Ultimi Post

mercoledì 29 marzo 2017

La stagflazione: un caso inedito

vignetta satirica sulla stagflazione
Cosa accadde negli anni 70? Che tipo di crisi intaccò il miracoloso e prodigioso sistema capitalistico che sembrava dover traghettare il mondo occidentale verso l’età dell’oro cullandolo nell’illusione del welfare state? Perché colse alla sprovvista gli economisti che avevano compreso i meccanismi della precedente crisi del 1929?
Gli anni 70 sono il nostro più vicino passato storico. Basta guardarsi alle spalle per scorgerne la cupa ombra nera di anni di tensione sociale e di crisi finanziaria, trampolino di lancio per una ripresa non solo economica ma anche culturale e sociale. In quegli anni il pensiero economico ha subito una svolta o meglio, un revival delle teorie classiche del liberismo.

Ma procediamo per gradi e vediamo innanzitutto di rispondere alle domande che ci siamo posti.

Il mondo del capitalismo divide l’uomo in due categorie: chi vende e chi compra. In altre parole, il mercato si regola su un principio di domanda ed offerta. Tanto più cresce la domanda aggregata più parallelamente cresce l’offerta dei beni o dei servizi richiesti. Per questioni logistiche però, gli acquirenti non possono mantenere un ritmo crescente della domanda che tradotto in termini familiari alla nostra quotidianità significa che una volta che ogni famiglia che può permetterselo ha comprato un televisore, un frigorifero, un forno o un’aspirapolvere non ripeterà l’acquisto nel breve periodo. Ciò significa che l’iniziale esorbitante richiesta di elettrodomestici si placa in un arco di tempo discretamente breve, lasciando senza mercato le centinaia di fabbriche che per soddisfare la domanda avevano incrementato la produzione acquistando macchinari e assumendo operai. Di conseguenza, intorno agli anni  settanta, similmente a come era avvenuto nel 1929, il mercato si stava saturando e si avviava quindi una crisi causata dalla diminuzione della domanda aggregata. L’evento non ebbe la portata della crisi del 29, fu diverso e per certi versi ben più insidioso poiché venne a coincidere con un’altra serie di dinamiche che si concatenarono tra loro. Per sciogliere la matassa occorre fare un salto indietro nel tempo e menzionare gli accordi di Bretton Woods del 1944 dove il dollaro americano era diventato la moneta di riferimento mondiale e l’unica autorizzata negli scambi commerciali mondiali. Ciò significava che mentre gli altri stati del globo dovevano pagare con le riserve auree delle loro banche le merci provenienti dagli USA o al massimo, convertire la propria moneta in quella del dollaro statunitense, quest’ultimi non dovevano. Una situazione del genere porta ovviamente enormi vantaggi agli Stati Uniti che paradossalmente furono anche uno dei motivi per il quale si affossarono ancora di più in una crisi storica e senza precedenti.

Dal 1944 agli anni settanta, gli USA avevano  cominciato ad importare merci dall’estero molto più di quanto ne esportavano , immettendo nel mercato mondiale grandi quantità di banconote, più di quanto le riserve auree delle banche statunitensi potessero permettere. Ogni banconota del pianeta, rappresentava ai tempi una quantità d’oro precisa nella banca del paese dove era stata stampata la banconota.  Ma se quel paese stampa troppe banconote, ecco che in realtà l’oro corrispondente non esiste più. Una situazione molto complicata da affrontare, un errore a cui porre rimedio era particolarmente difficile. Così, nel 1971, il presidente Nixon decise di svincolare il dollaro dall’oro. In questo modo, chiunque fosse in possesso di  dollari statunitensi, non avrebbe potuto chiedere di cambiarli in oro alla Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti.


Ma la situazione era destinata a peggiore ulteriormente quando i paesi dell’OPEC (L'Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio) tra cui l’influente Iran, decisero l’aumento del prezzo del petrolio nel 1973 a seguito della guerra dello Yom Kippur dove gli Stati Uniti erano intervenuti a favore dello stato d’Israele contro un’alleanza di paesi arabi, inasprendo i rapporti nel Medio Oriente. Lo “shock petrolifero” era l’ultimo tassello di un perfetto puzzle il cui soggetto era una crisi economica globale dai tratti completamente nuovi e ritenuti fino ad allora impossibili. L’iniziale crollo della domanda aggregata aveva causato l’ inflazione  ovvero l’aumento dei prezzi e la speculare svalutazione della moneta. Fisiologicamente, quando i prezzi si alzano le persone comuni, gli acquirenti, sono costretti a comprare di meno, causando quindi un’ulteriore diminuzione della domanda. Viene da sé che in una situazione del genere, le grandi e piccole fabbriche che producono qualsiasi tipo di bene, dalle automobili ai frigoriferi, sono costrette a diminuire la produzione per non rischiare di avere spese eccessivamente esose. Diminuire la produzione significa quindi tagliare i costi della produzione stessa e quindi licenziare o diminuire i salari degli operai. Tendenzialmente questa lugubre catena di eventi comincia a rallentare proprio in questo punto. Se sul mercato cala la domanda e poi l’offerta, prima o poi anche l’inflazione si arresta facendo prima ristabilire i prezzi per poi farli scendere progressivamente, fino al punto in cui gli acquirenti possono ricominciare a comprare riattivando il mercato e risollevando l’economia. Per agevolare e velocizzare il processo nel 1929 il governo statunitense aveva incentivato i consumi intervenendo in grandi opere pubbliche per riesumare il sistema economico.  Stavolta però c’è una sostanziale differenza: la crisi petrolifera rende tutte le attività legate alla produzione, lavorazione, commercio e trasporto del petrolio estremamente costose. Quando un’azienda impiega grosse risorse finanziare per offrire al mercato un prodotto di tale importanza, deve assicurarsi di avere un ritorno economico, quindi il prezzo del petrolio non scendeva. Questo fenomeno è chiamato stagnazione economica.

Per la prima volta nella storia, stagnazione e inflazione coesistevano nello stesso momento. La stagflazione (stagnazione + inflazione) era una realtà possibile e fino ad allora esclusa dai maggiori economisti mondiali.

L’uomo paga spesso il prezzo dei suoi errori e non sempre si mostra capace di una razionale analisi di quest'ultimi e di una politica economica preventiva che faccia in modo di evitare determinati problemi.

Di: Cristiano Rimessi

Fonti:

Banti, L'età contemporanea, Dalla Grande Guerra a oggi
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2008/07/stagflazione__160708.shtml?uuid=5ec46564-5336-11dd-b353-a98d07585a6c

Condividi questo articolo:

Posta un commento

 
Back To Top
Copyright © 2014-2017 Riscrivere la Storia. Designed by OddThemes | Distributed By Gooyaabi Templates