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lunedì 31 luglio 2017

Il Chaco: una terra contesa per l'Oro Nero

All’epoca dell’ascesa dei grandi totalitarismi europei anche il Sud America fronteggiava numerosi problemi di politica interna che portarono allo scoppio di alcune guerre. Queste problematiche si trascinavano da tempo ormai, da quando l’impero spagnolo si dissolse, lasciando spazio alla nascita delle nazioni moderne, avide di conquiste e di definire i propri confini che oggi noi conosciamo.


Nel cuore del continente, tra i più forti paesi dal punto di vista economico e politico - quali Brasile, Argentina, Bolivia e Paraguay - sorge una terra semiarida, il Chaco, popolata da tribù locali coltivatrici di erba mate, una terra non attrattiva da nessun punto di punto di vista. La storia di questa regione è turbolenta da secoli, ma è soprattutto negli anni ’30 del ‘900 che si farà più sanguinosa: la zona viene contesa da Bolivia e Paraguay, in particolare dalla prima che, dopo la sconfitta nella Guerra del Pacifico (1879-1883) - quindi la relativa perdita del suo unico sbocco marittimo - tentava da tempo di appropriarsi di quella terra, divenuta agli occhi del governo de La Paz, essenziale anche dal punto di vista economico.

Sin dall’800 la scoperta del petrolio e il suo più frequente utilizzo, dall’ambito domestico a quello automobilistico, attrassero numerosi investimenti di grosse compagnie petrolifere anche in Sud America, come la Royal Dutch Shell e la Standard Oil, che dopo aver trivellato e trovato enormi quantità di combustibile fossile nelle basse Ande, iniziano a valutare l’ipotesi di un’alta presenza dell’Oro Nero anche nel Gran Chaco.


Mire territoriali ed economiche alimentarono i vecchi risentimenti tra Bolivia e Paraguay, fomentate dalle multinazionali del petrolio che presero accordi non troppo segreti con i rispettivi governi per fornire supporto logistico – e soprattutto militare – alle due nazioni. In Bolivia il partito nazionalista guidato da Daniel Salamanca Urey si accordò con la statunitense Standard Oil, concedendo a questa i diritti di sfruttamento dei futuri giacimenti; dall’altra parte il Presidente paraguayano Eusebio Ayala non mancò di siglare un simile accordo, ma con l’avversaria Union Oil, controllata dalla britannico - olandese Royal Dutch Shell.

L’invio massiccio di armamenti e mercenari sul territorio rese inevitabile lo scontro, che ebbe inizio il 15 aprile 1932. Si pensò sin da subito ad una blitzkrieg, ma la violenza esplosa in più occasioni su ogni fronte prolungò moltissimo la sua durata, e soprattutto il suo inasprirsi. Anche le condizioni climatiche e ambientali influirono notevolmente: i due comandati a capo delle rispettive fazioni – il generale tedesco Hans Kunt per la Bolivia, il comandate José Felix Estigarribia per il Paraguay – adottarono strategie belliche totalmente differenti che obbligarono circa 300.000 soldati paraguaiani e boliviani a combattere conquistando pezzo per pezzo quella landa desolata, con temperature altissime e poche fonti idriche disponibili. Estigarribia in particolare prediligeva imboscate e attacchi frontali, attuabili grazie alla morfologia propria della regione da una parte desertica, dall’altra con un’alta presenza di foresta tropicale.


Quindi il comandate boliviano sfruttò queste due condizioni ambientali a suo favore, proprio come fecero i russi qualche anno più tardi contro l’esercito nazi-fascista o con Napoleone, ottenendo discreti successi. Il più grande fiume presente in questa terra, il Paraguay, fu utilizzato dagli eserciti paraguaiani per avanzare verso la Bolivia, prima conquistando il forte Boqueron nel settembre 1932, per poi approdare direttamente in territorio nemico, fino alla città di Saavedra, dove però si raggiunse un impasse. Sul fronte opposto Kundt capì di dover cambiare obiettivo e diresse le sue truppe verso la zona di Nanawa, ma, anche in questo caso, la scelta non volse a suo favore e morirono numerosi sottoposti.

Nel 1933 nel Chaco scorreva ancora il sangue e nel conflitto approdarono nuovi attori quali Brasile e Argentina, di supporto a l’una o all’altra fazione. La Bolivia in netto svantaggio, dovette inoltre fare i conti con una serie di problemi di politica interna che portarono alla destituzione di Salamanca da parte del generale Peñaranda, sostituto di Kundt. La crisi economica in entrambi i paesi contribuì ad accelerare la conclusione della guerra, ma che comunque si tradusse in una escalation di violenza finale. Le tattiche di guerriglia paraguayana e l’astuzia di Estigarribia giocarono nuovamente un ruolo essenziale nell’ultimo drammatico atto bellico che avrà luogo nel deserto di Picuiba: le truppe di Asunción accerchiarono i pochi militari boliviani rimasti (circa 1600) a Yrendagué – zona arida e senza pozze d’acqua -  assicurando loro una morte certa per disidratazione. Invasi i territori boliviani, solo nel 1935 arrivò la siglatura della tregua, promossa dal governo argentino, portavoce della Conferenza Panamericana. La pace – siglata definitivamente solo il 21 giugno 1938 a Buenos Aires – lasciava più di tre quarti del Chaco al vittorioso Paraguay, estromettendo definitivamente il governo boliviano.
In questa guerra le cause che concorsero alla lievitazione del bilancio finale dei morti (circa 100.000 di cui circa 57.000 boliviani e circa 36.000 paraguaiani) furono molteplici e un ruolo principale lo ebbe anche la malaria. La regione più ad est, verso il Brasile, era caratterizzata da ampie porzioni di giungla tropicale, che, con il suo clima umido, permetteva la proliferazione di numerosi insetti, tra cui le micidiali zanzare, principali agenti nella trasmissione del parassita. Ma ovviamente il dito va puntato principalmente sulle grandi compagnie petrolifere, ree di aver scatenato una fallimentare e inutile guerra che portò alla distruzione economica dei due paesi: proprio a fine conflitto, si scoprì che il petrolio nella regione non era assolutamente presente; vi erano solo alcuni giacimenti di gas naturale.


La Guerra del Chaco, ad oggi, è ancora considerata uno dei maggiori massacri avvenuti su suolo sudamericano.


di Simona Amadori

Fonti:
Óscar Javier Barrera Aguilera, La Guerra del Chaco como desafío al panamericanismo: el sinuoso camino a la Conferencia de Paz de Buenos Aires, 1934-1935, Anuario colombiano de historia social y de la cultura, vol. 38, n.º 1 – 2011, Bogotá – Colombia, pp. 179-217
Bridget Maria Chesterton, The Chaco War: environment, ethnicity and nationalism, Bloomsbury Accademic, London, 2016
Matthew Hughes, Logistics and Chaco War: Bolivia versus Paraguay, 1932-35, The Journal of Military History, Volume 69, Number 2, April 2005, pp. 411-437
Daniele Pompejano, Storia dell’America Latina, Mondadori, Milano, 2012

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