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venerdì 9 giugno 2017

Resta immobile, e vêr la terra inchina


Il termine della Repubblica veneta nel 1797 e la costituzione del nuovo regno lombardo-veneto nell’alveo della dominazione austriaca comportano la trasposizione del focus teatrale da Venezia a Milano. Ciò non stempera la dialettica in ambito musicale avvalorata dalle divisioni intestine in corso nel “bel paese”, ove usi e costumi rimangono ancorati nell’indole storico-tradizionale. La scuola napoletana volge al declino dopo la sua auge nel Settecento e Gioacchino Rossini porta un nuovo afflato vitale nel comparto artistico.

Gioacchino Rossini (Pesaro 1792- Passy 1868) raccoglie lo spirito disilluso e disincantato, reduce dalle guerre napoleoniche, sovvertendo gli animi e facendo da vettore verso uno status quo sereno e vitale. Si congeda dall’habitus settecentesco oramai esaurito e si indirizza verso nuove sonorità operando una rivoluzione in seno ai parametri musicali finora consolidati. Rossini “venduto” a un mercato nordico ha una carriera in continua ascesa conquistando un posto di rilievo nell’entourage artistico. “Tancredi” e “L’Italiana in Algeri” assicurano il suo raccordo sull’opinione pubblica, sicuro di ciò, si muove alla volta della conquista anche dei teatri del Mezzogiorno, in particolare ambirà al San Carlo di Napoli, ove con audacia e coraggio, proporrà “Elisabetta regina d’Inghilterra”.

Il riscontro è immediato. Rossini intuisce il gusto meridionale, fedele ancora al melodramma, e correda l’opera di inflessioni sonore e sfumature che prevengono gli scrupoli napoletani, unificando musicalmente il mood nazionale. Questo non lo esula da alcuni insuccessi che ha affrontato, come il floop del “Barbiere di Siviglia” a Roma, in realtà, causato principalmente dall’avversione di Paisiello che mobilita un dissenso diffuso nei confronti della sua rappresentazione, motivandolo come un affronto al suo soggetto.

Questo evento è significativo dello specchio sensorio in seno alla situazione artistica del momento: è in atto una resistenza da parte della scuola meridionale agli influssi della scuola settentrionale, che, anche grazie all’apporto rossiniano, sta evolvendo i suoi paradigmi comunicativi. Il repertorio del compositore è poliedrico. Egli lontano dal lirismo romantico accoglie uno stilema espositivo dinamico, energico, utilizzando una compattezza sonora e orchestrale, un ritmo che acquiesce agli ideali della Restaurazione in vigore, ma che allo stesso tempo dirige verso nuovi fermenti. Le sue overtures meravigliose sono composte da corse e rincorse di note che salgono e discendono senza sosta, il tempo “presto col fuoco” stigmatizza la sua esuberanza. L’insofferenza di Rossini nel suo intento di affrancarsi dal melodramma e fluttuare in tutto lo spettrometro sonoro dando risposte di leggerezza e semplicità all’animo sconfortato e stanco degli italiani. Una volontà di ricreare un sentire comune e di liberare la musica da parametri impostati.

Egli esporta il sentire nazionale a Parigi proponendo un prodotto nuovo rispetto all’opera napoletana finora prevalente: “Le Siége de Corinthe” e il “ Moïse”. Nonostante l’assetto sonoro innovativo, l’imprinting politico del musicista risulta “conservatore” oltre i confini nazionali. Ciò avviene a causa dell’incedere del romanticismo tedesco che dona un nuovo afflato al patrimonio stilistico del momento. Il lirismo e il senso del vago versus l’esuberanza sonora di Rossini lo svalutano innanzi agli occhi internazionali. Egli profonde l’imago dell’Ancien Régime criticata da artisti come Berlioz, impazienti e desiderosi di un nuovo trend musicale più composito e elaborato. Questa situazione genera nel genio di Rossini la risposta del “Guglielmo Tell”, opera complessa, vibrante, eterogenea, densa. Lo stupore proviene anche dal pubblico romantico che la apprezza in tutte le sue sfaccettature e lo stesso Berlioz esclamerà: “Voilà de la poésie, voilà de la musique, voilà l’art, beau, noble et pur”. In seguito al quale capolavoro si rifugia in un religioso silenzio, intervallato da piccole composizioni, a monito della sua risposta al ritmo ossessivo-compulsivo che il mondo stava assecondando, mostrando ritrosia a una certa veemenza stilistica e sociale, optando per un silente e severo sarcasmo.

Di: Costanza Marana

Fonti:
Breve storia della musica, Massimo Mila, Einaudi

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