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sabato 7 aprile 2018

Man, I'm Bob (Dylan)

La contraddizione e la coerenza. Due elementi imprescindibili del vissuto umano e della serigrafia musicale di un artista. Bob Dylan non ha bisogno di legittimazioni biografiche o di clausure storiografiche legate agli anni della contestazione giovanile. Il suo stilema è senza tempo né luogo, concentrato in un individualismo titanico che volta le spalle, come Caspar David Friedrich, alla contingenza.


Uomo dotato di una disciplina rigida, ferrea, in cui, al medesimo tempo, il livello di entropia sbanca. Un ossimoro, avvolto dal “gelo”, quest'ultimo, calvario e fede di Edoardo de Filippo, che identifica proprio in questo tormento l’estasi della vita di un artista. Un solipsismo in cui ogni elemento vitale è deputato alla musica; non c’è alcun frangente, non c’è alcuna discrepanza, non c’è alcuna idiosincrasia. Il cinismo di Dylan è languido. Egli, sebbene incorpori il sentire di un’epoca e i suoi “fieri accenti”, surclassa il tempo, immergendolo in un pulviscolo, denso e leggero, reale e metafisico. Le sue sonorità, dalla fisarmonica alla chitarra acustica, creano come un velo di malinconia, squarciato da una prosa dialettica. Dylan getta i suoi fraseggi armonici, con una tonalità spesso calante: è un recitato, oltre il canto. Le sue dissonanze sono il tracciato melodico.


Non fa prove, scaglia la musica sul palco e ne reinventa gli arrangiamenti ogni volta. Atto creativo perpetuo in fieri. Quasi come l’action-painting, in senso lato, in cui l’opera germoglia nell’assetto operativo in sé. Dylan entra in scena e suona, senza accordare strumenti, voci, poiché non c’è finzione né separè tra vita e performance. Arrangia intro, acuti, tonalità, travestendo di un habitus irriconoscibile i suoi pezzi. Destabilizza la band che deve assecondarlo, stare al suo passo, e soprattutto il pubblico che viene colto e domato dal suo essere indomito, esule da compromessi cognitivi. La flessibilità del corpus musicale distoglie dal selciato. Non un gesto di accoglienza, né un cenno di saluto: il filtro tra lui che è l’artista e l’alter. L’aura di un uomo che sa gestire e guidare un pubblico, che sembra ribadire il verso biblico, con il suo sguardo fermo, due fessure dal taglio all’ingiù: “Nessuno può servire due padroni”. Il filtro è necessario: è la cortina di ferro che deve sussistere tra l’autore e chi assiste. Assottigliare ed eludere questa separazione significa svalutare il lavorio artistico umano e il concetto di persona nella sua originaria etimologia etrusca (maschera, personaggio). La singolarità come valore ineluttabile.

Il timbro di Dylan è profondo, mobile, perentorio, consapevole di far risuonare nella sua cassa armonica la memoria storica e l’imprinting di un universo umano, segnato. A tratti lo spessore vocale si infittisce, a momenti si inasprisce. La sua postura altera, nonostante l’età, il suo piglio a volte sdegnoso, ma che incanta e asservisce gli ascoltatori. Sostanza, non forma. Come sosteneva Rimbaud, il senso del reale della poesia, è incluso nel Direttorio linguistico e immaginifico di Dylan. Sofisticato e al medesimo tempo selvatico, egli investe letteralmente con la sua musica, destrutturando la scaletta e il costrutto compositivo delle canzoni, celandole, in modo che ne rimanga lui, come sempre, il vero depositario e detentore. Un vero artista che ha consapevolezza del deserto che nutre l’anima di un compositore, dell’austerità che rinfocola lo spirito di un musicista, dell’anomia che assembla una folla di spettatori. Un tour con l’appellativo di senza fine che stigmatizza un modo di essere artista, che va ben oltre le solite dissertazioni socio-politiche di stampo sessantottino.


Di: Costanza Marana

Fonti:
Parole nel vento. I migliori saggi critici su Bob Dylan di A. Carrera, Interlinea, Novara, 2008
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