Ultimi Post

giovedì 25 maggio 2017

Dimentichi della primavera

Un’esperienza che ricorderò per tutta la vita, è stata la visita al museo della guerra di Rovereto. Un elmo esposto la cui facciata intonsa ricorda la funzione pragmatica di quell'oggetto, ma è l’immenso foro da esplosione, nascosto nel suo retro, a ricordarmi che a colmare il suo vuoto di freddo metallo vi era lo scalpo di un giovane; divise penzolanti su grucce dalla livrea linda educano la mia mente alla distinzione fra fazioni contrapposte eppure  ciò che non riesco a dimenticare è il piccolo foro all'altezza del petto che porta agli occhi il rigonfiamento di un petto pulsante. Non nascondo commozione. Fu in quel momento che sentii nel profondo, il bisogno di parlarvi della prima guerra mondiale  e  soprattutto di quelle gioventù sacrificate.



Ventiquattro maggio 1915, l’Italia entra in guerra!

Di quella data cosa resta? Vi risponderei, le spoglie di un’Italia sulla quale ad oggi sputiamo melma, ma non posso! Allora rientro nei ranghi e vi racconto la storia di giovani italiani incapaci di riconoscersi tali, separati com’erano da dialetti differenti, storie simili e opposte, ferite impresse su un DNA che racconta di invasioni, sofferenze, miseria, lo stesso DNA mescolato al punto da renderli opposti e differenti persino nei colori. Ebbene, vi parlerò di questo, cercando di attenermi ai fatti, quegli stessi che mi spingono a ricordare  i numeri di quelle anime che ancora vagano su campi di battaglia ormai remoti alle nostre distratte memorie. 650mila morti: “ 400mila al fronte, 100mila in prigionia e i restanti a causa di malattie contratte durante la guerra”. Numeri ancora incerti, numeri, solo numeri, non persone dal futuro mozzo, non individui corrotti dall’onor di patria, dall’idea di un nazionalismo superiore tale da giustificare una mattanza. Di quei seicentocinquantamila, sospese nel tempo, restano lacrime di madri dai gerghi differenti ma dai contenuti uguali.

Ventiquattro maggio 1915, un milione e mezzo di giovani marcia verso l’impero Austro- ungarico ex alleato e a partire da quella calda e afosa giornata di maggio, nemico da combattere. L’immagino marciare silenziosi e stanchi, li immagino abbandonare nel vuoto della memoria sguardi amorevoli trafitti dal dolore. Immagino le loro mani callose, il ricordo vicino eppure così lontano, della campagna, di quelle piccole vite semplici segnate dal sacrificio e dalla contemplazione. Immagino e sento nel profondo la cognizione della preziosa pazienza di chi lavora la terra, la feconda, la coltiva, la carezza con la cura di un padre con i propri figli, ed infine ne attende i risultati. Immagino le loro madri segnate da quella vita parsimoniosa dalle piccole grandi soddisfazioni frutto di un raccolto andato a buon fine, la bellezza della vita che ciclicamente arricchisce di nuove creature le greggi dai candidi manti, e gli infiniti pomeriggi d’estate ad osservare lo scenario del cielo che muta colore, a inspirare quell’aria che rinnova il suo respiro, ad osservare le stelle distesi su di un’amaca attorcigliata tra due fermi. L’immagino marciare di notte, coperti da divise ed equipaggiamenti pesanti e tuttavia inadeguati rispetto alla terribile battaglia che si profilerà innanzi al loro orizzonte, e quei loro sguardi persi tra le stelle di un cielo lontano. No! Non era lo stesso cielo e quelle non erano le stesse stelle che spogliavano distesi sui campi. Quel cielo era il passaggio di un guado di orrore, atroce misura di quanto fosse misera la loro esistenza di fronte all’infinità oscura di quel mare nero maculato di fiammelle.

Marciano lungo le Alpi dal passo dello Stelvio alla foce dell’Isonzo, stanchi e afflitti e tuttavia tronfi. Quel 24 maggio Cadorna ordina di avanzare lungo tutto il fronte e quel gruppo d’anime scisse in reparti eseguì l’ordine, inconsapevoli dell’atroce disfatta che li avrebbe attesi il 23 giugno allorquando sul fronte del monte Sabotino e del Podgora, le offensive a difesa di Gorizia mieterono vittime pari a 62.000 morti e 170.000 feriti. L’estate trascorse, e chi non era morto in guerra, con il sopraggiungere del freddo inverno, muore di freddo e fame. Il soldato italiano, impreparato, vuole scappare. Il soldato italiano, la cui morte vale più della vita preferirebbe disertare e tuttavia non lo fa.

Nonostante le perdite Cadorna imbastisce un nuovo teatro di morte e tra l’11 e il 16 marzo di quel nuovo anno 1916 una nuova fallimentare controffensiva, contribuì a indebolire le file dei nostri i quali rintracciano la carezza della Nike della vittoria, soltanto in maggio allorquando nonostante la possente controffensiva Austro-ungarica tanto incisiva da  imporre il timore della disfatta in quella che fu chiamata la battaglia degli altipiani ,la resistenza dell’Altopiano dei sette Comuni, riuscì a tenere testa alle forze Asburgiche.

Cadorna profittando di quel lieve dietrofront ordinò di attaccare ad est in quella che chiameremo la sesta battaglia sull’Isonzo. Così ai primordi del mese di agosto, l’Italia conquistò Gorizia, e tuttavia non riuscì pienamente a smorzare le forze Austro-ungariche, le quali poco dopo con molteplici contrattacchi contribuirono a sfiancare ulteriormente le spoglie già logorate di quell’esercito di innocenti impreparati all’uso delle armi, inconsapevoli vittime di un sistema più grande di loro, uno che banchetta e sorseggia vino pregiato alle spalle di un povero e misero soldato. Il 1916 proseguì con il solo e unico intento di sferrare attacchi a scapito di considerevoli perdite ed esigue conquiste, fino a raggiungere, ignari un nuovo inverno e un nuovo anno uguale a quello trascorso a nascondersi nelle trincee, a morire di malattia o in battaglia, a guardare il cielo nella speranza che tutto finisca, a stringere la propria carne in un pizzicotto per sincerarsi d’essere ancora in vita, e scrivere, scrivere a quei parenti le cui fattezze risultano, di mese in mese, sempre più recondite nel mistero di una memoria divenuta a breve termine. Un sogno, quello di casa, un paradiso la miseria di quei casolari di campagna osteggiati da nera terra, un miracolo il riposo dopo la dura fatica. Si proseguì traballanti, tra esigue vittorie, ed ingenti perdite, fino a quella che tutti ricordiamo come la disfatta di Caporetto.


I soldati italiani del regio esercito combatterono contro gli imperi centrali in possesso di nuove tecniche militari in grado di penetrare fin dentro gli schieramenti della seconda armata sul medio Isonzo affliggendo quei punti deboli che ne implicarono l’immediata disfatta e la consequenziale dispersione dell’esercito. L’esercito italiano si dava alla fuga, una ritirata sbilenca che lasciò al nemico una gloriosa scia di sangue innocente. 12.000 morti, 30.000 feriti e 294.000 prigionieri, oltre ad altri 400.000 soldati sbandati verso l'interno del paese e vaste perdite di materiale bellico tra cui più di 3.000 cannoni*. Numeri, ancora numeri, che tornano ad indurre alle nostre coscienze  il senso di vite che erano, di sogni in frantumi, di occhi vitrei che guardano il vuoto oblio della morte. In seguito Cadorna fu rimpiazzato con il comandante Diaz il quale rinvigorì le forze belliche inserendo tra le file di uomini dalle ali spezzate, altri giovani i cosiddetti “ ragazzi del 99 “ e il 15 giugno 1918 con “ la battaglia del Solstizio”, le truppe italiane ressero l’urto della controffensiva Asburgica. Inglesi e Francesi contribuirono a rimpinguare le file dell’esercito italiano al fine di giungere alla definitiva disfatta del nemico. Si combatté fino a  al 30 ottobre 1918 allorquando l’esercito italiano si introdusse nel  Vittorio Veneto punto di giunzione tra le armate Austro-ungariche, fu allora che il comandante Borojević ordinò la ritirata del proprio esercito stremato non solo dall’assenza di viveri ma anche e soprattutto da divisioni interne. Poco dopo, il 3 novembre 1918 mentre gli italiani marciavano vittoriosi a Trieste e Trento, gli Austro-ungarici firmavano l’armistizio a Villa Giusti.

 La storia ci racconta della vittoria del fronte italiano su quello Austro-ungarico, eppure a me va di raccontarvi uno stralcio di quello che fu per questi giovani la vita di trincea, abbandonati dal re, privati di vettovaglie, abbandonati da Dio, e uniti da quell’unico destino che  li rendeva eroi di un romanzo epico. L’Italia nacque  il giorno in cui quei giovani smisero d’appartenere ad una regione per essere fratelli perché figli di un unico destino. Quella dell’Italia fu una vittoria mutilata, sì! Il patto di Londra non fu rispettato, e il dolore cedette il passo alla frustrazione, cosicché dal nulla venne fuori che qualcuno urlava più degli altri e questa voce ruggente allontanava la miseria e la puerilità. La voce proveniva da un uomo, cinto da ombre nere il suo nome era Benito Mussolini. Ma questa è un’altra storia!
Questa Italia beffeggiata, illusa, ridicolizzata, privata,  nel fuoco della nostra vista troppo corta , della dignità dal confine immenso degli occhi vitrei di quelle anime disperse nel paradiso delle Alpi. Ebbene, vi parlo di loro affinché siate consapevoli del crimine che le parole compiono ogni qualvolta inneggino alla separazione, al razzismo fratricida, a quelle presunte differenze che, di contro, hanno mescolato le abitudini per rendere al mondo la virtù di giovani vestiti di cenci morti tenendosi per mano. Dimentichi della primavera andiamo incontro all’inverno degli intenti che divide i nostri spiriti nel profondo rendendoci stranieri in patria.

Cari genitori,Giacché trovo un’ora di tempo voglio farvi sapere mie notizie, la mia salute al presente è ottimacome spero di voi tutti in famiglia. Come vi replico ancora che io mi ritrovo in questo paeseche si chiama Galeriano1 qui mi fanno fare l’istruzione tutto il giorno altro che si sta male colrangio che tutti i soldati si lamentano, però a me farebbe poco che non mi darebbe il rangio chemi partiene ne il tabacco pure che mi lasciano qui in Italia2 e non mandarmi in trincea adesso carigenitori posso ringraziare il Signore che io mi ritrovo qui in Italia che mentre i miei compagniBoris e Palazzi e Gatti loro sono in trincea e ci tocca di fare il turno di 21 giorni e se ci va male lifanno stare anche per quaranta giorni, adesso mi ritrovo contento a pensare che siamo cosìindietro di più di cento chilometri e pure adesso è due o tre giorni che hanno cominciato a faredegli attacchi sentiamo il cannone come fossero d’essere là in trincea, questo mese di maggio è unmese molto brutto per i soldati che si trova nelle trincee perché arrivano sempre degli ordini difare delle avansate e fare le avansate è molto brutto. Voglio farvi sapere il Signor Curato che miha scritto una lettera e mi ha detto di non pensar male che in questo fronte nella zona di Gorizia ilnemico non può avanzarsi, invece è tutto all’incontrario quel fronte nella zona di Gorizia è ilfronte più brutto che ci sia perché è quello più vicino a Trieste. … Caro Padre fatemi sapere comeva nella campagna se hanno fiorito bene, e se potete accorgervi se vedete dell’uva e dei frutti;anche qui nelle colline Austriace che anno conquistato i nostri Italiani siamo attendati due giorniprima di venire in Italia si vedevano le belle piante di frutta ben fiorite e poi anche le viti e anchela bella erba, fatemi sapere quanti ne tenete di bachi, io credo che ne tenete molti pochi perchénella campagna del lavoro ne avete anche tropo e che bestie che avete in stalla.Aspetto vostra risposta.Intanto vi saluto tutti uniti in famiglia e sono vostro figlio e vi ricorda sempre Isidoro.

*appunto estratto da Wikipedia


Di: Anna Di Fresco

Fonti:

http://www.lagrandeguerra.net/ggriassunto.html ; https://it.wikipedia.org/wiki/Italia_nella_prima_guerra_mondiale ;
http://www.grandeguerra.rai.it/articoli/lettere-dal-fronte/28737/default.aspx ;
http://www.unipd.it/ilbo/content/la-guerra-degli-ultimi-lettere-e-memorie-dal-fronte-1915-1918
Un link interessante che consiglio di visionare: http://www.documentari-streaming-db.com/serie-documentari-apocalypse-la-guerra-mondiale-streaming/
http://www.museodellaguerra.it

Condividi questo articolo:

Posta un commento

 
Back To Top
Copyright © 2014-2017 Riscrivere la Storia. Designed by OddThemes | Distributed By Gooyaabi Templates