Fact Checking History

La Strage del Machete

Il Ruanda: piccola nazione centrafricana, che, come tutti i paesi di quest’area, dalla fine della colonizzazione occidentale ha sempre vissuto in un continuo clima sovversivo. Questo paese nasce alla fine degli anni ‘50, dopo l’abbandono prima dei tedeschi nel ‘19, con l’arrivo poi dei belgi che nel ‘59 assunsero il pieno controllo sui confini.


Il comando belga introdusse nuove misure di riconoscimento, quali le carte di identità che avviarono un veloce processo di segregazione razziale. Nel paese, infatti, erano da sempre presenti due grandi etnie note come Hutu e Tutsi. All’arrivo dei colonizzatori la seconda, nettamente privilegiata dagli Occidentali grazie al possedimento di maggiori ricchezze, si convinse ben presto di essere migliore della prima e diffuse molto velocemente l’idea che i Tutsi fossero una razza superiore, portando in causa, a loro favore, anche caratteristiche somatiche più vicine ai caucasici.

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Questo processo di convinzione perdurò a lungo in Ruanda e anche nelle Nazioni confinanti, dove erano presenti i due gruppi etnici, gettando così le basi per quello che sarà uno dei genocidi più cruenti della storia. I Belgi, presa la decisione di concedere l’indipendenza al Ruanda nel 1962, lasciarono il comando all’etnia Tutsi che nel mentre era diventata parte della classe dirigente.

Dagli anni ’60 le cose in Ruanda e Burundi cambiarono notevolmente: continui colpi di stato, stragi, violenze ed emigrazioni di massa cambiarono profondamente i due Paesi, ora in mano ai Tutsi ora degli Hutu. Nel 1972 nel Burundi venne avviato un ulteriore colpo di stato Hutu che provocò una grave reazione da parte dell’etnia Tutsi la quale inasprì maggiormente le loro condizioni di vita procedendo ad un primo sterminio (circa 200.000 individui). Gli Hutu intanto, in Ruanda, riorganizzatesi sotto il comando del generale Juvenal Habyarimana instaurarono, dal 1975, un regime autoritario, espellendo dal paese la classe dirigente Tutsi che nuovamente si rifugerà nella Nazione confinante.


Dagli anni ’80 in poi la situazione nei due Paesi precipitò velocemente: ci furono nuovi cruenti scontri tra le due etnie che portarono poi all’instaurazione di un governo a maggioranza Hutu nel territorio burundese, escludendo quindi i Tutsi, i quali, tuttavia, possedevano il controllo dell’esercito. Con tali poteri i Tutsi attaccarono nuovamente gli Hutu in tutti i Paesi coinvolti, ma principalmente nel Ruanda, scatenando così quella che verrà ricordata come la guerra civile ruandese. Oltre un milione di profughi si rifugiò nelle Nazioni vicine, in cerca di una pace duratura, ma le aspettative furono ben presto disattese: nel 1990 un gruppo di rivoltosi Tutsi, rifugiatisi in Uganda, diede vita al Fronte Patriottico Ruandese (RPF), attaccando nuovamente il già martoriato Ruanda.

Il 6 aprile 1994 la goccia era ormai traboccata dal vaso: l’uccisione del Presidente Juvenal Habyarimana a bordo del suo aereo per mano di un missile fece sfociare le tensioni “latenti” tra le due popolazioni in una strage senza precedenti. Nel giro di 100 giorni vennero trucidate con machete, bombe, armi e bastoni chiodati tra le 800.000 e 1.000.000 di persone, prevalentemente di etnia Tutsi. Ogni Hutu era chiamato al massacro e chi aveva pietà del proprio nemico veniva additato come traditore e perciò eliminato.

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Fu uno dei genocidi più violenti della storia umana, in particolare per il numero di vittime concentrati in così pochi giorni. Il fatto sconcertante è che in questi territori era attivo un progetto promosso dalle Nazioni Unite per trovare una conciliazione tra le popolazioni autoctone. Nonostante le buone intenzioni, il progetto risultò essere fallimentare e l’Occidente, preoccupatosi unicamente di evacuare i suoi uomini da quella situazione disastrosa, diveniva così spettatore volontario di un macabro e sanguinoso spettacolo.

Dopo più di tre mesi di massacri e stupri (che portarono anche ad una grande diffusione dell’HIV) il RPF rovesciò il governo e prese definitivamente il potere. Da allora la zona tra Ruanda e Burundi non è mai stata più pacificata e tutt’oggi continuano ad essere presenti troppe problematiche, comunque sempre innescate dalla noncuranza colonialista.


Di: Simona Amadori

Fonti:
Fonju Ndemesah Fausta, La radio e il machete. Il ruolo dei media nel genocidio in Rwanda, Infinito, 2009
Michela Fusaschi (a cura di), Rwanda: etnografie del post-genocidio, Meltemi, Milano, 2009
Michela Fusaschi, Hutu-Tutsi. Alle radici del genocidio rwandese, Bollati Boringhieri, 2000