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martedì 4 dicembre 2018

Il vezzo nell'arte di Fragonard

Jean-Honoré Fragonard (1732-1806) si staglia quale uno dei maggiori esponenti dell’arte settecentesca.

Il suo si rivela essere un connubio espressivo che veicola una leggerezza rococò con una vivificazione del classicismo. Nasce a Grasse da una famiglia benestante e manifesta precocemente la sua attitudine artistica, esemplificata nello studio di Chardin e sotto il magistero di Boucher. Viaggio di ispirazione rappresenterà per lui un tour italiano, dove, in particolar modo, Roma rivestirà una fascinazione particolare nel suo immaginario.


La plasticità di Michelangelo, la morbidezza di Raffaello uniti al pathos barocco dei Carracci, dove lo strutturalismo muscolare impone una fastosità atta a impreziosire gli ambienti. Artifizi e teatralità suggestionano il potere immaginifico di Fragonard che li interiorizza, arricchendo le sue tele di quello spazialismo degno di Pietro da Cortona. Un respiro più ampio di stampo internazionale investe le sue opere che suscitano interesse dell’opinione pubblica.
Riscuote un discreto successo soprattutto in ambito accademico nella fase iniziale in cui predilige il paesaggismo. Fragonard s’inserisce nel dialogo laico di rappresentare il verisimile, il dato naturale. Scorci di boschi, elementi scultorei classici, figure femminili compunte, pose plastiche di maniera: una narrazione prosaica, ma sempre tendente al vezzo. Quest’ultima caratteristica prende sempre più corpo nella sua intenzione artistica.


Abbandona, lascivo, un certo assetto drammatico per affrontare espressivamente tutto lo spettro della frivolezza umana. Il noto “I fortunati casi dell’altalena” è una tela in cui si rivela l’essenza maliziosa del settecento, secolo patinato, lustrato dai Lumi, ma invischiato in un gusto edonista.

Come gli scherzi shubertiani l’elemento goliardico è un fattore caratterizzante dell’epoca. E, seguendo questo vettore, Fragonard riempie le sue tele di scene di genere in cui la vezzosità e la leggerezza umana iconizzano stati d’animo e posture.

Fragonard si sdogana da una pittura narrativa storica e, passando per il campionario seduttivo classico-mitologico approda a una pittura di interni incipriati e imbellettati. Ritratti dai tratti accennati, luce soffusa, sorrisi maliziosi. Virtuosismi di amanti, come in un vortice emotivo, impulsivo di pose estatiche, lascive. Una pittura dal segno veloce come l’emozione che crea.


Un approccio voyeurista dove la donna viene colta nel sonno o è il caso fautore di un’occasione maliziosa, come ad esempio nella celebre figura della fanciulla sul letto che infantilmente è dedita a trastullarsi con il cane sui piedi, in un boudoir rosa confetto. Qui gioca l’inconsapevolezza del soggetto femminile che, senza né intenzione né pudore, crea una situazione piccante.  
In “Bacio rubato” l’atmosfera è avvolta da un’aura di tenerezza. L’ingenuità risiede sia nell’avventore che nell’avventata, sprovveduta che si trova in una situazione incresciosa ed inaspettata. Un approccio sebbene impulsivo, piuttosto cauto. La fanciulla viene travolta e come da un’onda il suo corpo viene rapito in una linea burrosa, diagonale. 


Un fatalismo di fondo coglie e caratterizza le scene raffigurate da Fragonard, come un deus ex machina che sovverte i piani e enfatizza il vezzo, colonna portante del suo stilema. Una leggerezza costante, misurata che stigmatizza un desiderio di vivere senza sovrastrutture, ma con i verticalismi tipici di un’epoca densa di contraddizioni. 


Di: Costanza Marana

Fonti
Fragonard in I Maestri del colore, Anna Maestri, Fabbri, Milano, 1993
Fragonard in Galleria d'arte : i maestri della pittura dal Rinascimento ai grandi protagonisti dell'arte moderna n. 57, De Agostini, Novara, 2001
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