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lunedì 27 febbraio 2017

L'affermata Cina di Xi Jinping sfida i nuovi Usa di Trump

La politica estera cinese ha subito un cambiamento notevole da quando Xi Jinping ha assunto la carica di Presidente della Repubblica Popolare Cinese nel marzo del 2013, dopo dieci lunghi anni di presidenza Hu Jintao. Personalità carismatica e riformista, figlio di Xi Zhongxun, un vecchio combattente comunista nonché architetto delle Zone Economiche Speciali volute da Deng Xiaoping nei primi anni ottanta, per favorire il decollo industriale del paese e attirare gli investimenti stranieri. Nel 1971, Xi entrò nella Lega della gioventù comunista cinese e, subito dopo nel 1974, entrò a far parte del Partito Comunista. Dall'anno 2007 inizia la sua scalata alla segreteria del partito, fortemente voluta dal suo predecessore Hu Jintao. Xi Jinping fa oggi ancora parte del gruppo dei Taizi, detti i "principi rossi", il quale riunisce figli e nipoti dei protagonisti della vittoria del 1949 (che pose fine alla Guerra civile cinese tra nazionalisti e comunisti) e della "Lunga Marcia" del 1934.

Con una figura sicuramente forte, riformista e assai stimata sia all'interno del partito che dai cittadini, in Cina sono ormai finiti i giorni del basso profilo e della "crescita pacifica", sostituiti con le politiche più assertive di una vera e propria potenza globale. Il più popoloso stato al mondo (la Cina conta infatti più di 1,3 miliardi di abitanti) ha iniziato a far sentire la sua influenza sui mari del sud-est asiatico tramite nuove istituzioni globali quali l'Asian Infrastructure Investment Bank (la Banca Asiatica d'Investimento per le infrastrutture, un'istituzione finanziaria internazionale che tende a contrapporsi al Fondo Monetario Internazionale, alla Banca Mondiale e all'Asian Development Bank, sotto il controllo del capitale e delle scelte strategiche degli Stati Uniti d'America) e attraverso una strategia senza precedenti, denominata "One belt, one road". Tale strategia, proposta in primis da Xi Jinping e dai suoi collaboratori, si concentra sulla connettività e sulla cooperazione tra la Repubblica Popolare Cinese e il resto dell'Eurasia, formata da due approcci principali: l'utilizzo della Via della Seta terrestre (SREB) e lo sfruttamento della Via della Seta marittima (MSR). Tale strategia sottolinea ancor di più la spinta della Cina a voler assumere un ruolo maggiore negli affari mondiali e la necessità di una cooperazione internazionale, slegata dal controllo Usa. L'obiettivo finale di Xi Jinping, almeno per questa prima parte di mandato, è chiaro: far sentire la sua presenza sulla scena mondiale. Il sogno cinese dell'amministrazione Xi potrà quindi realizzarsi grazie all'unione della potenza economica con quella militare, che farà lentamente a sostituire la Cina agli Usa per quel che riguarda le dinamiche di sfruttamento dei commerci e delle relazioni mondiali.

Tutto bene per Xi finché al governo degli Usa la Cina ritrovava un Barack Obama, per certi versi progressista, favorevole al dialogo e alla diplomazia come risoluzione alle più disparate controversie internazionali e propenso all'utilizzo della flessibilità politica nella sua agenda internazionale, relativa soprattutto ai rapporti economici con stati concorrenti. Tuttavia, bisogna anche ricordare che la politica estera americana non fu poi così accomodante nei confronti del colosso cinese. Fu proprio lo stesso Obama ad istituire la famosa strategia per l'Asia orientale denominata "Pivot to Asia". Essa da una parte ha rappresentato un cambiamento significativo nella politica estera americana rispetto alle scelte politiche dei suoi predecessori, ma dall'altra ha confermato la tendenza Usa a voler controllare e contenere uno stato ormai prossimo all'espansione globale, dal punto di vista economico, politico e militare. In precedenza infatti, le amministrazioni Clinton e Bush avevano continuato ad implementare sistemi d'armamento navali principalmente nell'isola di Guam e in Giappone, hanno collaborato con Singapore per la costruzione di un impianto di portaerei nella base navale di Changi e rafforzato la cooperazione di difesa bilaterale con le Filippine, il tutto volto ad un maggiore controllo dei mari cinesi del sud-est asiatico. L'amministrazione Bush aveva anche annunciato nel 2005 che avrebbe spostato ben il 60% del numero totale dei sottomarini statunitensi verso l'Asia, per attività di supervisione e controllo. La spesa per lo United States Pacific Command (PACOM) è rimasta quindi molto elevata dalla campagna in Afghanistan e in Iraq fino all'avvento di Obama.

Con il primo mandato Obama, ulteriore attenzione è stata posta inizialmente sulla regione dalla stessa amministrazione che, nel 2012, ha definitivamente approvato il "Pivot to Asia", le cui aree di azioni chiave riguardavano: il rafforzamento delle alleanze di sicurezza bilaterali; approfondire i rapporti di collaborazione con le potenze emergenti, compresa la Cina, impegnandosi con le istituzioni multilaterali regionali; l'espansione del commercio e degli investimenti; forgiare una base ampia di presenza militare e promuovere la democrazia e i diritti umani. La politica di Obama prevedeva una spinta al libero scambio principalmente attraverso il TPP (Partenariato Trans-Pacifico, un progetto di trattato di regolamentazione e di investimenti regionali in Asia) e, secondariamente, uno spostamento militare degli Stati Uniti nel teatro del Pacifico, al fine di assicurare agli alleati nella regione un contenimento continuativo della Cina in ascesa. Per contribuire al raggiungimento di questi obiettivi, l'altra (discutibile) decisione degli Stati Uniti è stata quella di disimpegnarsi dal Medio Oriente per svincolarsi dai conflitti a cascata di quella regione. Eppure, già durante l'amministrazione Obama e la sua strategia "Pivot to Asia", la Cina ha iniziato ad intraprendere una politica aggressiva di tutela nel Mar Cinese Meridionale, ampliando enormemente le sue capacità di proiezione verso le rotte marittime chiave, in particolare sfruttando lo Stretto di Malacca. Così, la risposta dello stesso presidente (soprattutto negli ultimi anni del suo secondo mandato) si limitò a tutelare la libertà di operazioni di navigazione, passando de facto il testimone al suo possibile successore, Hillary Clinton, favorevole come Obama ad intraprendere una strada legata alla mediazione politica, economica e militare rispetto ai primi passi più duri e restrittivi, legati anche ai vincoli delle precedenti amministrazioni repubblicane. Da quella che, fino agli inizi degli anni 2000, sarebbe stata definita una politica di chiusura, si sarebbe forse passati ad un dialogo reciprocamente favorevole, relativo alla tutela dell'apertura economica tra Cina ed Usa, quanto mai necessaria e favorevole economicamente per entrambi, seguendo da una parte l'antica strategia americana della Open Door Policy (Politica della Porta Aperta) e dall'altra le nuove iniziative capitalistiche globali riprese da Xi Jinping e inaugurate dai suoi predecessori politici.

Tuttavia, alla fine del 2016 Donald Trump è stato eletto presidente degli Stati Uniti e la sua vittoria rimescola così il mazzo di presunzioni bilaterali: dalle relazioni commerciali stabili tra oriente ed occidente, alla cooperazione sul clima, passando per la spinosa questione delle relazioni ufficiali con Taiwan e della politica di "una sola Cina". Queste nuove dinamiche sul fronte politico statunitense potrebbero alterare le relazioni bilaterali nonché il corso dell'amministrazione Xi, in particolar modo forzando Pechino a porre i freni sulla sua ritrovata assertività di superpotenza mondiale.

Cosa rimarrà dell'amministrazione Obama e del Pivot to Asia? Ora che si entra ufficialmente nel mandato Trump, la nuova amministrazione ha già lanciato un segnale forte e chiaro: la volontà di creare una campagna politica basata su una linea molto più dura nei confronti della Cina, sia in termini di questioni commerciali sia per quel che riguarda la controversia del Mar Cinese Meridionale e del controllo militare del Pacifico. La storica telefonata di Trump al presidente taiwanese Tsai Ing-wen e la bocciatura del nuovo piano TPP ha di fatto inaugurato la nuova dottrina statunitense, volta a rimettere in discussione ogni tipo di trattato, di obbligo e di relazione internazionale con la Cina e - secondo molti esperti - con qualsiasi altro paese alleato, Nato e ostile.

Di: Claudio Pira

Fonti:
http://www.geopoliticalmonitor.com

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