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domenica 17 giugno 2018

L’universo onirico, gotico, romantico di Eta Hoffmann

Ernst Theodor Wilhelm Hoffmann (1776-1822), artista tedesco che spazia nel campo della letteratura, musica e pittura, lascerà il segno per la sua indole controversa, umbratile, segnata da una condizione psicologica ed esistenziale alterata, dominata dall’eccesso. L’alveo familiare in nuce prepara il terreno fertile allo sviluppo di una personalità, già precocemente disturbata, a causa dell’imprinting nevrotico materno e dell’inflessibilità paterna.


Affronta con incertezza gli studi da giurista, portandoli a compimento, e intraprende la carriera da giurista, sebbene il suo focus interiore rimanga celato dalla lettura dei romanzi di Goethe, commisti a opere di Rousseau e Sterne. Il preromanticismo lo avvolge e lo coinvolge sensorialmente facendo breccia nel suo animo ipersensibile, suggestionando il suo potenziale immaginifico. Hoffmann è dotato del dono della fantasia, la sua anima esula dai freni inibitori della ratio. Costruirà trame fiabesche, novelle surreali, gotiche, romantiche, suggellando un innovativo stilema personale. L’imago del femminino, trasposta dalla figura dell’amata Cora Hatt alla baronessa sposa infelice nel Majorat, racchiude in sé il senso misterico del sentimento inappagato. Il suo talento poliedrico trasmoda al di là del solo campo letterario. In campo musicale e pittorico, nello specifico, l’incontro con il pittore Molinari, individuo sui generis di stampo decadente, lo attrarrà in un particolare ciclo virtuoso artistico. L’input dello stile rinascimentale delle opere della galleria di Dresda lo ispira e, attraverso il filtro della sua personale suggestione, ne sgorgano gli affreschi della sala del palazzo Mniszek.

La cultura polacca gioca un ruolo fondamentale nell’esistenza dell’artista, dalla sua compagna e moglie al suo soggiorno a Varsavia, ove il fascino del vetusto, del decadente, del ricordo corroborano il suo animo e lo rinfrancano. Hoffmann sente vicino a sé un luogo dimenticato, afflitto da invasioni, memore di un sentire tradizionale, culla di una malinconia del vivere, testimone della commistione con la cultura tedesca. Questo sarà proprio lo scenario dei suoi racconti: un non luogo, ibrido della mistura culturale slavo-tedesca. Terreno maturo anche per l’impianto compositivo musicale. Dopo il suo trasferimento a Bramberga metterà in scena opere di Kleist e Calderòn cogliendo lo spirito barocco spagnolo, mitigandolo con il verticalismo gotico. Nonostante il suo aspetto gracile, cagionevole, egli svolge la sua attività di giudice, ponendovi fine durante l’invasione francese, periodo difficile per l’artista che, investitosi di tal habitus, viene vessato da delusioni e fallimenti. All’indomani della permanenza dello straniero, Hoffmann può riprendere la toga, ma assaporato il gusto letterario, costui sente la sua vera vocazione. Il destino gli dà l’assenso e comincia un fervido lavorio di novellatore. Romantico d’origine e d’adozione sposa in pieno l’Organismusgedanke, ovvero la stretta compenetrazione tra arte e vita.


Mai mi persuaderò che colui di cui tutta la vita non innalza la poesia al disopra della volgarità e al disopra delle piccole miserie della vita convenzionale, colui che non è buono e generoso possa esser poeta, poeta per vocazione. Il suo introitus è l’osservazione. L’elemento reale coglie la sua attenzione e il suo acume, particolare, trasfigura il dato, dando adito all’altro aspetto che caratterizza il suo stilema: l’immaginifico. Un “espressionismo” che dilaga rendendo la sua presenza artistica unica e personalissima. Il Wunderbare è l’elemento fiabesco, il senso del meraviglioso, il soprannaturale, commisto al Wunderliches ovvero l’estroso, l’individuale, il peculiare. La stravaganza è il suo humus, l’habitat in cui il suo intelletto si sente compreso e si placa. Insofferente della realtà conformista, borghese che lo attanaglia, Hoffmann struttura un mondo parallelo, originato, dal vero e trasposto nel surreale. Costui dà voce agli eccezionali, ai curiosi. Descrive minuziosamente tutto lo spettro delle manie, piccolezze, bizzarrie dell’universo umano, rendendolo grottesco. Scrive di lui il suo biografo, Giorgio Ellinger: Nelle strade di Berlino o lungo i viali dei Zelten cominciò ad agitarsi in lui quella magica forza che trasformava gli individui strani che lo avevano colpito in creature fatate. L’artista si spinge fino al campo del soprannaturale e delle tenebre. Le sue ambientazioni sono caratterizzate da fantasmi, creature diaboliche, fino a toccare le corde del macabro. L’elemento del visionario e del doppio corrobora il tessuto narrativo e lo esaspera. Il clima diventa paradossale...

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