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venerdì 31 agosto 2018

Nespresso... What else? La dimenticata storia del caffè

Celeberrima ormai la battuta pronunciata da George Clooney nella pubblicità delle cialde per il caffè. Ma dove nasce questa pianta? Di che si tratta? Quanto spesso se ne parla?


Il caffè fa parte della famiglia delle rubiaceae, un gruppo vastissimo di angiosperme, quindi piante abbastanza comuni. Fino al XIX secolo non era certo il luogo di provenienza del caffè: si ipotizzavano Etiopia, Persia, Yemen addirittura, in particolare nella regione di Mokha – e non per nulla noi usiamo la moka per prepararlo.
Tra le molte leggende, si narra che in Etiopia, nella regione di Caffa, delle pecore scapparono dal loro pastore, Kaldi, andando a mangiare foglie di questa rubianacea: vedendo che diventavano energiche, più vitali, il pastore abbrustolì i semi della pianta per trarne giovamento.
Diffusosi nel XV secolo fino a Damasco, al Cairo, ad Istanbul, si consumava nei luoghi di incontro dell’epoca, come anche piccoli mercati o fiere.

Francis Bacon (1561-1626), ritratto.
Nel 1627, Francis Bacon, in Sylva Silvarum, descrive i luoghi in cui i turchi si ritrovavano per il caffè. Capirono immediatamente gli affari legati al commercio del caffè i veneziani, che divennero presto – nel 1615 – primi importatori: nel 1645 nacquero proprio a Venezia i primi Caffè, frequentatissimi, in cui la bevanda veniva consumata in “chicchere di porcellana”, come si nota nelle testimonianze lasciata dal medico Francesco Redi.

Antico caffè letterario.
Dopo la battaglia di Vienna, l’usanza si diffuse presto in tutta Europa: Vienna; Londra; Parigi, dove una libbra di caffè costava anche 40 scudi.
Nel 1663 in Inghilterra c’erano circa ottanta coffee house, divenute tremila nel 1715. Berlino aprì il primo locale nel 1670, mentre Parigi solo nel 1686.
Presto la tradizione si diffuse oltreoceano, tanto che fu aperto un caffè a Boston nel 1689, il London Coffee House – oggi ancora in auge.

Una coffee house di Boston di oggi. 
La Compagnia olandese delle Indie Orientali prese a coltivare la pianta già alla fine del XVII secolo nella zona di Giava e nel 1720 il capitano Gabriel de Clieu portò la piantina in Martinica, Guadalupa, Giamaica, Cuba e Puerto Rico.
In Brasile, oggi il primo produttore mondiale, arriva solo nel 1727 per il tramite degli olandesi. Un accurato studio del caffè su condotto dal botanico Antoine de Jusseieu, mentre il nome “coffea” fu proposto proprio da Carl Nilsson Linnaeus nel 1737, le cui varietà più diffuse oggi sono “arabica”; “robusta”; “liberica”; “excelsa”, “stenophylla”; “mauritana” e“lacemosa”.

Proprio nei Caffè gli intellettuali vedono il luogo prediletto di riunione per esprimere e discutere con una certa regolarità le proprie tesi di studio: dalle discussioni tra Voltaire e Rousseau a Parigi ai circoli avanguardisti riuniti attorno a Margherita Sarfatti e il gruppo del Novecento.
Oggi abbiamo un’ampia diffusione di tale bevanda: in Italia la variante più gettonata è l’espresso, in Austria il moka, nei Paesi nordici e anglosassoni si predilige il caffè lungo, più ricco di caffeina, che rende perplessi però gli abitanti del Bel Paese. Una celebre battuta di Carlo Pistarino recita infatti

Quando vai all’estero, poi al ritorno non dici “ho visto il Louvre”, “ho visto la torre Eiffel”: dici “com’era brutto il caffè!”. Perché all’estero il caffè lo fanno così lungo, ma così lungo, che per berlo devi uscire fuori dal bar.

Pellegrino Artusi (1820-1911) e una copia del suo testo. 
Potremo altresì cercare nelle fonti letterarie qualche commento relativo ad esso.
Pellegrino Artusi – scrittore, gastronomo e critico letterario italiano del XIX secolo - scrive

V’è chi ritiene il caffè originario della Persia, chi dell’Etiopia e chi dell’Araba Fenice; ma di qualunque posto sia, è certamente una pianta orientale sotto forma di arboscello sempre verde, il cui fusto arriva fino ai quattro o cinque metri.  […] Questa preziosa bibita che diffonde per tutto il corpo un giocoso eccitamento, fu chiamata la bevanda intellettuale, l’amica dei letterati, degli scienziati e dei poeti perché, scuotendo i nervi, rischiara le idee, fa l’immaginazione più viva e più rapido il pensiero. 

Nel testo di Ernesto Ragazzoni, I vincitori, troviamo, in seguito al colloquiare in merito a questioni di guerra attorno alla figura di Napoleone Bonaparte:

Vedel: “Il generale Bonaparte chiede che si mandi a cercare del caffè immediatamente…”. 
Angereau risponde: “Fate dunque veglia di famiglia là dentro… Vi ci vuole del caffè?”
Vedel: “Giù in basso ci sono dei soldati d’ordinanza… Provvedano del caffè… Se non ne provano più qui, corrano in città, sveglino qualche droghiere…” 
Massena: “Ed è Bonaparte che è stato preso da questa furia di caffè?” […] 
Vadel: “Non c’era il caffè… e Bonaparte ha ordinato di mettere anche a soqquadro tutta Cherasco pur di trovarne…”.

 Dilettevole immaginarsi Napoleone Bonaparte in cerca di caffè. Storia effettiva o no, di certo è di sollazzo. Il contesto era trovare quella bevanda per alcuni accordi con il generale De La Tour, per il famoso armistizio di Cherasco.
Camillo Boito, in Senso – testo uscito nel 1883 - riporta delle lettere della contessa Livia e in una, in particolare, dopo una serie di episodi di disperazione in cui la protagonista medita addirittura il suicidio, si legge:

Mi trovai per caso di contro ad una modesta bottega di caffè, e , dopo avere più volte dirato innanzi alla vetrina, parendomi che non ci fosse nessuno, andai a pormi nel canto più lontano e scuro, ordinando qualcosa. Nell’angolo opposto, sdraiati sullo stesso sofà rosso, che circondava la sala vasta, bassa, umida e mezza buia, stavano due militari, fumando e sbadigliando. […] Abbassai il cristallo, e l’ufficiale mi porse qualcosa: era il mio portamonete, dimenticato sulla tavola della bottega da caffè, mentre stavo per pagare.


Che dire, la donna poi non si suicidò e la storia proseguì. Altro ancora si può scovare tra le pagine de La coscienza di Zeno, di Italo Svevo, oppure ne Il monologo del caffè di Eduardo De Filippo.

Bevanda che rinfranca, riappacifica, rincuora, vivacizza e dà energia: ecco perché beviamo ancora il caffè e le variabili oggi sono tantissime, dal numero quasi esagerato: espresso, decaffeinato, in vitro, corto, cortissimo, lungo, decerato, schiumato, corretto, annegato (moka fatta con grappa anziché con acqua), moretta francese, resentin, napoletano, americano (60% in più di acqua), moldavo, alla nocciola, al ginseng, mocaccino (cappuccino e cioccolata calda), marocchino (schiuma di latte, poi caffè e cacao), messicano, in ghiaccio, shakerato, alla turca, doppio lungo, doppio ristretto, corto con scorza d’arancia e.. forse l’elenco è abbastanza lungo per capire che tale bevanda ormai è declinata secondo ogni possibilità e gusto personale. Ci sono una miriade di gusti diversi ormai, citarli tutti potrebbe diventare un’impresa impossibile.


Di: Anna Maria Vantini

Fonti:
- Mark Pendergrast, M. Marconi, Storia del caffè, Odoya, Bologna, 2010
- Roberto Falsoni, Un mondo di caffè. Dalla storia alla degustazione, Grafiche Aurora, Bassone, 2013
- Francis Bacon, Sylva Sylvarum: Or a Natural History in Ten Centuries, Kessinger Publishing, Whitefish, Montana, 2010
- Pellegrino Artusi, La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, Edizione del centenario, Giunti Editore, Firenze, 2011
- Ernesto Ragazzoni, Poesie e Prose, Scheiwiller, Milano, 1978
- (a cura di) C. Bertoni, Camillo Boito, Senso, Manni, Lecce, 2015
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