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domenica 4 novembre 2018

4 Novembre 2018: cent'anni da una vittoria

4 Novembre 1918.

Ogni anno tale data passa sottecchi o viene criticata o interpretata secondo mode del momento.
Charlie Chaplin diceva che "alcuni sostenevano che dipendeva dall'assassinio di un arciduca; ma questo non sembrava un motivo sufficiente per lo scoppio di una conflagrazione mondiale. La gente aveva bisogno di una spiegazione più realistica. Allora si disse che era una guerra per la difesa della democrazia. Anche se la minoranza aveva più cose da difendere della maggioranza, le perdite furono crudelmente democratiche."

Il generale Diaz firma il Bollettino di guerra in cui si dichiara la vittoria degli Italiani.
In un libro di Emilio Gentile troviamo questo brano:

"Erano una sessantina gli studenti che seguivano il corso di lezioni sullo studio della storia, svolto dal professor Burckhardt durante l’inverno del 1870-1871 all’Università di Basilea. “Il compito che ci siamo proposti in questo corso” disse all’inizio “consiste nel collegare un certo numero di osservazioni e di indagini storiche ora a un semi-casuale nesso di idee, ora a un altro...il nostro punto di partenza sta in quell'unico centro permanente e per noi possibile, ossia l’uomo che patisce, che anela, che agisce, l’uomo qual è sempre stato e sempre sarà: per questo le nostre considerazioni saranno, in un certo qual modo, patologiche."

Infatti prima del 4 novembre c'è Caporetto. Se fu una parentesi vergognosa per l’Italia del duce, rimane una parentesi equivoca per l’Italia di oggi e, mutati i parametri di analisi, potrebbe diventare un nuovo punto di partenza riguardo la storia del piccolo popolo di contadini che là avevano perso la vita e se non la vita stessa almeno l’anima che avevano prima di raggiungere il fronte di battaglia.
La tradizione militare di Cadorna puntava infatti sulla coercizione, mentre gli interventisti, che la guerra la volevano, sulla persuasione e ciò creava delle ali diverse di partecipazione militare.
Talvolta i vinti di Caporetto appaiono nell’immaginario comune come dei traditori della patria o anche come degli eroi super partes, mitizzati comunque. Gli intellettuali interventisti, che facevano capo a D’Annunzio, garantirono la propria scelta di aiutar nella memoria i soldati vinti presentandosi come interpreti di una più profonda volontà popolare, tradita dagli organi della rappresentanza delegata.

Vittorio Veneto oggi.
In odio però ai neutralisti, i rappresentanti di due generazioni culturali agitano parole d’ordine populistiche di antitesi tra il popolo e il governo.

In Soffici troviamo invece già un germe di quello che sarà l’immediato dopoguerra: il fascismo come un preponderante movimento di massa dei combattenti e rivoluzione propria attuata e dal governo e dal popolo di contadini che lo avrebbe sicuramente avvallato. Il Diario di un Imboscato di Attilio Frescura indica marcatamente il fatto che chi obbediva ai comandi di guerra era muto verso i generali e gli altri ufficiali, non poteva permettersi di avere un’opinione discordante con quella del resto d’Italia e a Caporetto più che mai si doveva solo obbedire.

La tematica più rilevante della produzione letteraria di questo periodo è comunque quella legata alla stessa rassegnazione verso una guerra che si considerava già persa in ogni ambito. Si possono a tal proposito citare personalità quali Baldini, Bacchelli, Sironi, Palazzeschi, Ojetti, Quaglia, Stuparich, Gadda, Lussu, Rossato, Mariani, per nominare solamente i più noti.


Gadda sembra intuire la complessità della vicenda di Caporetto e le sue cause quando scrive:

"Molte sofferenze si sarebbero potute evitare con più acuta intelligenza, con più decisa volontà, con più alto disinteresse, con maggiore spirito di socialità  meno torri di avorio.Con meno Napoleoni sopra le spalle e meno teppa e traditori dietro le spalle."

La casta militare nel mente ripiega sulla più facile autodifesa, accusando di tradimento il soldato, come scrive Soffici:

"Un d’essi, ritto vicino al focolare, ha improvvisato una diatriba alla maniera boche contro lo scandalo dei soldati che abbandonavano le armi e se ne venivano per le vie della ritirata, ed ai quali sarebbe stato secondo lui conveniente spaccare il muso a frustate, il cervello a colpi di rivoltella. Né pensava che semmai sarebbe più giusto far prima lo stesso con altri.
Nel diario di Valentino Coda troviamo invece dei germi di una volontà di riappacificazione tra soldati e nazione, nonché di un desiderio di ricompattare quanto meno l’esercito dopo la "disfatta" - che tale non fu (Isnenghi) - di Caporetto.

Ma, da questa notte chiusa e fumigante, nascerà, tra poche ore, il giorno. Ci guarderemo ancora, uno con l’altro, ufficiali e soldati; e gli occhi dei gregari riconosceranno, come un tempo, in quegli che ha un grado, il fratello maggiore e il compagno di combattimento. Noi ridaremo, oh certo! A questa folla scomposta un’andatura ordinata."

La copertina de "La Domenica del Corriere"
del 04 Novembre 1918.
Ma oggi che cosa ci resta? Resta la memoria della trincea, le lunghe ed infinite dorsali alpine tinte di sangue ove si era consumato il conflitto, musei e monumenti in ricordo di chi è morto senza nemmeno una sepoltura. Il silenzio dell'Adamello e la sua città di ghiaccio, il ricordo di un fragore di bombe lontane sul Pasubio, reminiscenze di granate sul Monte Grappa. Resta tanta letteratura, restano Ungaretti e gli anonimi che hanno composto i canti di guerra, in una memoria ormai collettiva.

La Grande Guerra è grande perché è un ricordo arcano di chi è di una generazione amputata e sconfitta, di chi pensa che l'Italia vincente sia in realtà un'Italia che non ha mai vinto nulla. Questo bagno di sangue che doveva esserci per far nascere dalla putrefazione della belle époque costituita da uomini smidollati e senza nervo una vera Nazione coraggiosa composta da soldati statuari c'è stato. Ora ricordiamolo come merita: una Patria vincente che ha resistito dopo Caporetto, che ha sudato per definirsi tale e che, dopo tanti altri errori, ancora si rimbocca le maniche davanti alle difficoltà. Questa è l'Italia coraggiosa che non demorde che dovremo ricordarci, dicendo "4 novembre 1918".  La nazione che ha vinto la fatica, come allora anche oggi.

Ricordiamo un celebre canto di guerra, "Monte Nero":
O Italia, vai gloriosa
Di quest'arma valorosa
Che combatte senza posa
Per la gloria e la libertà 
Bell'Italia, devi esser fiera
Dei tuoi baldi e fieri Alpini
Che ti danno i tuoi confini
Ricacciando lo stranier.

Di: Anna Maria Vantini

Fonti:
• Emilio Gentile, L’apocalisse della modernità. La grande Guerra per l’uomo nuovo, Oscar Mondadori, Milano, 2008
• (a cura di) Brunello Vigezzi, Olindo Malagodi, Conversazioni della Guerra. 1914-1919, Tomo I, Riccardo Ricciardi Editore, Palermo, 1960
• Mario Isnenghi, Giorgio Rochat, La Grande Guerra, Il Mulino, Bologna, 2014
La guerra d’Europa 1914-1918 raccontata dai poeti, Nottetempo, Gorgonzola (MI), 2015
• Mario Isnenghi, I vinti di Caporetto nella letteratura di guerra, Marsilio Editori, Padova, 1967
• Mario Isnenghi, 1915: Cinque modi per andare in guerra, Laterza, Bari, 2007
• (a cura di) Mario Isnenghi, Daniele Ceschin, Gli italiani in Guerra. L’Italia in guerra. Dall’Intervento alla “Vittoria Mutilata”,  Enciclopedia UTET, vol. II, UTET, Torino, 2008
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