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domenica 9 luglio 2017

Il viver si misura dall'opre e non dai giorni

L’Accademia dell’Arcadia, alla soglia del Settecento, ricopre il vanto di essere una delle prime istituzioni ad accogliere il registro femminile e a legittimarlo in quanto valido potenziale artistico letterario e a connaturarlo con il fenomeno emergente dei salotti. L’input aggregativo ha origine da due donne, appartenenti alla classe nobiliare, Cristina di Svezia e Maria Mancini, indottrinate di spirito francese che, grazie al loro ascendente, si stagliano quali organi propulsori di una tensione culturale di stampo femminile.


Esse raccolgono gli umori e i fervori che caratterizzano le discussioni prevalentemente svolte da gruppi maschili e le cooptano in un processo organico, ove sistematicamente hanno luogo incontri cadenzati attorno a personaggi e tematiche di rilievo, nella cornice dei prestigiosi salotti romani. L’imprinting di questa consuetudine è proveniente dall’estero, queste due figure femminili, tacciate spesso di anticonformismo, specularmente ripropongono un modus attinto dalle loro commistioni internazionali. Focus nel seicento inoltrato è la crescita del ruolo propulsore femminile nel panorama diplomatico-culturale, ove l’imago al femminile diventa sinonimo di moderatrice di incontri intellettuali e riferimento per i dettami sociali e dialettici. Le aspettative di ruolo femminili vengono deputate alla socializzazione e all’intrattenimento.




La presenza femminile è un must di questo gioco sociale e non fa più parte dei soli interstizi, ma ricopre un posto d’onore in questo habitat nuovo, che risente di afflati internazionali. 
Nonostante il libero accesso all’Accademia, non tutte le ammesse godono dello stesso rilievo e delle stesse opportunità. Alcune non hanno il privilegio di entrare a diretto contatto con l’élite culturale, ma solo in forma limitata, con misura, o ad altre viene palesato il diniego. Di converso nel campo editoriale proliferano i testi di firme femminili, sdoganando i tabù in materia, veicolando un nuovo modo di porgere i contenuti. I soggetti, i punti di vista, la punteggiatura emotiva, lo spettrometro sintattico, tutto muta aprendo nuovi scenari letterari. La donna come artista legittimata, maschera di un nuovo stilema, e parte integrante di un tessuto connettivo sociale, non più solo in veste familiare e indolente, ma come artefice e vettore di comunicazione. Quest’ultimo aspetto esula dall’imposizione di una esclusione dai procenessi culturali e di scolarizzazione, inserendola come parte attiva in un sistema di compattamento sociale al fine di intessere trame intellettuali.


All’interno dell’Arcadia nonostante la diversa rilevanza data alle partecipanti, ognuna individualmente viene registrata e i suoi dati conservati in un archivio. Questo uso suffraga la memoria storica di figure non note che altrimenti sarebbero andate dimenticate. Tacitamente vengono serbati nomi delle “pastorelle”, la data di ingresso e un breve tracciato dell’esistenza. Un caso riportato è quello di Aurelia d’Este Gambacorta, duchessa di Limatola. Nata nel 1683, figlia del marchese Sigismondo d’Este, ha un’educazione conventuale nel monastero di S. Paolo, sito nel milanese, durante il dominio spagnolo. Sua zia le impartisce un imprinting letterario, poiché abile scrittrice, investita di habitus religioso. Aurelia si sposa con Francesco Gambacorta, un nobile napoletano e si trasferisce a Napoli. Viene ammessa all’Arcadia nonostante la giovane età (la soglia stabilita era di 24 anni), probabilmente poiché secondo il diktat dell’Ancien régime viene considerata già matura data la sua condizione di moglie. Il suo ingresso è subordinato ad alcune condizioni. Per il pubblico maschile è bastevole “l’essere cognito per erudito almeno in una delle scienze principali”; mentre per le donne il buon Crescimbeni, fondatore e custode dell’Accademia, sostiene che esse “possano rendersi superiori al sesso, e immortalmente vivere nella memoria dei posteri”, ma debbano “più che professare attualmente la poesia”. Considerato di poco spessore l’unico addestramento alla poetica, quasi come una base artigianale paragonata alla mera redazione di corrispondenza, è necessario spaziare nei campi più complessi della cultura e, nel caso di Aurelia, ella viene emancipata alla filosofia, in particolare cartesiana, conditio sine qua non per la sua ammissione. A introdurla alla materia è Paolo Mattia Doria, suo mentore e amico. I sonetti da lei composti non vengono stampati forse per  eccessiva ritrosia e riserbo della stessa, poiché “ama tenere nascosta la sua dottrina”, scrive il suo biografo, o semplicemente per la difficoltà che nutre una donna napoletana a trovare un editore all’epoca. Uno dei motivi risiede nella considerazione. Esse spesso ancora vengono considerate ornamento della società, non facenti parte integrante del mercato letterario, ma considerate solo in quanto partecipanti di pubblicazioni di gruppo, non uti singuli.

Il panorama risulta ancora eterogeneo in ambito editoriale culturale per l’entourage femminile che comunque attraverso istituzioni, come l’Arcadia, e prassi, come i salotti letterari, si sta creando un proprio spazio vitale che lo conferma quale testa di ponte per l’impianto comunicativo sociale.

Di: Costanza Marana

Fonti:
L’Arcadia e l’Accademia degli Innominati di Bra, a cura di Alfredo Mango, Edito da FrancoAngeli


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