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mercoledì 1 agosto 2018

La fine dell’unità politica dei cattolici

Nel gennaio del 1994 cessò di esistere il partito che dal 1948 era stato il partito di maggioranza relativa e aveva caratterizzato tutta la storia della prima Repubblica. La Dc era in crisi dalla fine degli anni 70 del 1900 e molti storici sostengono che l’inizio del tramonto avvenne per due motivi: la scomparsa di Aldo Moro e il venir meno dell’anticomunismo. La fine della Dc non può essere imputata solo alla fine del collante che era stato l’anticomunismo, ma è da ricercarsi in una crisi più profonda, nell’incapacità di riformismo e di cambiamento all’interno e nella politica di governo.


Negli anni Ottanta, l’affanno della Dc si manifestava sia all’ interno che all’esterno del partito, in preda ad una lotta tra le correnti divise tra di loro da una visione strategica sul futuro; nessuno nascondeva la debolezza di questo partito di correnti senza trovare un accordo sulla ricetta da seguire per risanarlo. Il cercare una possibile soluzione alla crisi interna della Dc venne affidato al nuovo segretario che apparteneva alla sinistra Dc, ovvero Ciriaco De Mita che riuscì solo a rallentare il declino della Dc rispetto alle elezioni del 1983. La nuova formula di governo - il pentapartito - si basava su un’alleanza con i partiti laici e il partito socialista, ma la forte concorrenza tra la Dc di Ciriaco De Mita e il Psi di Craxi portarono a continue crisi di governo e ad un indebolirsi del ruolo della Dc. Si continuò pertanto a privilegiare gruppi di potere e di uomini vicini alla Dc e al Psi. Questa alleanza portò come conseguenze l’isolamento del Pci e il passaggio di molti comuni da giunte di sinistra a giunte guidate dal Pentapartito. Ciriaco De Mita cercò di portare al superamento delle correnti interne della Dc e anche alla regionalizzazione del partito, ma fu un’iniziativa di non facile attuazione. La segreteria De Mita si concluse nel 1989 senza però aver inciso in mondo particolare sulla situazione di difficoltà del partito.


Il XVIII Congresso nazionale della Dc segnò un ritorno alla segreteria di Arnaldo Forlani e l’emergere della sua nuova corrente di Area Popolare, che dovette affrontare diversi problemi nei primi anni Novanta: il rapporto del CAF con la sinistra Dc, la questione dell’esperimento della giunta Orlando a Palermo, e poi a partire dal 1992 la cosiddetta Tangentopoli.
Le tre questioni erano strettamente connesse tra di loro. All’inizio del 1990 finì la gestione unitaria della Dc, la cui causa fu dovuta principalmente alla situazione a Palermo dove il sindaco Leoluca Orlando aveva costituito una Giunta con degli Assessori del Pci lasciando fuori il Psi ed il Psi: quest’ultimo minacciava una crisi a livello nazionale. Alcuni gesuiti si schierarono a favore di Orlando usando anche toni apocalittici invitando a non votare né Dc né Psi alle successive europee. La questione si risolse con le dimissioni l’anno successivo, del sindaco di Palermo e la sua uscita dalla Dc. Tutto ciò aveva innescato un altro problema nel mondo cattolico: all’interno della Cei e tra la Cei e il clero di base, si discuteva in merito al ruolo del partito unico dei cattolici della Dc, che a Nord non godeva più il consenso che aveva da sempre avuto a seguito delle ripercussioni di Tangentopoli.
Nel 1991 si tenne una conferenza ad Assago in cui la Dc cercò di trovare dei punti su cui autoriformarsi. In questa conferenza vennero trattati temi caldi come la degenerazione nella gestione del potere sia in centro che in periferia del sistema politico, ossia una critica al partito come federazione di correnti. Ciò avvenne con la presenza di gran parte della classe dirigente e del gruppo dirigente storico. La conferenza si concluse con l’approvazione di un documento: si trattava della sintesi delle proposte delle sei commissioni di approfondimento in cui si era divisa la conferenza, ed era stato messo a punto dal responsabile della formazione, Gianpaolo D’Andrea. Il documento era stato preventivamente discusso ed approvato nella direzione della Dc e dall’ufficio di segreteria, esso era molto articolato e toccava tutti i punti più critici e criticati nel funzionamento della vita di partito.
A decorrere dal 1992, la situazione della Dc si aggravò ulteriormente, dal momento che la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista Italiano furono tra i partiti più coinvolti in Tangentopoli e la Magistratura scoprì una diffusa corruzione nei partiti e ciò non poteva che provocare il distacco di un elettorato deluso, che comunque, alle elezioni del 1992 diede alla Dc la maggioranza relativa con il 27 %, ma che per la prima volta scese sotto il 30%, e soprattutto al nord, ci fu un passaggio di voti dalla Dc alla Lega Nord .

L’ultimo tentativo di rinnovamento della Dc venne affidato il 12 ottobre 1992 dal Consiglio nazionale su iniziativa di Castagnetti e Bodrato a Mino Martinazzoli, esponente della sinistra non coinvolto in Tangentopoli e per questo ritenuto adatto per risolvere questa questione di enorme complessità. Nello stesso periodo Segni presentò a Roma il movimento dei “Popolari per la riforma”, che mirava ad una riforma elettorale che portasse al bipartitismo che aveva come modello quello Inglese. La Dc di Martinazzoli non discuteva più di alleanze, sostituì la direzione con un organismo formato da dipartimenti che erano stati assegnati ad amici di fiducia, ma erano ben poco rappresentativi del partito e non avevano alcun potere reale. Il tentativo di sostituire la vecchia classe dirigente prevalentemente del sud, con una del centro-nord non portò alcun risultato. La Dc di Martinazzoli, che ormai si presentava senza un chiaro programma, si indebolì ulteriormente quando Rosi Bindi riunì i suoi amici del Veneto e dichiarò la fine della Dc in quella Regione e la formazione di un partito popolare del Veneto. Lo stesso Martinazzoli si fece affidare il mandato per costituire un nuovo soggetto politico in grado di adattarsi alla nuova situazione e al bipolarismo; quindi venne dichiarata estinta l’esperienza della Dc all’Eur alla fine di Luglio del 1993 e venne decretata la fine del sistema confederativo che teneva insieme le correnti.
La Dc alla fine implose non per il venir meno di un collante ideologico o per il venir meno dello spirito confederativo delle Dc divisa diverse correnti, ma a causa di fattori esterni.
Un fattore molto importante nella fine della Dc fu l’introduzione del sistema elettorale maggioritario proposto da Segni, secondo cui contano il numero di seggi vinti e non la percentuale di voti. Tale cambiamento richiedeva una chiara scelta di campo, impedendo quelle mediazioni e compromessi che il sistema proporzionale aveva garantito a lungo alla Democrazia cristiana. Veniva meno la necessità dell’unità politica dei cattolici, che si divisero nelle diverse anime che da sempre avevano caratterizzato il cattolicesimo politico: quella moderata e quella basata e più sensibile ai valori di solidarietà e giustizia sociale. Questo carattere confederativo di correnti e quindi di varie aree di consenso, caratterizzato dalle correnti locali rimase una peculiarità anche dei partiti postdemocristiani per esempio L’Udc in Sicilia e il Ppi in Calabria e Campania.

In questa fase di crisi la Dc si richiama ai nomi di Sturzo, De Gasperi e Moro che ricorrono con una certa frequenza negli interventi e nelle riflessioni dei protagonisti in questo ultimo atto del partito. Il partito della Dc ha lasciato un segno importante nella storia della “prima Repubblica” per tutta la sua lunga storia. La conclusione della parabola di tale partito non deve essere intesa solo come il suo tracollo, ma come il venir meno dell’aspetto federativo tra le correnti che componevano la Dc.


Di: Sunil Sbalchiero
Fonti:
  • Francesco Malgeri, L’Italia democristiana, Gangemi Editore, Roma, 2005
  • (a cura di) Marco Gervasoni, Andrea Ungari, Due repubbliche, Rubbettino, Soveria Manelli, 2014
  • www.storiadc.it ultima consultazione 02/08/2016
  • Giovanni di Capua, Paolo Messa, Dc. Il partito che fece l’Italia, Marsilio, Venezia, 2011
  • Carlo Baccetti, I postdemocristiani, Il Mulino, Bologna, 2007
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