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venerdì 16 febbraio 2018

I cento giorni di Napoleone e la preparazione della campagna di Belgio

Nella primavera del 1815 Napoleone ha lasciato il suo piccolo regno dell’isola d’Elba, a bordo del brigantino l’Inconstant. Il 1 marzo sbarca a Golfe-Juan con un distaccamento di 600 uomini della Vecchia Guardia, un centinaio di lancieri polacchi, 300 soldati del battaglione Corso, alcuni fiancheggiatori dell’isola d’Elba e parte del suo stato maggiore, circa 1100 uomini in tutto. Il suo ritorno a Parigi è molto fortunato, infatti già durante l’attraversata incrocia la nave incaricata di sorvegliarlo, ma il capitano di quest’ultima non sospetta nulla.


Il 7 marzo a Laffrey un battaglione del 5° reggimento di linea ha il compito di fermare e arrestare Napoleone, ma i soldati nonostante l’ordine di sparare non solo non lo fanno, ma passano dalla sua parte e lo stesso fa il 7° di linea del colonnello La Bédoyère. La città di Grenoble apre le porte a Napoleone mentre ad Auxerre ritrova il maresciallo Ney che a Luigi XVIII aveva promesso “di riportarlo in una gabbia di ferro”, e fa onorevole ammenda.Il 20 marzo  il generale corso entra nel palazzo delle Tuleries, riconosciuto dal popolo come suo legittimo sovrano. A Luigi XVIII fu ben presto chiaro di non poter contare sulla lealtà dell’esercito,infatti  già -il 20 marzo prima dell’arrivo di Napoleone- aveva già lasciato Parigi per recarsi a Gandin Belgio. Il ritorno al trono di Napoleone non fu  ostacolato né dal duca di Borbone né dal duca di Angouleme. Così come da altri generali, ma trovò una Francia profondamente cambiata nella vita politica con un rinnovato spirito rivoluzionario francese che sconcertò l’ex imperatore . In venti giorni aveva ripreso il potere senza perdere un solo uomo, il tutto accompagnato un profondo senso della messa in scena e della comunicazione che non gli era mai mancato anche negli anni precedenti. Il suo proclama  ben lo riassume: “L’aquila, con i colori nazionali, volerà di campanile in campanile fino alle torri di Notre-Dame”. Napoleone sperava che gli alleati si rassegnassero alla sua riconquista del potere.


La Francia all’inizio del giugno del 1815 era minacciata e quasi circondata da numerosi eserciti che premevano alle sue frontiere: alcuni molto vicini in Belgio, altri più lontani come gli Austriaci che si trovavano sull’alto Reno, con i Russi che stavano marciando verso lo stesso fiume, ma che non sarebbero arrivati prima della fine di giugno. Napoleone cercava nel minor tempo possibile, di ricostruire un’armata che era in rovina con l’obbiettivo di creare un esercito di 800.000 uomini prima della fine dell’anno, anche se sapeva che questa operazione sarebbe risultata molto difficile a causa delle resistenze da parte della popolazione alla chiamata alle armi, dato che non si voleva un’altra guerra dopo le sconfitte precedenti. La restaurazione aveva lasciavato un esercito di circa 160.000 uomini, altri uomini erano tornati alle proprie casecon o senza permesso: Napoleone li richiamò unendoli ai coscritti del 1815, inoltre fece un appello ai volontari e agli ufficiali congedati.

I rappresentanti dei nemici di Napoleone erano riuniti al congresso di Vienna quando giunse loro la notizia della sua fuga: da subito iniziarono  a preparare una risposta militare senza lasciarsi coinvolgere dalla politica di Napoleone, che cercava di prendere tempo – evitando  così lo scontro armato- attraverso lettere concilianti indirizzate ai propri avversari i quali che  non credettero mai a una possibile pace. Nei Paesi Bassi come risposta al ritorno di Napoleone viene formato un esercito anglo-alleato composto da britannici, belgi-olandesi e hannoveriani al comando del duca di Wellington. Sul Basso Reno invece vengono schieratici sono quattro corpi d’armata prussiani guidati dal maresciallo Blucher. In Italia e in Austria sono pronti 250.000 Austriaci e in Germania 200.000 soldati russi. Tutte queste forze secondo i nemici di Napoleone dovevano convergere ai confini francesi attaccando in modo concentrico da nord e da sud.

Le idee dei nemici di Napoleone vennero riportate chiaramente da Wellington nel suo memorandum: “L’obbiettivo delle operazioni che ho proposto di far intraprendere al corpo degli alleati che si radunerà nelle Fiandre e sul Reno alla fine del mese di aprile, consiste nel prevenire con la loro rapidità i piani e le misure di Bonaparte. Il suo potere, ora, non ha altra base, e se possiamo far entrare nel paese delle forze che siano in condizione di sconfiggere l’armata in campo aperto oppure di tenerlo in scacco, in modo tale che le parti in causa interessate alla rovina dei progetti di Bonaparte abbiano il potere di agire, il nostro intento sarà stato raggiunto”.

L’imperatore dei Francesi sapeva che l’unica possibilità era di affrontare tutti questi eserciti separatamente e sperare che dopo aver sconfitto un primo esercito, gli altri avrebbero cercato degli accordi. Iniziò a preparare in poco tempo un esercito motivato che potesse difendere la Francia dai nemici esterni e anche interni visto che la Vandea si era nuovamente ribellata.


L’obiettivo della campagna in Belgio di Napoleone non era la conquista del Belgio, ma quello di sconfiggere i Prussiani e gli Inglesi. L’“Armée du Nord”di cui disponeva l’imperatore per questa campagna era di poco inferiore all’armata prussiana di Blucher e leggermente superiore a quella del duca di Wellington; vi era quindi una buona possibilità di vittoria grazie alla sua superiore capacità di comando e alla migliore qualità delle truppe. Egli tentò di affrontare l’ esercito prussiano e inglese prima che questi si riunissero in modo da non avere un rapporto di forze sfavorevole. L’esercito prussiano e quello di Wellington dovevano invece posizionarsi in mondo tale da potersi  soccorrere a vicenda. Questa operazione, apperentemente semplice, era in realtà molto complicata se si pensa che gli eserciti dell’epoca dovevano avere linee continue per le comunicazioni e i centri di rifornimento. Entrambi non potevano  prevedere da dove i Francesi sarebbero entrati nel territorio belga, quindi gli alleati dovettero difendere tutta la linea di confine, disperdendo in questo modo le proprie forze. La linea per le comunicazioni britannica andava dal centro di operazioni di Wellington a Bruxelles fino al porto di Ostenda e da lì in Inghilterra; quella prussiana partiva da Namur centro di operazioni di Blucher a Liegi e quindi in Prussia. Le due linee ovvero quindi Namur-Bruxelles e Ostenda-Liegi andavano in direzioni opposte quindi era più facile che durante la campagna i due eserciti si allontanassero tra di loro.

Napoleone in questa campagna cercò di copiare di fatto se stesso utilizzando la posizione centrale che aveva inventato nel 1796 durante la prima campagna d’Italia, ma era necessario che gli avversari facessero il suo gioco cioè distanziarsi come avevano Piemontesi e Austriaci nel 1796. Da ricordare infine che questo suo ultimo esercito che si apprestava alla battaglia di Waterloo rompeva con la tradizione rivoluzionaria poiché era composto da uomini addestrati che avevano già preso parte ad altre campagne militari: risultava essere quindi più solido di quello del 1813, ma più scarso di numero.


Fonti:
G. Lefebvre, Napoleone, Laterza, Bari-Roma, 1999
J. Keegan, Il volto della battaglia, Il saggiatore, Milano 2010
J. Garnier, L’arte della guerra di Napoleone, Leg, Gorizia 2016

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