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sabato 3 giugno 2017

Le toghe squarciate dal piombo rosso

Soprattutto nel corso degli ultimi anni la magistratura italiana è stata oggetto di severe critiche, sia da parte della classe politica, così come della società civile. Attraverso di esse si è cercato di intaccare l’autonomia professionale, al fine di dimostrare la determinata appartenenza politica di taluni giudici.
Nel sostenere tale convinzione forse si dimentica, o si ignora, il sacrificio operato da determinati uomini impegnati nella lotta ai terroristi di sinistra.

Mario Sossi durante il sequestro
È risaputo come il periodo in cui si verificò il maggior contrasto ai poteri istituzionali si ebbe a partire dagli anni '70, passati alla Storia come "Anni di Piombo". In quegli anni di scontro numerosi furono i magistrati a cadere vittime di formazioni extraparlamentari, soprattutto della sinistra estrema, come Brigate Rosse, Prima Linea e Potere Operaio, proprio a causa della loro ostinazione nel gestire indagini volte a destabilizzare determinati piani criminali.

Il primo magistrato d'Italia a subire un sequestro fu Mario Sossi, il quale prestava servizio presso il tribunale di Genova e nel periodo in cui venne rapito era sostituto procuratore della Repubblica.
Note erano le sue vicinanze, fin da giovane, agli ambienti missini. Durante il periodo universitario si iscrisse al FUAN, la formazione universitaria del Movimento Sociale Italiano e fin dalla sua entrata in magistratura (avvenuta nel 1957, all'età di soli 25 anni) fece parte dell'UMI, l'associazione di destra della magistratura di quell'epoca.

Proprio a causa di tali motivi, ma soprattutto per il suo impegno contro le organizzazioni extraparlamentari di sinistra (non è un caso se in quel periodo si diffuse, negli ambienti della sinistra estrema, il detto "Sossi fascista, sei il primo della lista!"), venne sequestrato il 18 aprile 1974 proprio dai fondatori storici delle BR Maria Cagol e Alberto Franceschini, e liberato circa un mese dopo.

Un altro magistrato genovese, Francesco Coco, amico e collega dello stesso Sossi, andrà incontro a un destino ben peggiore.
Coco in quegli anni ricopriva il ruolo di procuratore generale presso la corte d'appello di Genova. Durante il periodo di prigionia di Sossi, Coco si oppose fortemente al rilascio di diversi detenuti delle BR, necessario, a detta dei terroristi, proprio alla liberazione del collega.
Tale intransigenza ne causerà la condanna a morte, avvenuta l'8 giugno 1976 assieme ai due carabinieri di scorta.

Nel corso del 1978 a Roma verranno uccisi dai brigatisti il magistrato Riccardo Palma, direttore dell'Ufficio VIII della Direzione Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena, e Girolamo Tartaglione, giudice napoletano e Direttore generale degli Affari Penali, responsabile del corretto funzionamento del sistema penitenziario.

Fedele Calvosa, quando venne ucciso assieme all'agente di scorta e all'autista l'8 novembre 1978, era invece Procuratore Capo della Repubblica presso il tribunale di Frosinone.
I terroristi delle "Formazioni Comuniste Combattenti" non perdonarono a Calvosa il mandato di comparizione, interpretato come un attacco generalizzato alle lotte proletarie, che egli aveva emesso tempo addietro nei confronti di 19 operai di una fabbrica tessile del frusinate, accusati di "violenza privata".
Emilio Alessandrini fu un’altra vittima della ferocia scaturita in quegli anni ai danni dei servitori dello Stato. Alessandrini indagò a pieno regime sia sugli ambienti della sinistra che su quelli della destra eversiva e saranno proprio le indagini rivolte verso gruppi quali Autonomia Operaia e Prima Linea a determinarne l'omicidio, avvenuto a Milano il 29 gennaio 1979.

Tra i magistrati che caddero vittime del piombo rosso sicuramente il più celebre fu però Vittorio Bachelet.
Dirigente nazionale di Azione Cattolica, membro della Democrazia Cristiana e amico di Aldo Moro, a quei tempi Bachelet era vicepresidente del CSM, un ruolo di primaria importanza nel panorama della magistratura italiana, in quanto la presidenza di tale organo (retta dal Presidente della Repubblica in persona) risulta essere più simbolica che funzionale.
Il suddetto ruolo lo portò ad esporsi nel mirino delle BR, che ne causeranno la morte il 12 febbraio 1980, nella facoltà di Scienze Politiche dell'università La Sapienza di Roma.

Il corpo senza vita di Vittorio Bachelet
Il mese successivo addirittura tre magistrati persero la vita, vittime di crudeli agguati.
Il 16 marzo, infatti, cadde sotto i colpi delle BR Nicola Giacumbi, procuratore della Repubblica di Salerno (rifiutò la scorta per evitare rischi ad altre persone), il 18 fu la volta di Girolamo Minervini (anch'egli, come Giacumbi, rifiutò la scorta), mentre il giorno successivo Guido Galli venne assassinato da un commando di Prima Linea, a causa del suo impegno nel contrasto a tale organizzazione.

Il sacrificio di tutti questi magistrati, così come quello dei poliziotti e degli altri servitori dello Stato caduti nell'adempimento del proprio dovere, rappresenta l'esempio concreto di come lo spirito di servizio sia prevalso nel cammino professionale di molti, senza lasciarsi sopraffare da influenze partitiche di sorta.
In tutto ciò gli uomini politici dovrebbero, e avrebbero dovuto, preservare ad ogni costo l'impegno profuso dalla magistratura, senza perdersi nelle infinite polemiche riguardanti l'autonomia di categoria. Solo attraverso una valorizzazione decisa e continua sarebbe infatti possibile rendere alla magistratura i giusti meriti che le spettano, rischiando altrimenti di isolare e screditare la dedizione con cui gli uomini di giustizia cercano di preservare, dal terrorismo e dalla Mafia in primis, la stabilità Statale.

"I giudici continueranno a lavorare e a sovraesporsi, in alcuni casi facendo la fine di Rosario Livatino, come tanti altri. I politici appariranno ai funerali proclamando unità di intenti per risolvere i problemi e dopo pochi mesi saremo di nuovo punto e a capo."  Paolo Borsellino


Di: Domenico Carbone

Fonti:
Web

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