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sabato 27 gennaio 2018

Il treno che andava ad Auschwitz

Io sono quel treno che porta nei propri vagoni persone stipate dall’Italia ad Auschwitz. Questi uomini sono chiamati “ebrei”. Eppure non mi sembrano tanto diversi dagli altri che chiamano italiani, fascisti, tedeschi o Führer o Duce. Mi sembrano identici. Eppure devono ammucchiarsi dentro le mie carrozze, così stretti che mi domando come fanno a respirare. A volte sento delle grida disperate, altre volte sento il lungo lamento delle loro voci, mentre viaggiano verso la morte. Mi sento come Caronte, il traghettatore di anime da una sponda all’altra dello Stige. Eppure, il mio percorso si sviluppa tra amene pianure e monti meravigliosi. Quale scherzo del destino! Un paradiso in terra che porta al trapasso.


Il dolore, sebbene taciuto o inespresso, non è silenzioso. Lo percepisco nelle lastre che compongono le cabine o presso i miei finestrini dove donne guardano le abitazioni allontanarsi, consapevoli che la meta sarà la fine di tutto. Il dolore si muove sovente dalle loro anime alla mia carcassa di ferro e mi fa male, mi lacera come lacera i loro petti. Questi “ebrei” soffrono e io con loro. Le lacrime mi bagnano i bulloni, arrugginendomi come ruggine diventano i loro sentimenti. I loro visi emaciati mi fanno venire voglia di smettere la corsa, di fermarmi. Ma non posso, sono una macchina, la mia volontà è in mano ai macchinisti.



Un giorno mi sono fermato a lungo nel campo di arrivo, Auschwitz. Era l’estate del 1942. Non sono un essere senziente, ma capivo tutto. D’altra parte solo esseri davvero disumani sarebbero stati sordi al frastuono della loro silente agonia. Uomini, donne e piccoli pargoli uscivano solo dal lato destro delle mie vetture, per essere ispezionati e selezionati dalle SS tedesche. “Ja.. Nein…” gracchiavano in quella lingua tanto aspra. Tutti erano diventati automi. Entravano nel Lager senza fiatare più. Non percepivo nemmeno più la loro sofferenza, come se si fosse dissolto e l’avessero lasciato a me, quel treno che li ha portati qui. Quel giorno del luglio 1942 capii tutto molto meglio. Immobile, nel cortile adiacente a quel posto infernale, sentivo urla e strida come se fosse il giorno del Giudizio.
 Non vidi più tornare indietro quel bimbetto biondo raccolto a Bolzano con la nonna. Si chiamava Peter. Mi ero affezionato a lui perché giocherellava con la porta del macchinista e mi faceva il solletico. Un bambino dolce, piccolo, innocente. Biondo, ma ebreo. Occhi azzurri, ma ebreo.
 Questi uomini dovevano consegnare ogni oggetto di valore, che sarebbe poi stato consegnato alla Deutschland di Hitler. Poi si sarebbero dovuti spogliare ed infine dirigersi verso una camera a gas, dove i loro corpi sarebbero stati sciolti.


Restai nel piazzale, non mi muovevano, nessun macchinista saliva a bordo per portarmi via da lì. Restai fermo, fisso, immobile ad assistere ad una tragedia senza eguali, impotente. Stetti ad assistere alla metamorfosi di Peter, che ora mi solleticava dal vento, ridotto in cenere.
 In quella afosa giornata di luglio, l’unico bambino al quale mi ero affezionato, gridava al sole il suo dolore, come un piccolo Icaro. Ma se Icaro cadde e morì per la superbia, quel Peter morì per l’innocenza di essere stato ebreo. Nessun reato di presunzione e scevro di ogni colpa, reietto solo per non essere cattolico. Assurda, atroce e disumana la sua morte e quella degli altri uomini finiti qui, ai confini dell’umanità.

Ebreo... Un uomo con pelle, tessuti ed organi identici a Hitler. Ebreo, una macchia che forse non vedevo? Ebreo, un uomo bruciato vivo e dissolto nell’atmosfera nel sud della grande e sciocca, crudele Deutschland nazista. Oggi è il 27 gennaio 1945. L’armata Rossa libera il campo di Auschwitz. Io sono di nuovo al campo. Non farò più corse, sono un rottame oramai, ferro vecchio. Mi solleva sapere che non ci saranno più giovani Peter uccisi, né tanto meno quegli ebrei che avrei voluto salvare. Se la guerra è una tragedia umanitaria, i Lager sono l’apocalisse della coscienza umana.


L’olocausto è giunto al termine, sì, ma spero che i posteri se ne rammentino come monito per l’avvenire. Nulla di tutto questo deve essere scordato, poiché l’atrocità vissuta in questi campi di concentramento e di morte non deve svanire nel nulla, come se mai ci fosse stata. Il guaio della dimenticanza è che si possono commettere nuovamente tragedie ed orrori simili. Ricordare serve a scongiurare ogni altra simile atrocità. Se lo capisco io, quale pezzo di ferro vecchio che sono, come possono non capirlo gli uomini di questa bella terra?  



Di: Anna Maria Vantini



Fonti: 

 - Alexandra Zapruder, I diari dell'olocausto, Newton Compton Editori, Roma, 2018
 - Frediano Sessi, Carlo Saletti, Auschwitz: Guida alla visita dell’ex campo di concentramento e del sito memoriale, Marsilio, Venezia, 2016
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