Bartolomeo Orioli: il dogma dell’arte

Bartolomeo Orioli (1568-1628) nasce in un antro familiare che riserba sensibilità per l’assetto letterario, difatti un suo avo sarà noto per le composizioni poetiche aventi ad oggetto la descrittiva cavalleresca.

Tale imprinting inizialmente dirige la sua vocazione verso questo tipo di espressione artistica, dilettandosi nella scrittura in versi, con la consapevolezza di un esercizio probatorio. L’intento risulta amatoriale, bensì suffragato dalla consorte Lucrezia Sartori che ne contempla la pubblicazione. L’istinto più marcato risiede nell’espressione pittorica: la tela diviene il diaframma tra sé e la sua esistenza. Il suo bagaglio attinge al registro stilistico di esponenti del campo come Giacomo Lauro e Jacopo Palma il Giovane. Costoro appartengono a quel sentire accademico che deputa l’arte come una missione didascalica, tesa all’onorificenza e all’ufficialità.


Bartolomeo, autodidatta nel suo percorso formativo, segue una narrativa schematica, ove l’impianto compositivo rende l’intenzione moraleggiante di una rappresentazione etica.

Il contesto socio-culturale entro cui si muove Orioli è l’assetto controriformistico, una restaurazione dogmatica attraverso un consolidamento dottrinario. Ogni soggetto, linea, prospettiva deve riecheggiare il prospetto interiore di comunanza con tale disposizione d’animo. Una recinzione visiva e interiore che stigmatizza un credo e sottende un votarsi artistico e umano. Nella chiesa parrocchiale di S. Ambrogio di Fiera si può notare la pala raffigurante il santo vescovo con Giovanni Battista e l’evangelista Luca. Si evince un tardomanierismo nella postura e nell’intenzione prospettica dell’opera, intensa nell’accostamento coloristico, ove le tinte dense e corpose nella stesura delineano la plasticità delle figure in scena. Le aree di colore sono ampie e suddividono il campo donando un’armonia precostituita. La luce profonde sopravanzando il limes del chiaroscuro diffuso all’epoca.


La mimica viene contrassegnata da una certa retorica stilistica nella postura dei santi: a latere sinistro, S. Giovanni Battista nella frugalità della sua veste con ai piedi l’agnello; a destra l’evangelista Luca con lo sguardo basso e vigile sul testo sacro. S. Ambrogio, icastico, nel focus volge gli occhi all’Etterno, stringendo i simboli dell’autorevolezza vescovile, a memoria della gerarchia ecclesiastica, restaurata e vivificata dalla Controriforma. Una pittura cerimoniosa che non trascende dagli schemi consolidati e che tradisce una artigianalità, non eludendo una autenticità di contenuti e forma.

La maniera struttura e sovrasta, avvalorando il messaggio. Bartolomeo Orioli si staglia quale un componente di questa fase di passaggio da un Rinascimento maturo, esasperato e adombrato dalla linea chiaroscurale, al Barocco dove si libra un pathos che rende vibranti i tratti. Le sue linee sono incamerate in un formalismo dominato da un contegno che ingabbia le strutture e le mimiche: una rigidità che denota uno schieramento ideologico e la volontà di esemplificarlo.


Di: Costanza Marana

Fonti:
La pittura veneziana del Seicento, R. Pallucchini, Alfieri, Milano, 1981;
Treviso in Catalogo delle cose d’arte e di antichità d’Italia/ Ministero dell’educazione nazionale, Direzione generale delle antichità e delle belle arti, a cura di Luigi Coletti, Roma, La libreria dello Stato, 1935.

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