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venerdì 7 settembre 2018

Una banca per l'aldilà

L’evoluzione dell’ideologia dell’Ordine dei mendicanti desta sospetto soprattutto riguardo la sua integrità, in pieno Trecento, quando oramai il suo assetto dottrinario risulta ben inserito nel contesto socio-culturale.
Il purismo nei principi, negli usi e nei costumi si rivela corrotto col passare del tempo, ove degenera la matrice pauperistica provocando un nutrito dissenso dall’opinione pubblica all’epoca. La frugalità delle chiese, ora, ostenta l’opulenza di complesse strutture cattedratiche, spesso luogo di sepoltura di casate importanti, che elargivano a tal proposito proventi e donazioni post-portem. Contradditio in terminis per la poetica mendicante che esulava dal possesso di un bene.


La situazione che si verificava era differente dall’assioma pauperistico, infatti spesso, gli appartenenti all’ordine si trovavano a dover gestire patrimoni fondiari ingenti; a tal fine si servivano di confratelli laici che orbitavano nel loro alveo. In alcuni casi specifici i frati erano investiti del ruolo di fedecommissari, attraverso l’amministrazione diretta del fondo pro anima ceduto.
Alla base l’ingenuità del presupposto da parte dei signori mandatari del testamento, i quali confidavano nella salda appartenenza di costoro ad un ordine mendicante, e di conseguenza la garanzia di una gestione del patrimonio in modo irreprensibile.


L’integrità morale, basata sulla carità e l’assenza di venalità e cupidigia, costituiva un valido garante per i testatori privati, di converso la delega a persone di fiducia poteva ordinare i vari patrimoni secondo un impianto moratorio che si focalizzava su una possibile parcellizzazione pro beneficenza. Altro aspetto importante risiedeva nella restituzione delle male ablata, ovvero il recupero delle usure nei testamenti. Purtroppo la situazione reale degenerò comportando un incremento negli abusi e sopraffazioni ad opera di frati, che approfittarono del loro ruolo, ricettando denaro.

Un caso noto fu quello del frate Alberto da Imola, dell’Ordine dei Frati Minori, definito da Boccaccio: “seppe in tal guisa li Viniziani adescare, che egli quasi d’ogni testamento che vi si faceva era fedel commissario e dipositario, e guardatore di denari di molti, confessore e consigliatore quasi della maggior parte degli uomini e delle donne”. “Seguendo il suo modello” diversi confratelli di frate Alberto, complice l’habitus monastico, specularono su beni considerevoli a svantaggio degli indigenti. Questo malcostume scandalizzò l’opinione pubblica e nel 1239 venne sancito il diniego per l’ordine francescano di occuparsi di attività onerose di tal specie. Di contro nel 1292 la provincia della Toscana rivendicava invece la legittimità della loro partecipazione all’esecuzione testamentaria. L’urlo inquisitorio degli Spirituali, capeggiati da Ubertino da Casale, si dibatteva sullo scandalo che investiva l’ordine, stimando questo la causa principale del declino dei francescani. La corsa alla sepoltura dei più ricchi, le richieste onerose di denari, offici mirati alla raccolta di somme con fine di lucro, la pratica abusiva dei legati testamentari.


L’ideale pauperistico fondante dell’ordine mendicante si discostava sempre di più dal “verismo” della sua pratica quotidiana. Stesso schema si riproduceva nel caso dei Predicatori, in merito ai quali fu ribadito il veto in materia di pratiche lucrose e successorie testamentarie.

La situazione normativa diede adito a dubbi e confusioni: era labile il limes entro cui l’attività era considerata consona, viste le frequenti attribuzioni lecite a frati quali legati testamentari, anche se non in prima persona, nel ruolo di consiglieri. Erano investiti potenzialmente di incarichi che spesso degeneravano in stati parossistici del principio alla base. Ad esempio nel caso di ricezione di denaro, deputato a messe o acquisto di beni di primaria necessità. Le cifre dei prospetti spesso venivano gonfiate per comperare arredi ecclesiastici importanti.

Dalla semplicità del prospetto iniziale, l’intento era mutato e l’ordine prediligeva ingenti somme per l’edificazione di costruzioni grandiose, exempla di autorità e prestigio; un inganno di opere per la misericordia, che invece utilizzavano proventi investendoli in opere omnia. A tal proposito si dispiega la predica dell’arcivescovo di Pisa, Federico Visconti, che si appellò a un episodio del Vangelo di Luca per giustificare la legittimità dell’offerta per i lavori di una chiesa, sobillando il suo progetto di ingrandire l’edificio di S. Caterina. Egli narra di come un servo giacesse infermo e fosse stato guarito dal Redentore, poiché il Centurione, suo protettore, fece un offerta per la costruzione della Sinagoga.

E’ così chiaro che l’elemosina data per la fabbrica di una chiesa riesce persino a liberarci dalla morte fisica e ci dà vita; e questo sia detto contro coloro che dicono; non mi va di dare la mia elemosina in tegole e calcina


Di: Costanza Marana

Fonti:
Investimenti per l'aldilà. Arte e raccomandazione dell'anima nel Medioevo, Michele Bacci, Bari, Laterza, 2003
Ordini Mendicanti e coscienza cittadina in Mélanges de l'école française de Rome. Moyen-Age, Temps modernes, Giacomo Todeschini, Tomo 89, n. 2, pp. 657 – 666, 1977
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