Ultimi Post

mercoledì 26 settembre 2018

La storia di Mafalda di Savoia, principessa morta per mano nazista

Buchenwald è un campo di concentramento tristemente noto a tutti per lo sterminio di numerose persone afferenti a diverse religioni e partiti politici e, come per tutti i campi di concentramento istituiti nel periodo nazista, anche Buchenwald non ci lascia che storie strazianti di dolore e torture, storie che oggi meritano sempre più di essere ricordate, perché, senza memoria storica, l’uomo non è nulla.


Una vicenda legata a questo campo di concentramento colpisce particolarmente l’attenzione. Come ben sappiamo nei lager morivano persone di ogni età, sesso, religione, orientamento sessuale, politico e anche posizione sociale. In questo mattatoio umano, istituito nel 1937 nel bel mezzo della Turingia, a pochi chilometri da Weimar, si è consumata una delle più tristi e terribili tragedie legate anche ad una famiglia reale, quella dei Savoia. Mafalda di Savoia, infatti, troverà la morte ad attenderla proprio tra le colline della Germania centrale.

http://www.riscriverelastoria.com/p/riviste.html

Mafalda nasce a Roma il 19 novembre 1902 come secondogenita del Re Vittorio Emanuele III e della regina Elena di Montenegro. Trascorre un’infanzia molto piacevole e serena tra le residenze di famiglia, ma ama particolarmente Racconigi che sarà infatti la location delle sue nozze con il Principe tedesco Filippo d’Assia.


Il matrimonio fu sin dal principio ostacolato da politici ed ecclesiastici, primi fra tutti Mussolini e il Vaticano, che non vedevano di buon occhio il matrimonio di una Savoia – cattolica - con un langravio tedesco – protestante. Nonostante i primi ostacoli, lo sposalizio ebbe luogo e da questa unione felice e ricercata nacquero ben quattro bambini, amati e circondati da una famiglia calorosa e affettuosa. Come tanti tedeschi, anche Filippo fu ammaliato dal fascino nazista ed entrò a far parte dello Stato Maggiore del Führer, assicurandosi così una maggiore buona posizione sociale e politica; ma neanche questo basterà a salvare la gentile Mafalda, una donna caritatevole ed estremamente sensibile: la donna, infatti, alla notizia della morte di Re Boris III di Bulgaria, consorte della sorella Giovanna di Savoia non esitò un attimo a partire per Sofia, con tutti i rischi che comportava quel viaggio. Bisogna specificare infatti in che periodo storico delicato siamo, uno dei più pericolosi di sempre, soprattutto per i reali che volevano mettersi in viaggio: di regola, alla morte di un parente reale, tutta Casa Savoia si recava ai funerali, ma la morte del regnante ungherese coincise con l’Armistizio – 8 settembre 1943 – che porterà uno scambio di ruoli per gli italiani nello scacchiere del secondo conflitto mondiale. Da alleati, ora i tedeschi erano i nemici contro cui combattere: la mossa non piacque agli ex-alleati che useranno proprio Mafalda per vendicarsi dei Verräter. Muoversi per i reali era diventato quindi particolarmente rischioso.


Vittorio Emanuele III prese l’amara decisione di inviare solo la figlia Mafalda in Bulgaria: sperava che la presenza del genero tra le grazie tedesche e l’arruolamento del nipote nella Wermacht avrebbero dissuaso i nazisti dall’infastidire la donna, quindi il casato. Le aspettative di Vittorio furono ben presto disattese: dopo il funerale, la mattina dell‘8 settembre, Mafalda chiamò Roma per chiedere il permesso di tornare, ma nella telefonata non fu messa al corrente dell’imminente Armistizio, di cui venne a conoscenza solo grazie alla Regina di Romania, quando ormai era in partenza dalla stazione di Sinaia a tarda notte. Mafalda intuì il rischio, ma decise di mettersi comunque in viaggio; il desiderio di ricongiungersi con figli e marito era troppo per poter aspettare in una terra straniera la fine del conflitto. Il viaggio fino a Roma fu ostico e insidioso; raggiunse comunque la capitale con un’amara sorpresa ad attenderla. I suoi familiari, compresi il fratello Umberto – il futuro Re di Maggio – erano scappati a Brindisi; il marito era imprigionato in Germania; i figli, per fortuna, si trovavano sotto la tutela di Monsignor Giovanni Battista Montini – futuro pontefice noto come Paolo VI.


Nell’angosciante situazione riuscì a vedere almeno per l’ultima volta tre dei suoi amati figli, prima di essere catturata dalla Gestapo che – nell’ambito dell’Operazione Abeba - la deportò immediatamente a Buchenwald, sotto il falso nome di Frau Von Weber. Far sapere che la principessa Savoia era stata imprigionata avrebbe potuto scatenare una ribellione nel campo, soprattutto da parte dei prigionieri italiani: assegnata alla baracca n°15, la donna non sopravvisse a lungo in quell’inferno. Nell’agosto del 1944 gli angloamericani bombardarono proprio il lager in cui era rinchiusa, distruggendo anche la sua “dimora” e ustionando gravemente Mafalda. I medici nazisti la ricoverarono immediatamente, ma attesero ben quattro giorni prima di operarla al braccio che riportava gravissime ustioni - probabilmente per farla soffrire. L’agonia di quei giorni si concluse con l’amputazione dell’arto in cancrena e con un intervento chirurgico frettoloso, incurante e ai limiti della sopportazione umana. Nella fase delicata post-operatoria la donna fu definitivamente abbandonata al massimo dolore, senza assistenze né cure da parte del personale medico nazista, portandola alla morte a soli 42 anni, in un caldo giorno d’agosto del 1944.


La sua salma non fu cremata per volere di Padre Joseph Tyl – monaco boemo cattolico dell’ordine degli Agostiniani – ma rinchiusa in una cassa che riportava la dicitura “262 eine unbekannte Frau”. Concluso il conflitto, sette miliari italiani della Regia Marina ed ex-prigionieri di Weimar, a conoscenza della prigionia della Principessa, si recarono nella vicina Buchenwald proprio per cercare la sua salma, a cui apposero una targa identificativa. Il ricordo di Mafalda visse anche e soprattutto dopo la guerra, proprio in quelle persone che ebbero l’onore di incontrarla in quella disgraziata circostanza, primo fra tutti il radiologo italiano Fausto Pecorari, anch’egli internato a Buchenwald che a fine guerra, fu proprio lui a recarsi Roma per informare Casa Savoia sull’accaduto.

Salutatemi tutta l’Italia dalle Alpi, alla Sicilia”, queste furono le ultime parole – così si dice – della principessa Mafalda; uccisa e strappata ai suoi affetti solo per aver un cognome troppo ingombrante in una guerra che non ha risparmiato nessuno e che ha mostrato ai posteri solo il lato più bestiale dell’umanità.


Di: Simona Amadori

Fonti:
Franco Barbini, Margherita Giai, I Savoia. Mille anni di dinastia: storia, biografia e costume, Firenze, Giunti Editore, 2002
Cristina Siccardi, Mafalda di Savoia: dalla reggia al lager di Buchenwald, Torino, Paoline Editoriale Libri, 1999
M. Enrica Magni Bosio, Operazione Abeba. La vera storia di Mafalda di Savoia, Baldissero d'Alba, Umberto Soletti Editore, 2009
______________________________________________

Condividi questo articolo:

Posta un commento

 
Back To Top
Copyright © 2014-2018 Riscrivere la Storia. Designed by OddThemes | Distributed By Gooyaabi Templates