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giovedì 16 marzo 2017

Stockhausen: Occorre avere un po' di caos in sé per partorire una stella danzante

Il monito della musica occidentale del XX secolo è indicare dettagliatamente le dinamiche, il tempo, le pause con l’intento di “addomesticare” l’indeterminazione, stigmatizzando l’esecuzione, sanando il perfettibile. L’elemento del controllo nell’ambito compositivo diventa il focus degli artisti di inizio secolo, in concomitanza con il trend della dialettica libertà-disciplina. (1928-2007).

Karlheinz   Stockhausen, compositore tedesco visionario, dall’indole controversa, pioniere della serializzazione e disciplina dell’indeterminatezza in musica. La sua partitura del Klavierstück XI (1956) è formata da 19 segmenti su un unico grande foglio, la collocazione dei quali varia in base all’osservazione dell’esecutore. Ivi sono indicate le modalità di legatura delle varie sezioni, non vi è predeterminazione, possono essere suonate tutte, o alcune, o anche eseguite due volte. La durata del concerto si rivela all’artista, quanto al pubblico, al termine della sua seconda interpretazione di ogni segmento, questo è l’unico limite imprescindibile.

Ciò da vita ad un ossimoro nella poetica artistica, ovvero il relativismo conseguente l’indeterminatezza può essere revisionato; il caso viene educato all’interno di un ottica autoritaria. L’improvvisazione gestita in sezioni determinate, l’avvicendarsi di stilemi musicali proposti in ordine indeterminato, secondo la scelta dell’artista e la probabilità.

All’interno di questo nuovo approccio estetico si configura quale esponente di spicco:
L’Opus 1970 è uno dei brani più complessi del compositore. Quattro strumentisti di piano, viola elettrica, electronium e tam-tam in connubio con quattro altoparlanti. L’effetto sonoro è filtrato da un sistema a onde corte intenso, modulato, duplicato, sincronizzato, ampliato, ridotto. Gli artisti si adeguano all’eloquio musicale, muniti di registratore con un nastro impresso con brani diversi di Beethoven, e l’esecutore apre e chiude l’altoparlante a suo piacimento. La tecnica complessa e ardita di riassemblare, come un frottage di Prampolini, segmenti sonori di musica classica, a momenti riconoscibile, ma decontestualizzata e destrutturata, assurgendo così a una nuova composizione. Stesso procedimento con Telemusik (1966) e Hymnen (1967), ove le melodie compaiono e scompaiono, distratte da sonorità elettroniche. Stockhausen non desidera interpretare nuovamente, ma focalizza la sua intenzione unicamente sulla penetrazione del suono e il suo ascolto in modo distorto, snaturandolo e “modernizzandolo”. Egli mette in relazione la musica del presente con quella del passato con una nuova consapevolezza e ardore.

Il “controllo dell’indeterminazione” raggiunge l’apice con Oktophonie, brano significativo che supera ogni barriera armonica e costruttivamente sfalda ogni certezza sonora. In Cosmic Pulses la confusione apparente di un disordine voluto, anelato e regolato.
Le partiture offrono tutti i possibilismi determinati dal contenuto musicale, non dall’assetto interpretativo. Il nichilismo della composizione che non esiste in quanto entità, ma come mera esecuzione relativa. “Alea” è il supervisore, nonostante vengano contemplate tutte le opzioni concettuali. Una sorta di contenitore dell’incontenibile che suggella il passaggio dall’arte al “fatto”. Si apre il varco dell’”anti-arte” che caratterizzerà il repertorio americano intorno alla metà del secolo. Il concetto sarà il motivo propulsore, l’idea a suffragio del nuovo, una “serializzazione totale” della musica e una cultura della sua indeterminatezza.

Di: Costanza Marana

Fonti:

Pollini - Stockhausen - Klavierstück IX (Live 2002): https://www.youtube.com/watch?v=ePBB-NO8vKg&t=234s
Storia della musica in Occidente, Donald Jay Grout, Feltrinelli Editore Milano

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