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giovedì 12 aprile 2018

Che disgrazia l’ingegno di Griboedov: un caposaldo dell’ironia 'alla russa'

“Nella mia commedia ci sono venticinque imbecilli contro un solo uomo dal giudizio sano” così esordisce Aleksandr Griboedov (1795-1829) descrivendo il suo capolavoro “Che disgrazia l’ingegno”. Tradotto senza punto esclamativo, come precisa il traduttore e docente di lingua e letteratura russa presso l’università degli Studi Aldo Moro di Bari, Marco Carotozzolo, per esprimere il sarcasmo compunto e calante nel tono racchiuso nel titolo. Una silente chiusa, come una sospensione allusiva di una riflessione attonita. In questo particolare è custodito il senso, o meglio il non sense, della morale del dramma scritto da questo intellettuale moscovita. Figlio di un militare che in finis vitae si è beato di mondanità e di un’aristocratica, prona all’educazione culturale poliedrica di Aleksandr. Costui viene spinto a fruire di ulteriori studi post-universitari nell’ambito filosofico, storico-artistico e in appendice nella Classe di Scienze Politiche. Un imprinting eterogeneo che illuminerà la sua carriera di diplomatico e scrittore. Stimato da autori del calibro di Puškin, riceve da quest’ultimo un encomio che dipinge la sua personalità, piena di sfumature. Un habitus malinconico dallo spirito sagace, un animo generoso, non esule da piccolezze, non considerato equamente per il suo talento, per la sua originalità formale e di contenuti.


Recentemente (2017) è stata proposta dall’Associazione Marchese Editore, una nuova traduzione del suo plot teatrale, “Che disgrazia l’ingegno”, curata da Marco Caratozzolo, un russista d’eccezione che ha approfondito l’opera di Dostoevskij, la “diaspora” sovietica in suolo francese a seguito della Rivoluzione e le intercapedini culturali tra Gramsci e l’input russo in Italia.

La trama si snocciola in pochi interni di scena. Un giovane appartenente all’alta società di Mosca fa ritorno in patria dopo un viaggio di tre anni. Il suo primo desiderio è visitare i luoghi dove è cresciuto e dove dimora un suo amore passato Sofija: casa Famusov. Lo scenario che gli si presenta davanti è un ritratto di genere: il padrone di casa, sbiadito funzionario ossequioso dei parametri consoni alle aspettative di ruolo, che classifica il genere umano in base alle apparenze; la figlia, e amata, prodotto dell’educazione impartita, dedita al mondo salottiero “alla francese” privo di contenuti, promessa sposa di un parvenu (Molčalin), mero segretario paterno. Il sentimento che lega i due giovani è un rapporto di convenienza reciproca, privo di ogni impulso vitale. Čackij sente e manifesta la sua estraneità a questo mondo ovattato, sterile, dagli accenti stentorei. I dialoghi che si svolgono tra lui e i vari personaggi che orbitano intorno casa Famusov sono il manifesto del pensiero dell’autore che con ironia caustica destruttura una società vacua, imitazione pallida e passiva di un modello francese. Il solipsismo intellettuale, l’individualismo, la critica corrosiva dell’homo bulla. Un misantropo che mostra tutto il suo scetticismo, ma che comunque tenta di riconquistare l’amata, sebbene quest’ultima lo deluda per la sua superficialità.


“Un circolo di persone già note al lettore, ma anche definito e chiuso come un mazzo di carte”, così descrive Ivan Gončarov l’universo umano del romanzo. Personaggi resi nella loro autenticità, nelle loro debolezze, nel loro particularismo mimico che forniscono un’immagine esemplificativa della Russia Post-Napoleonica. Era effimera agli occhi di Čackij che matura ed esprime il suo dissenso, con un sarcasmo sprezzante, e che viene additato quale folle per il suo atteggiamento ostile, in controtendenza al sentire dell’epoca. Si notano gli echi di Nikolaj Gogol nelle sfaccettature comiche dei personaggi affabulatori, mentre si riscontra l’impronta di Puškin nell’approccio grottesco dell’individuo ruffiano; un accenno al mito faustiano di Goethe nella rappresentazione di derivazioni mefistofeliche di alcune figure in scena. Una panoplia dell’eterogeneità umana che soverchia tutti gli aspetti caratteriali e li inserisce in una dialettica efficace e dinamica che, nonostante la semplicità della scenografia suggerita, assurge a un complesso e organico costrutto sociale. Non sense, regno del paradosso, spirito prosaico e una morale dell’ineluttabilità.

L’ironia russa è “pantagruelica”, raffinata e grezza al medesimo tempo. Vige un pragmatismo nell’espressività, una consuetudine di genere che distende il tessuto connettivo narrativo in modo avvincente. Griboedov con questa commedia teatrale fornisce punti di riflessione storica sul vissuto dell’epoca, ma in prima battuta dipinge un affresco di genere delle affezioni, degenerazioni e esasperazioni umane, ancora attuali nel mondo odierno.


Di: Costanza Marana

Fonti:
Che disgrazia l’ingegno, Marco Caratozzolo, Grumo Nevano (Na), Associazione Marchese editore, 2017
Storia della letteratura russa, Ettore Lo Gatto, Firenze, Sansoni, 1943

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