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domenica 21 ottobre 2018

Carlo Dolci e il suo estro originario

Precoce nel talento quanto coerente con la sua etica religiosa, Carlo Dolci (1616-1686) connatura la sua arte in un’inflessibilità stilistica.

La sua biografia è riportata da Filippo Baldinucci che seppe stigmatizzare l’esistenza dell’artista, parca di frangenti particolari, densa di una quotidianità opprimente e anonima, ma pretesa in tal modo dal medesimo.


Dolci fu sempre immerso in uno stato di coscienza che lo ripiegava su sé stesso e che qualificava la sua arte come una missione per glorificare il divino. Fin dall’età di nove anni entrò a far parte della bottega di Jacopo Vignali e apprese velocemente la tecnica pittorica. Il suo percorso si svolse nell’alveo prettamente fiorentino; costui per inerzia e un immobilismo psicologico si chiuse entro le mura di Firenze per tutto il suo decorso esistenziale.

Quando fu costretto a valicare le Alpi per una commissione da parte degli Asburgo a ritrarre Claudia Felicita, figlia dell’Arciduca Ferdinando Carlo d’Asburgo e promessa consorte dell’imperatore Leopoldo I, il suo disappunto coagulò in una stagnazione psichica. Durante la fase più matura e, in appendice della sua esistenza, questo stato d’essere, introverso e timoroso, prese una piega ineluttabile.


Onere e dovere lo rinchiudevano in un universo parallelo privo di un qualsivoglia spiraglio. Un buio interiore che mirava a veicolare e suffragare la sua unica via d’uscita: dipingere come pregare.

Una vita da laico, ma che osservava una "teocrazia interiore e esteriore". Il suo talento provocò un interesse precoce nei suoi confronti da parte di commettitori ufficiali importanti. Don Lorenzo dei Medici lo richiese per il ritratto di Stefano della Bella e qui esemplificò il suo stilema “incorruttibile”. La sua sensibilità umana profondeva sulla tela e coglieva la disposizione d’animo del soggetto, descrivendola con una purezza di intenti, come fosse un dono, oltre la comprovata abilità tecnica.


La pazienza, evidenziata dal Baldinucci, con cui si pose durante l’approccio visivo e emotivo è ciò che rese la sua arte virtuosa.
La texture sacra venne affrontata con la devozione più acuta. “S. Francesco che contempla il crocifisso” e il “S. Giovanni Battista” avvalorarono il suo Credo e diedero mostra delle sue intenzioni mistiche. Il pittore desiderava trasferire su tela la sua dedizione al cristianesimo e fu osservante della dottrina e delle sue pratiche. Anche l’educazione che diede ai suoi innumerevoli figli fu improntata su questo registro intimo. Tenerezza e disciplina furono gli strumenti che dimoravano nel suo antro familiare.

Dolci esulava dall’oramai barocco dilagante dell’epoca e aveva la tendenza a sostenere un solido legame con i primitivi e con il classico. Le sue Madonne mantenevano una narrativa tradizionale, raffinate nell’esecuzione e estremamente curate nei tratti e nell’apporto coloristico. Lo stilema era articolato e influenzato dai contemporanei e scorsi, tale da non sembrare mai dimentico di un trascorso precedente a sé. Rispetto e volontà insiti nel trasferire una morale consolidata, un’idea di origine.


Dolci era immerso nel suo tempo ma ad effigie di una memoria, un’arte patinata che mostrava una disinvoltura tecnica precoce e un certo progressismo nello stile, ma dal punto di vista pragmatico.

Narrazione classica e improvement formale proprio nell’originalità di mantenere una certa estraneità ai barocchismi.


Di: Costanza Marana

Fonti:
Ritratto Italiano dal Caravaggio al Tiepolo, prefazione di Ojetti Ugo, AA.VV., Bergamo, Istituto italiano d’arti grafiche, 1927;
Carlo Dolci. 1616-1687, a cura di S. Bellesi, A. Bisceglia, (catalogo della mostra, Firenze, Galleria Palatina 30 giugno-15 novembre 2015), Sillabe, Livorno, 2015
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