle vicinanze di Dachau il primo campo di concentramento. Abbiamo preso questa decisione senza badare a considerazioni meschine, ma nella certezza di agire per la tranquillità del popolo e secondo il suo desiderio.»  motivazioni addotte nel Münchner Neuesten Nachrichten del 22 marzo 1933.


Stipati nello spazio decadente di quella che era una vecchia fabbrica di munizioni, a poco a poco  i prigionieri, gli indesiderati, ricostruirono, allargarono, issarono sulle loro gracili membra i muri dell’inferno, di quel cimitero che avrebbe arso i loro resti mortali come soluzione finale ad un
problema di incommensurabile abominio. Dal 1936 al 1938  mani operose trasformarono una vecchia fabbrica, nel luogo che conosciamo tutti facendo sì che solo il lager di prigionia vero e proprio, con le baracche dei prigionieri, formasse un rettangolo di circa 300 m di larghezza e 600 m di lunghezza.


Così gli anni trascorsero segnando la pelle e gli sguardi, trasformando i volti al punto da scrivere su di essi l’ignominia subita, fino a giungere al 1941 allorché si decise per lo sterminio di massa, uno che partiva dalla razza reputata inferiore o per meglio etichettarla Untermenschen, subumana, e nello specifico, quella Ebrea, mescolata con quella Russa, Polacca, Slava, Sinti. Poi si passò agli inabili al lavoro, o i responsabili di vita indegna,  dunque oppositori politici, anziani, omosessuali. Hitler sognava un mondo senza alcuna diversità, e ad ogni suo pensiero corrispondevano migliaia di morti. A poco a poco gli occhi del suo popolo si frantumavano come cristalli crepati. Il popolo vedeva, sentiva, fremeva.


Cosa stava accadendo?  Accadeva che lo sterminio di massa stava per avere inizio, e alle prime battute mieteva quattromila anime russe.  A Dachau c’è una stanza con grossi bocchettoni fissati sul soffitto, non è una enorme doccia, ma una nella quale si sarebbe morti se avesse preso a funzionare. Allorquando si avvidero che il gas non fuoriusciva, non risparmiarono le persone destinate a quella fine atroce, nel 1942 infatti, preferirono portare alla morte per camera a gas 2500 inabili nel  Castello di Hartheim  un centro di sterminio posto a Linz in Austria, fino a giungere alla Conferenza di Wannsee e alla pianificazione dello sterminio ebraico un totale di undici milioni vite da stroncare negli svariati campi di sterminio.


Così si pensò bene di realizzare dei campi di “lavoro” esterni, una soluzione che implicò solo a Dachau la morte di diecimila ebrei, morti che non avvinsero la quantità di prigionieri presenti nel campo di concentramento nel 1944.  63.000 persone sottoposte a condizioni igieniche a dir poco inimmaginabili, tali da implicare la facile diffusione del tifo, e la conseguente apertura quattro forni crematori.


La liberazione avvenne il 29 Aprile 1945 per mano dell’esercito degli Stati Uniti d’America, i quali per rappresaglia fucilarono diversi soldati delle SS, e imposero la prigionia nello stesso campo nel quale avevano costretto anime innocenti a subire vessazioni, ad oltre trentamila SS fino a giungere alla condanna a morte di 36 su quaranta SS, nel cosiddetto processo di Dachau.


Novembre 2018
C’è un cancello chiuso, che lascio alle mie spalle, stringendo nel petto l’immagine di quelle mani, di quegli occhi, di quelle labbra, che gridarono al mondo: "mai più!"


Di: Anna Di Fresco

Fonti
Il Campo di Concentramento di Dachau 1933-1945. Editore: Comitato Internazionale di Dachau, Bruxelles, (1978)
Visita ed analisi del Campo di Concentramento di Dachau, Baviera

Commenti