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mercoledì 31 maggio 2017

Tra crisi e democrazia

Viviamo oggi un’epoca storica molto particolare, nella quale il mondo occidentale si ritrova in una bolla democratica. Da dentro questa bolla, vediamo il mondo esterno, quello che identifichiamo con l’altro, il diverso con le sue numerose soluzioni politiche, alcune simili alle nostre democrazie, altre specularmente l’opposto di quell’immagine che ci siamo con il tempo costruiti. Le nostre democrazie sono cresciute a tal punto da diventare quasi una caricatura di se stesse, un'estremizzazione della loro essenza, una parodia di quello che dovrebbero essere ma che faticano a realizzarsi completamente. I nostri social network, i nostri mass media e tutti i nostri mezzi d’informazione  sparano sotto gli occhi della popolazione informazioni le quali non importa se siano vere o false, devono solo essere appariscenti, infiocchettate in un pacchetto la cui scatola desti curiosità che attiri il click , la visualizzazione. Questa, l’era della post-verità , così come la chiamano, è l’era nella quale la comunicazione di massa gioca un ruolo fondamentale sulla mente delle persone o meglio, sulla pancia di queste, perché il più delle volte le informazioni trasmesse sono mirate ad infervorare gli animi, ad accendere gli spiriti di chi le riceve, in modo tale che agisca senza che il pensiero preceda l’azione. Questo tipo d’atteggiamento è il più pericoloso per le democrazie le quali si reggono invece su equilibri politici e sociali, su compromessi internazionali ed economici, in bilico sempre sul baratro del disordine sociale e con alle spalle lo spettro dell’autoritarismo, dell’uomo forte che risolva la situazione di crisi. Lo si può vedere facilmente in molti paesi anche vicini all’Europa, come l’autoritarismo sia ben saldo sulla scena politica. Basti pensare alla Turchia di Erdoğan, la Russia di Putin, il Venezuela di Maduro o ancora la Nord Corea di Kim Jong-un, solo per citarne alcuni.

Non sono pochi i cittadini delle nostre democrazie che vedono nel sistema democratico un vecchio malato da dover sopprimere il prima possibile perché diventato un peso insopportabile per la comunità e che dalla bolla, guardano a questi esempi autoritari come dei modelli. Si fomenta in  questo modo ogni tipo di azioni contro l’Establishment , ovvero la classe dominante, i detentori di quel potere democratico che hanno gettato i cittadini nella crisi economica e persino culturale, se vogliamo, e che non riescono a fare nulla di concreto per risolverla o almeno così pare ai cittadini. Ed ecco quindi che viene eletto Trump negli Stati Uniti, un uomo solo contro tutti, quasi un capitano del popolo che rema contro quell’establishment guardato con sospetto e disgusto da molti statunitensi. Ed ancora il voto della Brexit un voto contro l’Europa, percepita come l’Europa delle banche, lontana dai cittadini e dai bisogni di una popolazione che si sente sempre più abbandonata a se stessa contro la disoccupazione, la povertà e la marea di migranti. Per questi motivi i cittadini si sentono sempre più orientati ad una scelta politica radicale, che sappia imporsi sul caos e ristabilire l’ordine politico e sociale.

In Italia per esempio è ben percepito il problema del disordine politico visto il susseguirsi di governi deboli e spesso inconcludenti causati da una classe politica ben poco invidiabile. Ma un governo autoritario ha veramente i mezzi per risolvere più facilmente le crisi?
Prendendo ad esempio una crisi storica come quella del 1929, senza entrare troppo nel particolare, gli sforzi compiuti dal New Deal di Roosvelt negli Stati Uniti furono di difficile e scarsa applicazione mentre le politiche economiche messe in campo da Hitler in Germania furono di più facile attuazione e di maggior successo. Il motivo di questa differenza non dipende tanto dalla qualità dei diversi metodi e obbiettivi dei programmi economici per risolvere la situazione di crisi che tra l’altro avevano dei punti in comune, come quello di risollevare i prezzi e raggirare la disoccupazione tramite soluzioni persino simili. La differenza sostanziale sta nei mezzi coercitivi applicati da un regime autoritario in grado di annullare l’opposizione interna sia delle classi più povere sia di quelle più ricche costringendoli con la forza alla cooperazione per la risoluzione della crisi, processo che in un paese democratico è di ben più ardua realizzazione.
La questione è facilmente riassumibile ma difficilmente risolvibile. E’ veramente di buon auspicio rinunciare alla democrazia per risolvere una crisi? Fino a che punto è opportuno che un cittadino limiti le proprie libertà per risolvere una comune situazione di disagio economico e sociale, in favore quindi di maggior benessere materiale?

Queste sono tematiche su cui ognuno di noi dovrebbe riflettere e prendere posizione dopo una ponderata riflessione sui pro e i contro di entrambe le alternative. Una risposta giusta non può essere consegnata nelle mani del cittadino, ma è dovere civico ricercarla senza sperare nelle facili soluzioni già date anche se la tendenza di oggi è quella di spegnere il cervello e accettare le risposte ai problemi che più paiono semplici, eppure semplice e giusto non corrispondono quasi mai.

Di: Cristiano Rimessi

Fonti:

Web

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