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sabato 11 novembre 2017

La giovine ostessa, rosso il guarnello e le belle gote 

Questo articolo esula, senza pretese, dall'addivenire a un’immagine stereotipata di Artemisia, una pittrice iconizzata quale bardo del femminismo e della professionalità artistica femminile. Spesso la rarità delle figure femminili riconosciute in ambito artistico tende a stereotipare alcune loro peculiarità e a renderle dei miti, in senso commerciale, dimentichi del loro capitale umano. Artemisia deve essere intesa in tutta la sua fragilità e inquietudine, sublimate attraverso la potenza espressiva della sua panoplia iconografica. La vicenda biografica della violenza ad opera di Agostino Tassi, collega e amico paterno, ricopre un ruolo fondamentale nella sua esistenza e spesso è stato rielaborato e reinterpretato a seconda delle influenze. Il tradimento della sua più fidata amica, Tuzia, che avrebbe aperto l’uscio al seduttore, dimostrandosi complice della bieca azione, costituirà un’ossessione per Artemisia.


La duplicità nei soggetti femminili raffigurati assurge a simbolo del desiderio di una affezione e complicità che languono nella sua vita. Si sente frodata, ma allo stesso tempo si emancipa da questa debolezza e risorge affrontandola, sulla tela e nella sua esistenza. Il riscatto e la rivendicazione costituiscono fonte d’ispirazione per l’artista che non soccombe, ma da pedina di un gioco diventa abile giocatrice. Diventa amante in seguito di Tassi, così riportano alcune cronache, o comunque non smette la sua frequentazione. Il processo pone in luce alcune zone d’ombra, la sua accondiscendenza all’atto, poiché conscia di un’unione coniugale prossima, il rinnegamento del Tassi della promessa fatta, il tacere sul suo matrimonio. La tortura delle mani subita da Artemisia e l’onta di visite specialistiche pubbliche, dato lo scarso credito di cui nutre presso l’opinione pubblica, costituiscono un supplizio dal quale Artemisia si libera attraverso l’espressione artistica. Ciò che ha temuto in vita, non teme sulla tela. Ciò che non ha avuto in vita, rappresenta sulla tela.


Dal punto di vista tecnico, il contesto in cui la pittrice vive risulta una garanzia data l’assidua frequentazione del padre Orazio, già artista di fama consolidata, di un nutrito parterre di colleghi, tra cui Pietro Rinaldi, Adam Elsheimer. Assorbendo cognizioni infonde della sua originalità i pensieri acquisiti. La rapidità nell’acquisire dati e nel rielaborare in modo alquanto personale il materiale è assecondata da una certa disinvoltura d’animo, a differenza del diffuso pudore al femminile. Nell’approccio alle tematiche il suo animo è libero da freni inibitori intellettuali di sorta. Il viscerale e l’umano s’impadroniscono di lei e la pennellata fluida con veemenza stigmatizza scene tratte dalla narrazione biblica e prosaica. Si contrappongono dialetticamente coppie femminee o fanciulle singole al comparto maschile, nella sua meschinità, defraudato della sua virilità e preminenza. Tutta la spettrometria emotiva umana viene raffigurata nel suo gineceo iconografico: dallo sdegno compunto di Susanna ai vecchioni alla violenza di Giuditta che decapita Oloferne; dall’indolenza di Cleopatra all’invettiva di Lucrezia con il coltello in mano. Artemisia non è mai retorica nella descrizione: il piano prospettico teatrale, il punto di fuga decentrato, l’uso consapevole del chiaroscuro, le tinte sanguigne, la plasticità delle figure, l’eterogeneità compositiva.


La sua “terrestrità” che rende prosaico il dialogo col sacro e la sua veemenza espressiva che non prova ritegno per l’aggressività dell’imago femminea. Il pathos di un barocco maturo viene esaltato dal candore argenteo dell’incarnato di queste anti-eroine come il livore di una Maddalena sensualmente penitente. In parte questo viene mediato dalle conoscenze acquisite dal registro fiorentino che temperano l’eccesso dei tono espressivi. Gli sguardi furtivi e consapevoli, la mimica marcata, i tratti possenti, non ingentiliti dal sesso. Ogni aspetto è deputato al comunicare l’inquietudine del suo sentirsi donna che rivendica il suo ruolo di dominatrice, seduttrice, seppur tradita, consapevole del suo valore e della sua forza. Ma non solo questo. In lei risuona tutta la tradizione caravaggista, la poetica del terreno e un affrancamento da un’armonia concettuale e mistica. E’ in atto un tradimento del Rinascimento definitivamente consunto nel suo spirito e nella sua estetica. Il dinamismo, la scompostezza, una personalizzazione del sacro. La scena e i soggetti acquisiscono volume, non solo in senso fisico, ma anche nel senso astratto di maggior respiro; l’atmosfera è vibrante. I canoni di una certa riverenza ad un’etica consolidata vengono sopiti; non più un’iconografia di uno status femminile indolente e stazionario. La donna emancipa il suo essere attraverso la figura: scompone la sua mestizia e accoglie una certa irriverenza.


Di: Costanza Marana

Fonti:
Artemisia Gentileschi, Tiziana Agnati, Giunti, Firenze, 2016
Artemisia Gentileschi. La pittura della passione, Francesca Torres Tiziana Agnati, Ed. Selene, Milano, 2008

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