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martedì 12 dicembre 2017

Ricordando Piazza Fontana (12 dicembre 1969)

Il contesto in cui si sviluppò la strage di piazza Fontana era complesso; a partire dalla seconda metà degli anni ‘60 c’era stato un ricorso sempre più frequente alla violenza. La situazione a livello nazionale in cui maturò la lotta armata e i primi attentati risale ai primi mesi del 1969, dopo gli scioperi (metalmeccanici, edili, chimici) per i contratti e, inoltre, in questo contesto, aumentarono i timori della classe media per la crisi economica. A livello politico si stava esaurendo la formula del centro sinistra e, infatti, si era formato un governo monocolore Dc guidato da Mariano Rumor. La situazione internazionale non era più tranquilla: nell’aprile del 1967 un colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti, aveva rovesciato la democrazia in Grecia instaurando una dittatura militare di estrema destra.

In quel periodo di forte contestazione, alcuni esponenti del Movimento sociale e alcuni gruppi extraparlamentari compirono viaggi di studio, per affinare le tecniche di provocazione-infiltrazione che poi vennero adottate in Italia. Con la nuova segreteria Almirante nel giugno 1969 il Msi riuscì a coinvolgere e ottenere importanti risultati, coinvolgendo il ribellismo giovanile e i movimenti ex parlamentari. Il Msi quindi si dotò, in questo modo, di una rilevante massa d’urto da impiegare negli scontri di piazza contro gli avversari politici. Questa forza fu utilizzata prima dell’autunno caldo nella primavera ed estate del 1969, come azione preventiva contro il movimento studentesco e la mobilitazione operaia.

Nella sinistra in questa situazione crebbe il peso politico del Pci, ma la mobilitazione operaia e la protesta studentesca portarono alla nascita di gruppi rivoluzionari a sinistra dello stesso Pci. Questi gruppi causarono disordini pubblici e, in alcune occasioni, anche guerriglia urbana in particolare durante la visita del presidente Nixon a Roma nel febbraio del 1969. In Italia e all’estero c’era preoccupazione sulla tenuta del sistema politico italiano, tanto che negli ambienti in cui l’anticomunismo era più forte, si pensava che quella fosse la condizione ideale per far crollare il sistema politico.

La Democrazia cristiana con alcuni suoi esponenti, in particolare con il ministro dell’interno Restivo e il capogruppo alla camera Giulio Andreotti, non nascondeva l’idea dell’esigenza di uno Stato forte che fermasse le tensioni, viste le bombe sui treni dell’agosto e l’uccisione dell’agente Antonio Annarumma nel giorno dello sciopero generale sulla casa il 19 novembre 1969. Il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat esortò alla vicinanza nei confronti delle forze dell’ordine in difesa del sistema democratico. Tutte queste dichiarazioni incontrarono il sostegno della destra, in particolare del Msi. Il clima di tensione in cui avvenne l’uccisione di Antonio Annarumma fu alimentato dalla grande stampa come segnalavano allora i titoli del Corriere della Sera i giorni 12, 13, 14, 15 novembre: Violenze di estremisti alla Fiat, Fiat: operai contro impiegati, Violenze alla Fiat; La Fiat sospende 59 operai. Incidenti e violenze alla Lancia. I prefetti di molte città usavano toni molto forti contro le proteste considerate di sinistra, e le relazioni prefettizie insistevano sui gruppi extraparlamentari, che stavano emergendo in quell’anno come Potere operaio e Avanguardia operaia.

In questo clima di tensione e contrasti sociali il pomeriggio di venerdì 12 dicembre esplosero cinque ordigni ad alto potenziale esplosivo. Questi ordigni erano così stati collocati: due per colpire a Roma l’Altare della Patria, la loro esplosione provocò ingenti danni ed alcuni feriti, altri tre ordigni erano stati collocati in tre Istituti di Credito a Roma, alla Banca Nazionale del Lavoro che provocarono quattordici feriti tra gli impiegati. A Milano in piazza della Scala, alla Banca Commerciale Italiana venne trovata una bomba inesplosa ad orologeria, mentre alle 16:37 a pochi metri dal Duomo esplose una bomba dalle stesse caratteristiche collocata alla Banca Nazionale dell’Agricoltura; quest’ultima provocò quattordici morti e diversi feriti anche tra i passanti.

Con le bombe del 12 dicembre e, in particolare, con la strage di piazza Fontana iniziò quella che è stata chiamata “strategia della tensione” cioè un inasprimento “forzato” dello scontro volto a spostare a destra l’opinione pubblica per rendere necessari governi autoritari. Questa strategia nel lungo periodo avrebbe portato ad altri attentati terroristici, aggressioni squadristiche e ad un uso illegittimo di alcuni apparati dello Stato.

La bomba alla Banca dell’Agricoltura provocò 16 morti e 87 feriti, la strage venne subito imputata agli ambienti anarchici, trascurando la pista di estrema destra. Questo sembrò a molti il segno della collusione tra l’estrema destra e lo Stato. Tale convinzione venne alimentata successivamente quando Il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, dopo tre giorni di interrogatorio, il 15 dicembre quindici minuti prima della mezza notte, morì in seguito alla caduta da un balcone della questura in circostanze poco chiare. Gran parte dei giornali e la stampa conservatrice erano in sintonia con la linea del questore Marcello Guida che ritenne l’attentato responsabilità degli anarchici e di Giuseppe Pinelli, però una frase detta dal questore: "Non l’abbiamo ammazzato, quel poveretto" riportata solamente dall’Ansa e dall’Unità creò dei dubbi sui fatti, tanto da rendere la morte del ferroviere immediatamente un caso. Altro elemento di scandalo fu l’arresto tre giorni dopo la morte di Pinelli del ballerino anarchico Pietro Valpreda legato al gruppo 22 marzo, perché accusato di essere il responsabile materiale della strage.

La giustizia solo nel 2004 e con molte difficoltà avrebbe portato in altre direzioni cioè ad una pista di destra supportata dall’intelligence italiana, infatti alcuni esponenti del Sid erano vicini all’estrema destra. Solo nel 2005 dopo 35 anni la Corte di Cassazione arrivò a riconoscere i militanti di Ordine nuovo come responsabili della strage tra cui Freda e Ventura, con il paradosso però, che essendo stati già assolti in via definitiva per quel reato, non poterono essere più processati.


Di: Francesco Sunil Sbalchiero

Fonti:
(a cura di) M. Isnenghi, I luoghi della memoria, Laterza, Roma-Bari, 2010
G. Crainz, Il paese mancato, Donzelli, Roma, 2007
G. Pavini, Ordine nero, guerriglia rossa, Einaudi, Torino, 2009
M. Dondi, L’eco del boato, Laterza, Roma-Bari, 2015
A. Ventrone, Vogliamo tutto, Laterza, Roma-  Bari 2012
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