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martedì 18 aprile 2017

La controversa politica del nikkei Alberto Fujimori alla guida del Perù

Come per tutte le crisi economiche che spazzano ciclicamente ogni paese, le divergenze sociali si acutizzano e nel tentativo di risoluzione di esse le richieste della popolazione, soprattutto la meno abbiente, si fanno sempre più pressanti, portando inevitabilmente all’ascesa di forti figure politiche che inaugurano nuove e prosperose stagioni, al contempo terribili e sanguinarie. Il Perù degli anni 90’ attraversa un periodo buio caratterizzato da una forte recessione che lascia gran spazio alle fazioni terroristiche locali - Il Sendero Luminoso - e al narcotraffico. In questo critico quadro, con le elezioni politiche alle porte, la propaganda elettorale è mirata alla risoluzione dei disagi della comunità nazionale divenendo uno dei punti cruciali del programma politico degli aspiranti Presidenti: ma le idee che faranno più breccia nel cuore dei peruviani saranno quelle del nikkei Alberto Fujimori.

Il suo programma è riassumibile nello slogan “Honestidad, Tecnología y Trabajo”: tre punti più che cruciali per far ripartire l’economia di un paese ormai al collasso e che racchiudevano la volontà di cambiamento immediato di cui necessitava il Perù. Fujimori nasce a Lima il 28 luglio 1938 da genitori giapponesi; è un affermato accedemico, un noto conduttore televisivo, ed esponente del movimento di centro – destra Cambio 90, piccolo, quasi insignificante partito, ma che saprà con buona dialettica e intelligenti strategie avvalersi del benestare popolare, ormai disilluso dalle vane promesse fatte dai tradizionali partiti di sinistra e destra, quali Alianza Popular Revolucionaria Americana (APRA) di Alan García e Frente Democrático (Fredomo), coalizione con a capo Mario Vargas Llosa.
Alle elezioni del 1990 si arriva allo scontro tra Fredomo e Cambio 90, con i rispettivi candidati: al primo turno la maggioranza è ancora in mano al partito di centro-destra, ma non è abbastanza per evitare il ballottaggio. Fujimori intensifica la propaganda presentandosi come “salvatore della nazione in declino” e, al secondo turno, sbaraglierà l’avversario con un 62,4% che gli varranno la vittoria definitiva.


Il primo mandato di Fujimori:

Si deve al neoliberismo di Fujimori il successo del rilancio economico del Paese; rigido controllore dell’inflazione e di una politica fiscale volta all’incentivo di finanziamenti esteri per poter riportare sulla piazza internazionale il Perù. Anche la politica interna è un punto da cui ripartire per Fujimori: i violenti massacri e attacchi terroristici del Sendero Luminoso, l’organizzazione paramilitare di stampo marxista, che da decenni animava la vita quotidiana dei peruviani, morti in molte occasioni a causa degli attentati. Nel 1992 Fujimori “risolverà” la questione arrestando il leader del gruppo Abimal Guzmán Reynoso, sradicando quasi completamente la violenza nel Paese. Se fino a questo momento Fujimori si avvaleva dell’appoggio del Congresso per tutte le sue riforme, nel 1992 le dinamiche cambieranno notevolmente: nella concezione del Presidente la sua Nazione è così tanto in crisi che nessun’altro, tranne per lui e le Forze Militari, potrà risollevare il Perù. L’ingresso dei militari nella questione della sicurezza nazionale allarma l’intero esecutivo che decide di revisionare una ventina di decreti approvati l’anno prima conosciuti col nome di Pacification y Difesa Nacional. Qui il punto di rottura con il leader di Campo 90; Fujimori, indispettito, il 5 aprile 1992 parla al popolo per mezzo della tv annunciando drastici cambiamenti che stravolgeranno la forma politica del Paese, passando dalla democrazia alla pura dittatura: sospende la Costituzione del 1979, scioglie il Congresso e annuncia la nascita di Gobieno de Emergencia y Recostrucción Nacional. Quello attuato da Fujimori non è stato altro che un autogolpe: il nuovo Governo ha permesso l’ingresso in massa anche delle Forze Armate nel controllo del paese, in particolare dei Servizi Segreti peruviani; qualsiasi organo garante di costituzionalità è eliminato, come la Corte Suprema, il Tribunale della Garanzia Costituzionale e il Consiglio Nazionale della Magistratura. Il popolo peruviano, di fronte a tutto ciò, non reagisce, anzi, ne è estremo sostenitore: Fujimori è visto come l’unico appiglio a cui il Perù può aggrapparsi per non ricadere nella spaventosa recessione che ha colpito il paese solo qualche anno prima. La paura di perdere tutto spinge i peruviani a sostenere il nuovo sistema politico dello nikkei, che con queste abili mosse (ovviamente illegali) realizza l’obiettivo di governare senza i consueti ostacoli di un governo multipartitico, di istituire un’economia liberale e di poter agire in piena libertà e con qualsiasi mezzo scavalcando, molto spesso, il consenso popolare.


Il secondo e il terzo mandato:

Anche alle elezioni del 1995 Fujimori sconfigge l’ala democratica con Javier Pérez de Cuéllar dell’Unión Por el Perú (UPP). Come per il primo, anche il secondo mandato continua sulla stessa linea autoritaria che prevede nuove leggi in materia economica, ma che ebbero poco successo, alimentando così lo scontento popolare. Ma i peruviani sono a conoscenza di poco più della punta dell’iceberg di ciò che sta realmente accadendo nel Paese: Fujimori sin dal primo mandato realizza quanto i mezzi di comunicazione siano importanti per la sua propaganda e nel secondo non fa altro che accentuare ancora di più il potere su di essi; le azioni del Governo sono offuscate da notizie frivole e scandali riguardanti personaggi dello spettacolo, l’incremento di talk show e, per ultimo, il clamore dei risultati sportivi. Tutto ciò ha concesso il lasciapassare a molte leggi scandalose, quali l’amnistia concessa a tutti i militari macchiatosi di crimini contro l’umanità negli ultimi 15 anni, compresi il Grupo Colina, una frangia deviata dei servizi segreti che sequestrò e massacrò il 18 luglio 1992 un professore e degli studenti che protestavano all’ Universidad Enrique Guzmán y Valle.


Dopo cinque ulteriori anni di regime autoritario, anche alle elezioni del 2000 Fujimori si presenta e assume il suo terzo mandato. Ormai è chiaro che il popolo peruviano è assuefatto dalla sua figura e incapace di deporlo.

“En el Perú no existen partidos políticos (…). El poder soy yo, es verdad. Pero es un poder que me fue dado por el pueblo. Yo lo represento”

Queste parole pronunciate in un’intervista al quotidiano El Comercio riassumono il grado autoritario che Fujimori aveva e sapeva di possedere, ma ancora per poco. Infatti, sono stati i media stessi a distruggere Fujimori attraverso numerose inchieste: oltre alle innumerevoli accuse di corruzione mosse dagli avversari politici, sono stati messi in circolazione numerosi video screditanti uno dei suoi più fedeli collaboratori, Vladimiro Montesinos - capo del Servicio de Intelligencia Nacional - ripreso mentre cercava di corrompere numerosi politici per cambiare schieramento a favore del Presidente; inoltre viene dimostrato il legame tra Montesinos, quindi in Servizi Segreti, col traffico illegale di armi a favore delle FARC colombiane.

Tutti questi scandali hanno inevitabilmente compromesso la figura di Fujimori che viene obbligato ad indire nuove elezioni per il settembre 2000, senza annunciare ancora le sue dimissioni. Queste arriveranno dall’altra parte dell’Oceano Pacifico – e tramite fax - solo a novembre dello stesso anno, precisamente dal Giappone, dove l’ormai ex-Presidente del Perù si è rifugiato per sfuggire alla Giustizia che lo accusa di crimini gravissimi – dalla corruzione, al sequestro, all’omicidio, all’abuso di potere. Fino al 2001 Fujimori resta in esilio nel Sol Levante e riusce ad ottenere anche la cittadinanza, essendo i suoi genitori giapponesi. L’anno seguente il nuovo Governo eletto richiede l’estradizione, ma la doppia cittadinanza gli permette la protezione giapponese per altri 5 anni, dopodiché si sposta in Cile. Probabilmente il trasferimento di Fujimori è stato voluto dalle Autorità giapponesi, minacciate dal Governo peruviano di denuncia davanti alla Corte Internazionale di Giustizia. Al suo arrivo in Cile, nel 2006, l’ex presidente è immediatamente prelevato dalle autorità cilene e la Corte Suprema del Cile approva, nel 2007, l’estradizione motivata da sette capi d’accusa tra cui violazione dei diritti umani. Dopo tre lunghi e interminabili processi nel 2010 Fujimori è condannato ad un risarcimento di 46.800 soles e a scontare 25 anni di reclusione, con una possibile riduzione a 18. Quel che è certo è che fino al 20 febbraio 2032 Fujimori resterà in carcere; ma è possibile del tutto affermare che la sua influenza sul Perù sia del tutto sparita? Ad oggi la figura di Fujimori è ancora idolatrata, grazie anche alla figlia, Keiko Fujimori - dal 2010 leader del partito di centro-destra Fuerca Popular e con idee molto simili al padre- che ha tentato la corsa alla presidenza nel 2011 e nel 2016, venendo puntualmente sconfitta.


Il Perù riuscirà a non ricadere negli stessi tranelli? Ce lo auguriamo e per concludere, chi volesse avere un quadro più approfondito della questione consigliamo la visione di “The Fall of Fujimori”, il documentario della regista Ellen Perry, purtroppo aggiornato solo al 2005, ma sempre interessante e disponibile qui:




Di: Simona Amadori 

Fonti:
Rei Kimura, Alberto Fujimori of Perù – The President who dared to Dream, Bangkokbooks, 2011 Julio F. Carrion, The Fujimori Legacy – The Rise of Electoral Authoritanianism in Perù, Pennsylvania University Press, 2006
Merceded Garcia Montero, La década de Fujimori: ascenso, antenimiento y caída de un líder antipolítico, in América Latina Hoy, 28, 2001, pp. 49-86
http://www.internazionale.it/notizie/2016/04/06/peru-elezioni-fujimori
http://www.cidob.org/es/content/pdf/1490

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