Cieli di gloria, cieli di morte

27 gennaio 2019. Sono passati 74 anni dal termine della Seconda Guerra Mondiale, un conflitto che può definirsi disumano, in quanto incentrato sul razzismo, la ricerca della prevaricazione di un popolo su un altro, l'avversione nei confronti degli ebrei e dell'umanità stessa, come hanno potuto dimostrare i bombardamenti di Nagasaki e Hiroshima.

Usciamo un attimo dalla retorica e dalla storia, entriamo negli animi di chi ha combattuto, chi contro il razzismo e chi sul campo di battaglia. Come si saranno potute sentire queste persone? Che siano stati contenti i tedeschi e i giapponesi di combattere? Non è accettabile una risposta affermativa. Chi può mai essere felice di un braccio amputato in guerra, della faccia stravolta da un bombardamento, dalla carne che si apre per una pallottola e vede iniziarsi una gangrena gassosa, che mangia muscoli, nervi e tendini, che causa un dolore allucinante, prima di portare alla sepsi e alla morte. Chi poteva essere felice di vedere i fratelli morti? Bertold Brecht, antinazista, scrive 



Mein Bruder war ein Flieger
Eines Tages bekam er eine Kart
Er hat seine Kiste eingepackt
Und südwärts ging die Fahrt.

Mein Bruder ist ein Eroberer
Unserm Volke fehlt's an Raum
Und Grund und Boden zu kriegen, ist
Bei uns alter Traum.

Der Raum, den mein Bruder eroberte
Liegt im Quadarramamassiv
Er ist lang einen Meter achtzig
Und einen Meter fünfzig tief.


Scrive che suo fratello era un aviatore che ad un certo punto ha ricevuto la chiamata alle armi, la Kart. Subito è partito. Si sentiva un eroe quell'uomo, ma, come dice nella terza strofa, tutto ciò che è riuscito ad ottenere è stata soltanto una scatola di legno - Liegt in Quadarramamassiv - posta in una fossa lunga un metro e ottanta e profonda un metro e cinquanta.
Brecht era contro il regime di Hitler e scrisse questa struggente poesia in esilio. Disperato per la morte del fratello, poté far visita alla sua bara soltanto finita la guerra.


Tanti altri soldati, aspiranti alla gloria, sono morti o hanno visto amici morire, parenti cadere nelle mani degli strozzini delle Schütz Staffel, le pedine del Führer che setacciavano paesi e città e stati alla ricerca di ciò che per loro era il germe del male: l'ebreo che "aveva fatto uccidere Cristo". Serviva un capro espiatorio per capire da dove provenisse la cattiveria proposta della Grande Guerra e occorreva una spiegazione alla povertà. Il NSDAP si nutriva della convinzione che gli ebrei fossero i detentori delle maggiori ricchezze del mondo. Non era così, noi lo sappiamo e lo dobbiamo ricordare. Ma la Germania di quel tempo, e con essa l'Italia di Mussolini, era convinta che l'erba cattiva dovesse essere bruciata.

Immaginiamo ora di essere un adolescente, anzi, un giovanotto sulla trentina. Ora ci cercano per essere deportati. Ecco, siamo in un campo di concentramento. Una SS ci dice di spogliarsi, mentre proviamo a tenere almeno le mutande. Ci tolgono anche quelle. "Ebreo!" strilla la guardia notando la circoncisione.


Ci danno dei vestiti di scarto e iniziamo a lavorare, fino allo sfinimento. Talvolta, siamo frustati e la nostra pelle resta appiccicata ad una corda sudicia e sanguiniamo, ma per loro siamo soltanto delle bestie. Stremati da quel lavorare senza tregua, dal poco cibo che ci offrono, siamo magri, consumati, pelle e ossa. Non serviamo più a nulla. Una guardia ci prende, ci ordina di svestirci assieme ad altri compagni emaciati: uomini, donne, bambini, neonati, vecchi, non fa differenza, sembre bestie siamo. Ci spingono verso una camera a gas, eufemismo per dire forno crematorio.


Che mai si sarà potuto provare? Immaginiamo l'acido o un'ustione di terzo grado: non sono nulla. La pelle si scioglieva letteralmente, gli occhi assieme ad essa, il corpo bruciava rapidamente, senza avere il tempo di pregare, provando a evitare di pensare ai nostri cari che stavano soffrendo come noi, con noi. Il corpo, in un attimo, diventa cenere e, come recita la celebre canzone "Auschwitz" (scritta da Guccini e interpretata dai Nomadi), "adesso sono nel vento".
Non una bara, non un ricordo, non un sepolcro di foscoliana memoria, ma solo il vento.
Come può un uomo accettare tutto questo? Non può, non è possibile e, di certo, non è un uomo. Così in Germania, Austria, Polonia, Italia, Russia, Giappone.
Brecht forse aveva torto. Tutto ciò a cui si può aspirare in quel periodo devastante è il lusso di una fossa larga un metro e ottanta e profonda un metro e cinquanta. Chissà quanti ebrei avranno pensato "spero di finire in una bara", come sogno.

Dachau, il primo campo di sterminio. 
No, nulla, essi sono stati persi nel vento, nella nebbia, nel fumo, espropriati delle spoglie, della dignità e della speranza.
Charlie Chaplin disse una frase molto forte, il cui scopo è farci riflettere e non ricordare per mero rito perché oggi è il 27 gennaio 2019.

È successo in Germania; ma le stesse cellule malate si trovano nel corpo di ogni nazione, pronte a entrare in attività. - C. C.

La guerra non ha alcun vincitore e talvolta è inutile edulcorare gli eventi, adoperare eufemismi ormai tautologici. Quando le vittime sono così tante, tra soldati, civili ed ebrei, non si può parlare di vittoria, bensì di sconfitta della capacità di essere davvero umani. Si auspica che la storia sia tutt'oggi magistra vitae, maestra di vita, al fine di evitare lo scempio del passato. Non per nulla oggi è la Giornata della memoria. Ricordiamo, impariamo, evitiamo, torniamo ad amare, a sperare, a fare di questa terra un luogo sicuro per oggi e per il futuro.


Di: Anna Maria Vantini

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