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martedì 17 aprile 2018

'Dove non c'è legge, non c'è libertà' (J.L.)

I principi politici di John Locke (1632-1704) - considerato il padre del liberalismo classico -dipendono da due tesi fondamentali: la società politica è istituita per patto dagli individui e deve essere funzionale ai loro interessi e soltanto un governo regolato dal consenso del popolo e limitato dai diritti degli individui è considerato prettamente legittimo.

Occorre riuscire anche a connubiare correttamente soggetti morali e razionali per una migliore percezione e filosofica e dottrinale. In questa prospettiva si parla di criteri che legittimano il potere politico stesso e si criticano le forme e gli esercizi arbitrari secondo i quali istituirlo. Il filosofo inglese esamina pedissequamente il processo che costituisce il legislativo e gli altri poteri del governo, ovvero l’esecutivo e il giudiziario. Il potere che il popolo conserva è di controllare in ultima istanza l’attività stessa del governo, destituendolo se guastato dall’interno o dall’esterno onde crearne uno migliore. Il popolo deve vagliare anche le basi e i limiti dell’obbligo politico degli individui, il diritto di resistenza se inciampa nello stato di guerra e le condizioni dell’esercizio stesso di tali prerogative.

John Locke (1632-1704)

Per prima cosa Locke distingue la società e il potere politico da altre forme di governo e sfere di azioni ponendosi già nell’ottica del liberalismo. Postula quindi che l’unione e l’autorità politica siano compatibili con la libertà e l’uguaglianza naturale degli uomini. In tale ottica l’antico potere paterno presente anche nello stato di natura rientra solamente nella sfera stessa del governo naturale e nella società liberale trova spazio solamente nel privato. Questo genere di potere ha come fondamento la procreazione e le cure parentali e si estende sulla prole unicamente fino all’età della ragione, nella quale da sola saprà discernere il giusto dall’errore ed entrerà a pieno titolo nel legislativo comunitario. I figli, qualora esercitino la loro intelligenza in modo assolutamente autonomo, sono prosciolti dal vincolo parentale e come guida seguiranno ora la legge.

A differenza di questo, il potere dispotico, che può nascere sempre dallo stato di natura primigenio, è assoluto e arbitrario e non procede da nessun patto tra gli uomini e nemmeno da qualsivoglia legge naturale, bensì si fonda sulla rinuncia delle proprie libertà assoggettandosi ingiustamente a un altro individuo come suo inferiore o schiavo. John Locke, come i suoi predecessori Grozio e Hobbes, sostiene l’impossibilità della genesi di un tale potere o forma di governo, poiché nessuno può darsi per libera scelta o addirittura per patto in schiavitù. Il potere dispotico è descritto come una forma di stato di guerra prolungato, ciò che quindi si cercherà di abbattere risolutivamente.

Una rappresentazione di come potrebbe apparire lo stato di natura

Queste due forme di autorità possono essere riconosciute legittime e funzionali nel loro ambito circoscritto, ma mai nella comunità. Il potere politico, infatti, deve regolare le azioni di coloro su cui si esercita, per mezzo di leggi generali e concordate debitamente, onde difendere la vita, la libertà e soprattutto la proprietà degli individui che ne andranno a fare parte. L’estensione di tale governo si pone come intermedio tra quello parentale e quello dispotico in quest’ottica. L’autorità che ne reggerà il comando, oltretutto, dovrà essere neutrale e congiunta ai diritti politici e ai rapporti personali. Le leggi devono essere elaborate solamente per preservare il bene comune.

Una delle tante prescrizioni lockiane è anche la tolleranza rispetto alle varie forme di religione. Il potere politico è “anthtropine ktisis”, ovvero il prodotto artificiale del consenso e della ragione degli uomini. Sta poi agli individui decidere come e se entrare in società, secondo una piena libertà, uguaglianza e indipendenza: ciò che si genera è una relazione possibile soltanto tra soggetti effettivi di diritti, poiché si presumono attori razionali, capaci di agire secondo una propria volontà. Anche durante un conflitto i vinti possono entrare nella società dei vincitori tramite il consenso: “without the consent of the people, can never erect a new one”, dice il pensatore Cap. XVI, per lo più).


Si crea la società politica tramite due contratti: il pactum unionis e il pactum dominationis. Il primo prevede il costituirsi di un unico corpo sociale e il secondo sceglie un’autorità sotto la quale sottostare, che legifererà come scritto precedentemente. In seconda istanza, si crea un rapporto fiduciario tra popolo e governo: il trust, che assume in se anche il carattere di mandato, che può essere revocato in particolari situazioni di malcontento. Locke procede la trattazione della politica proponendo anche i casi estremi della tirannia, della prerogativa, della conquista, dell’usurpazione, nonché della dissoluzione del governo. A tal proposito pone una distinzione netta tra dissoluzione del governo e della società: il primo si può ricostruire, mentre se cede la seconda, non si potrà far altro che ricominciare dallo stato di natura e appellarsi al cielo per eventuali problematiche. Ecco dunque i cardini, le fondamenta dell'attuale liberalismo.


Di: Anna Maria Vantini

Fonti:
Nuovo Testamento, 1 Pietro, II, 13: “humana creatura”, dunque creazione degli uomini
John Locke, Il secondo trattato sul governo, BUR, Milano, 2013
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