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giovedì 3 maggio 2018

Dante cospira contro la donna-angelo

Dante Alighieri non ha bisogno di alcuna presentazione: tutti lo conosciamo, in un modo o nell’altro. Nominandolo, subito vengono alla mente la Commedia, il De Vulgari Eloquentia, il Convivio, De monarchia, la Vita Nova e i vari sonetti, ad oggi collazionati in quelle che sono le Rime.


Dante nel De vulgari eloquentia parla ampliamente di ciò che accade alla lingua italiana e cerca di offrire una suggestiva spiegazione al perché è d’uopo adoperare il volgare toscano tra i vari dialetti della penisola. Oltre a questo, afferma che ogni poeta deve eliminare gli elementi municipali onde arrivare ad un sostrato linguistico comune, reso opaco dalla patina delle tendenze locali. Si perviene dunque a quel volgare aulico che si divide in tre stili: tragico, elegiaco e comico, altrimenti detto elevato, mezzano e basso.

Nella Commedia, Dante Alighieri fa uso di questi tre registri linguistici rispettivamente nelle tre cantiche e quindi non ci si scandalizza per nulla quando si leggono alcuni brani dell’Inferno in cui si parla di lussuria, putridume e altri temi “bassi e volgari”. Ma c’è di più nella Commedia: Dante realizza un sunto di quello che è stato il suo percorso di scrittore, latino e volgare: ogni tendenza dantesca, da quelle giovanili a quelle senili, sono presenti.
Curiosa è quindi l’analisi di due testi che compaiono assolutamente squallidi e che non sembrano nemmeno rientrare nei canoni del dolce stilnovo che stava sperimentando il sommo poeta, quando scrive la tenzone – duello poetico - con Forese Donati e nel momento in cui compone le rime petrose, tra le quali emerge Così nel mio parlar volgi’ esser aspro, la numero 43 nell’edizione curata da Claudio Giunta per la pregiata collezione dei classici Mondadori. Se ne citano due, poiché sono le più emblematiche di quel Dante comico, sconcio, schietto che poco – forse – si conosce.

 Lasciando qui da parte la tenzone con Forese Donati – Rima 25 della suddetta edizione – si vuole immediatamente porre l’attenzione sulla Rima 43.
Dimentichiamoci per prima cosa della purezza dell’amore cantato dal sommo poeta: la donna acquista forma, fisicità e materia, scendendo da quel piedistallo su cui la si è sempre posta nello Stilnovo. Ricordiamoci invece che anche Dante Alighieri era un uomo, con delle pulsioni e con dei sentimenti concreti, in ogni accezione.


La Rima 43 principia con Così nel mio parlar vogli’ esser aspro e non si scorge nulla, per ora, se non l’appartenenza alle cosiddette rime petrose dantesche, ovvero quelle canzoni che emergono per la durezza dei termini nonché l’asprezza dei suoni. Si tratta di un componimento di sei stanze con piede ABbC ABbC e sirma CDdEE, con congedo uguale alla sirma. Tecnicamente, Dante parla nel De vulgari eloquentia di “rithimorum asperitas, nisi forte sit lenitati permixta” (Cap. II XIII 13), ovvero del fatto che lo stesso stile tragico acquista splendore dalla mescolanza di rime aspre e morbide, ma in questo caso, esse si mescolano creando un vortice pungente in cui il poeta stesso è immerso.
La seconda stanza ha come primo verso “Non truovo schermo ch’ella non mi sprezzi”, in quanto l’uomo è condannato alle pene inflitte dall’amore stesso, a cui porrà rimedio, in questo caso, tramite una rappresaglia verso la donna, l’oggetto-soggetto dei suoi desideri inappagati e manifesta questo rancore a decorrere dal verso 53.

 Così vedess’io lui fender per mezzo / il cuore a la crudele che ‘l mio squatra, / poi non mi sarebbe atra / la morte, ov’io per sua bellezza corro: ché tanto dà nel sol quanto nel rezzo, / questa scherana micidiale e latra. […] che nei biondi capelli / ch’Amor per consumarmi increspa e dora / metterei mano, e piacere’le allora.
 S’io avesse le belle trecce prese / che son fatte per me scudiscio e ferza, / pigliandole anzi terza / con essere passerei vespero e squille; / e non sarei pietoso né cortese, / anzi farei com’orso quando scherza; […]

 Canzon, vattene ritto a quella donna / che m’ha rubato e morto […] / ché bello onor s’acquista in far vendetta (vv. 53-58; vv. 63-71; v. 79; v. 83, Rima 43, Dante Alighieri).

 Immediatamente colpiscono il lettore due elementi: un regolamento di conti e l’acrimonia verso quella donna che ha straziato il poeta, che si ritrova come fantasma di sé stesso e non riesce più a implorare un saluto, bensì vuole vendicarsi. Il cuore, squartato – nel gergo medievale, lo “squartare” era una tortura delle più tremende, in cui il condannato veniva legato ai polsi e alle caviglie fino a spezzarlo in quattro – dalla matrona che nelle liriche precedenti donava soavità, purezza e perdono, ora non sopravvive e reclama una rivincita. L’amore ha sciupato il corpo e la mente dello scrittore, i capelli dorati della donna che ha davanti ai suoi occhi non fanno altro che annullarlo ancor di più, tanto sono belli e inaccessibili. Il desiderio non sarà mai appagato, conviene dunque un contro attacco virile: prenderà le trecce di lei in un gesto tipico del sadomaso, trecce che paragona alle fruste e agli scudisci. Con la sottomessa, passerà poi le ore dal tramonto all’alba e non sarà “pietoso né cortese”, giacché la sofferenza lo ha corroso. Dante crea un parallelismo con l’orso: nei bestiari medievali era l’animale che simbolizzava l’anima della lussuria, poiché questa sarà la pena da infliggere a quella vergine che mai concede segni d'intesa. Conclude poi dicendo che in tal modo ha recuperato il suo onore, tramite una vendetta carnale, dal momento che l’amore non guasta più, a questo punto, solo lo spirito.

 I termini adoperati, i parallelismi che si ritrovano richiamano allo stile di Cecco Angiolieri, più materialista rispetto a Dante e questa è la particolarità: uscendo dalla purezza dello stilnovo - narrante una donna che non va mai sfiorata poiché solo la vista di lei innalza lo spirito benché la sofferenza nel non poterla avvicinare logori - ottiene una lirica intensa, tragica, macchiata di volgarità che mai avrebbe scritto, se non esasperato da questa idea miticizzata della domina. trattasi dell’ennesimo gioco linguistico: la donna “domina e matrona” latina ora è essa dominata dalla veemenza lussuriosa dell’uomo, sferzata dai suoi stessi capelli biondi, dorati, strumenti di seduzione che le si rivolgono contro. Essa verrà soggiogata dalle voglie erotiche dall’alba al tramonto e solo quando chiederà infine pietà  - che nelle altre liriche era appannaggio maschile domandarla - e solo allora la rivalsa delle aspettative tradite dell’uomo avrà compimento.
 Ecco dunque un Dante che si impossessa di ciò che non dovrebbe nemmeno guardare e così come lui si contamina di lussuria, le parole stesse che adopera, gli argomenti e le circonlocuzioni si depravano e arrivano ad un livello aspro, crudo, inadeguato - ai nostri occhi colmi di ammirazione reverenziale - per il sommo poeta.
“Ché bello onor s’acquista in far vendetta”: ora può tornare ai temi elevati, tipici del poetare di Dante Alighieri.


Di: Anna Maria Vantini

Fonti:
(a cura di) Claudio Giunta, Rime, in Dante Alighieri, Opere, Arnoldo Mondadori, Milano, 2011
(a cura di) Mirko Tavoni, De vulgari eloquentia, in Dante Alighieri, Opere, Arnaldo Mondadori, Milano, 2011
Sergio Bozzola, La lirica. Dalle origini a Leopardi, Il Mulino, Bologna, 2012
Vittorio Coletti, Storia dell’italiano letterario. Dalle origini al Novecento, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 2000
Luca Serianni, Lezioni di grammatica storica italiana, Bulzoni Editore, Roma, 1998
Marco Santagata, Amate e amanti. Figure della lirica amorosa fra Dante e Petrarca, Il Mulino, Bologna, 1999
Michel Pastoureau, Medioevo simbolico, Laterza, Roma-Bari, 2009

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