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venerdì 20 gennaio 2017

Era un Sud 'agricolo e arretrato' ?

Sfogliando i libri scolastici è prassi nota imbattersi in tale definizione per ciò che riguarda la situazione economica del Meridione d’Italia antecedente l’Unità. Ma era davvero così?

In questi ultimi anni è cresciuto parecchio il dibattito riguardo le condizioni del Meridione italiano antecedenti l’Unità d’Italia. Se secondo la storiografia ufficiale, e la totalità dei libri scolastici, nel 1861 il Sud si presentava in una condizione precaria e pressoché arretrata, per altri è necessario analizzare a fondo la situazione al fine di poter comprendere come il regno meridionale si rivelasse all’altezza degli altri Stati peninsulari, se non addirittura all’avanguardia in determinati ambiti.

Al momento dell’Unità il Sud Italia era governato da oltre un secolo dalla dinastia dei Borbone delle Due Sicilie. Il fondatore di tale dinastia fu Carlo di Borbone, figlio dell’allora re di Spagna Filippo V e della duchessa di Parma Elisabetta Farnese. Carlo conquistò dapprima il Regno di Napoli (1734) e poi il Regno di Sicilia (1735), liberando quelle terre dal dominio austriaco. I due Stati passarono quindi alle dipendenze del governo Borbonico, ma rimasero sostanzialmente ben distinti (con Napoli e Palermo come relative capitali) fino al 1816, quando in seguito al Congresso di Vienna vide la nascita il Regno delle Due Sicilie, comprendente l’intero Meridione, dall’Abruzzo alla Sicilia. Dalla salita al trono di Carlo (1735) fino all’arrivo dei Garibaldini a Napoli (1860) e successiva cacciata di Francesco II, ultimo re delle Due Sicilie, vennero attuate nel Regno molte misure che consentirono un notevole sviluppo sia in ambito economico che intellettuale.

Re Carlo, che regnò fino al 1759, si dimostrò fin da subito intenzionato a trasformare Napoli in una capitale europea all’avanguardia e decise così di dare un forte impulso alla crescita culturale e sociale della città. Solamente due anni dopo la sua salita al trono venne infatti costruito e inaugurato il Real Teatro San Carlo (ben 41 anni prima del Teatro Alla Scala di Milano), quello che risulta essere, ad oggi, il più antico teatro d’opera del mondo ancora in attività. Note sono anche l’assegnazione delle prime cattedre universitarie di Astronomia (1735) ed Economia (1754), la fondazione della rinomatissima “Real Fabbrica della porcellana” di Capodimonte (1743) e quella delle “Reali Accademie di disegno e del nudo” (1752 – Oggi “Accademia di belle arti”).

Il Real Teatro San Carlo
Nel 1755 istituì anche la creazione dell’”Accademia Ercolanese”, addetta alla gestione e pubblicazione dei numerosi reperti rinvenuti presso i celebri siti archeologici di Pompei ed Ercolano (la cui apertura aveva avuto luogo nel 1738, proprio per decisione del sovrano). Vennero anche rinnovati e semplificati l’ordinamento giuridico (con la creazione del Codice Carolino, che sarà pubblicato solo nel 1789) e il sistema fiscale (Catasto onciario) che però, nonostante il nobile obiettivo dell’eliminazione dei privilegi alle classi più abbienti a favore di una più equa ripartizione delle imposte, non ottenne l’efficacia sperata. Diedero invece ottimi risultati gli accordi commerciali stretti con nazioni nordiche come Danimarca, Paesi Bassi e Svezia tra il 1742 e il 1753.

Con la partenza di Re Carlo per la Spagna (1759) la carica di sovrano fu ereditata dal figlio
Ferdinando I il quale però, considerata la sua giovane età, dovette attendere otto anni prima di assumerne i pieni poteri. Nel frattempo Napoli e Palermo furono quindi governate da un consiglio di reggenza, presieduto dal toscano Bernardo Tanucci, già primo ministro ai tempi di Re Carlo. Con il raggiungimento della maggiore età (1767) i poteri passarono interamente nelle mani di Ferdinando che, su consiglio dello stesso Tanucci, attuò subito l’espulsione dei Gesuiti dalle terre del Regno, colpendo uno dei pilastri del potere ecclesiastico (fino ad allora la Compagnia di Gesù deteneva il monopolio dell’insegnamento) e ottenendo la confisca di numerosi beni, tra cui vasti latifondi e numerose residenze. Secondo Tanucci, grazie a tale atto le casse Borboniche riuscirono a riguadagnare ben 6 milioni di ducati, accrescendo le entrate economiche di circa un terzo. Inoltre, per rivendicare le sempre maggiori pretese autonomiste Borboniche e allo stesso tempo preservare le risorse economiche, venne abolita la Chinea, ovvero il tributo annuale che i re di Napoli versavano allo Stato Pontificio come segno del loro vassallaggio sin dai tempi di Carlo I d'Angiò (XIII secolo).
Durante il suo lungo dominio (regnò sul trono di Napoli e Sicilia fino al 1816 e su quello delle Due Sicilie fino al 1825) Ferdinando, primo re della dinastia Borbonica nato a Napoli, cercò di soddisfare molte delle esigenze del suo amato popolo. Risale al 1771 la fondazione in Calabria delle Reali ferriere ed Officine di Mongiana, importante polo siderurgico che al momento dell’Unità d’Italia riuscirà ad occupare 1500 operai e si rivelerà a quei tempi come la più grande acciaieria dell’intera nazione. A quegli anni (1778) risale anche la fondazione, nei pressi di Caserta, della rinomata Real Colonia di San Leucio (oggi patrimonio mondiale dell’Unesco), che diverrà nel 1789 (grazie ad un apposito statuto) primo esempio al mondo di realtà industriale alle cui basi vigevano principi di uguaglianza sociale ed economica.

La Real Colonia di San Leucio
Alla fine del ‘700 verranno inoltre messi in moto su larga scala l’estrazione e il commercio dello Zolfo in Sicilia. Sarà borbonico anche il primo regolamento antisismico d’Europa, redatto in seguito al devastante terremoto che colpì l’intero Sud nel 1783. A quell’anno risale anche la fondazione del Cantiere navale di Castellammare di Stabia, prima fabbrica di navi dell’intera Penisola, grazie alle politiche innovative del segretario di Stato John Acton, fautore di una riorganizzazione della Real Marina. La fondazione della Scuola Militare della Nunziatella (1787), ad oggi uno dei più antichi istituti di formazione militare al mondo, è invece opera di Giuseppe Parisi, nominato primo Comandante effettivo dell’istituto.

Gaetano Filangieri
Nel corso del Settecento il Sud Italia fu inoltre patria di alcuni dei maggiori pensatori e filosofi dell’intera Europa, come Giambattista Vico, Antonio Genovesi, Gaetano Filangieri e Francesco Mario Pagano. In particolare Filangieri divenne celebre nell’intero continente per la stesura dell’opera “La scienza della legislazione”, opera di filosofia del diritto e teoria della giurisprudenza pubblicata nel 1780. Nella sua opera il filosofo napoletano, ispirato dalle dottrine illuministe, si rivelò un sostenitore della monarchia illuminata, rivendicando l’autonomia di uno Stato laico e la necessità di una riforma della procedura penale, oltre ad un’equa ripartizione delle proprietà terriere. L’opera riscosse un enorme successo ovunque, tanto da rappresentare un modello d’ispirazione per la nascita della Costituzione Statunitense (1787) e per lo stesso presidente Benjamin Franklin, con il quale Filangieri intrattenne per un lungo periodo importanti rapporti epistolari.

Le prese di posizione anticlericali e antifeudali delle politiche governative borboniche di quell’epoca divennero un modello per l’intero movimento illuminista europeo, anche grazie alle nuove forme architettoniche che caratterizzarono la capitale partenopea (il Real Albergo dei poveri – 1751 - ne è un esempio in tal senso). Bisogna allo stesso tempo ricordare come molti di questi intellettuali furono condannati a morte proprio dallo stesso governo borbonico in seguito alla loro adesione alla Repubblica Napoletana, nata con l’invasione napoleonica del 1799. Tra questi va senz’altro ricordato il lucano Francesco Mario Pagano (definito dallo zar Paolo I come “il più grande giurista dell’epoca”), giustiziato assieme ad altre importanti personalità quali il filosofo Ignazio Ciaia e il medico e naturalista Domenico Cirillo.
Comunque la fioritura di tale intellettualismo testimonia come siano esistiti illustri e numerosi pensatori meridionali, capaci di essere fautori di ideali e tesi apprezzate e poi seguite in ogni parte del mondo, al contrario di ciò che è prassi comune sostenere oggi riguardo l’intellighenzia del Sud Italia.

Proprio a causa dell’invasione napoleonica la sovranità di Ferdinando riprenderà a pieno ritmo solo in seguito al Congresso di Vienna (1814-1815), quando vedrà la luce la nascita del Regno delle Due Sicilie. Nel 1819 terminarono i lavori di quello che fu il primo osservatorio astronomico italiano, ovvero quello di Capodimonte, e sei anni dopo Ferdinando morì dopo ben sessantasei anni di regno.

3 Ottobre 1839, inaugurazione della Napoli-Portici
Se il regno di Francesco I, figlio di Ferdinando, durerà solamente cinque anni, con la salita al trono di Ferdinando II (1830), figlio di Francesco, si aprirà l’epoca dei primati e delle riforme.
Tra gli importanti risultati raggiunti dal sovrano si possono annoverare il primo ponte sospeso in ferro dell’Europa continentale (ponte sul Garigliano, 1832), la prima illuminazione pubblica a gas d’Italia (Napoli terza città in Europa dopo Londra e Parigi, 1837) e soprattutto la Napoli-Portici, prima linea ferroviaria d’Italia (1839).
Tale tratta misurava 7 chilometri di lunghezza e il ferro delle rotaie fu lavorato nell’importante Polo siderurgico di Mongiana. Diciannove anni dopo (1858) verrà inaugurata anche la Galleria dell’Orco (nei pressi di Nocera Inferiore, provincia di Salerno), primo tunnel ferroviario al mondo.

Un anno dopo l’inaugurazione della prima linea ferroviaria verranno anche fondate le Officine di Pietrarsa, prima fabbrica in Italia di locomotive e materiale rotabile. Tale fabbrica, che prima del 1861 occupava circa un migliaio di persone, diventò una delle industrie modello del Regno, tanto da ricevere la visita di importanti personalità quali papa Pio IX e lo zar Nicola I, il quale richiese una piantina dello stabilimento stesso, al fine di poterlo riprodurre fedelmente nell’area industriale di Kronstadt, in Russia. Nella Valle del Liri, nei pressi di Sora (oggi provincia di Frosinone, a quei tempi terra Borbonica) era invece presente il più importante centro cartario del Regno, con le cartiere Lefebvre e Polsinelli capaci di garantire occupazione a circa un migliaio di operai.

Seconda parte del precedente articolo " Era un sud agricolo e arretrato? (PARTE I)"

Ovviamente non si possono nemmeno ignorare le limitazioni di un Regno che esprimeva certamente grandi potenzialità, ma che risultava allo stesso tempo segnato da notevoli carenze. In primis bisogna sottolineare come la reattività e i primati borbonici fossero concentrati soprattutto nell’area campana, relegando invece regioni come AbruzzoMolise e Basilicata a territori prettamente agricoli. Anche la Sicilia non reggeva il passo con l’intraprendenza campana, sebbene i commerci continentali di zolfo e agrumi fossero alimentati principalmente dalle risorse isolane. È necessario comunque evidenziare come nel 1861 ben il 70% della popolazione attiva dell’intera Penisola fosse impiegata nel settore agricolo e solo il 18% in quello industriale (dati Istat). Per di più bisogna ribadire come il fenomeno dell’emigrazione fosse a quei tempi ancora praticamente inesistente.

Un’altra limitazione delle Due Sicilie era rappresentata dalla penuria di strade e ferrovie. Se infatti Napoli fu la prima città italiana ad inaugurare una tratta ferroviaria nel 1839, al momento dell’Unità d’Italia il divario tra infrastrutture ferroviarie del Regno Sabaudo (850km) e quello delle Due Sicilie (99km) era notevole.

Linee ferroviare italiane nel 1861

Bisogna però anche riconoscere come i funzionari Borbonici avessero sempre considerato maggiormente prioritari il trasporto e il commercio marittimo. Di fatti le Due Sicilie possedevano la più importante e remunerativa flotta mercantile a livello nazionale e seconda solo a Londra a livello europeo. Oltre a ciò il popolo Duosiciliano ebbe il merito di aver costruito e messo in funzione la Ferdinando Iprima nave a vapore del Mediterraneo salpata da Napoli nel settembre del 1818 e la Siciliaprima nave italiana capace di raggiungere le coste Statunitensi.

La Ferdinando I

Per di più, nel corso del governo di Ferdinando II, vennero riadattati e potenziati molti porti dello Stato, tra cui GallipoliBariIschiaGaeta e nel 1840 nacque a Palermo la rinomata Società dei battelli a vapore siciliani per iniziativa di Vincenzo Florio, laborioso imprenditore palermitano.

Un altro evidente limite delle politiche meridionali era rappresentato da un’economia protezionista che impediva il libero accesso sul mercato interno dei commerci stranieri.
La politica economica intrapresa da Ferdinando II, il più avveduto ma anche il più assolutista dei Borbone di Napoli, riuscì comunque a ridurre le spese di corte e raggiungere il pareggio di bilancio (tra l’altro il debito pubblico delle Due Sicilie era, al momento dell’unità, circa quattro volte più basso rispetto a quello del Regno di Sardegna). Per di più nacquero nel territorio, sicuramente grazie alla bassa pressione fiscale e all’abbondanza di materie prime, ma anche, è corretto sottolinearlo, a causa del basso costo della manodopera locale, numerose e importanti aziende imprenditoriali straniere. Tra queste, su tutte si può ricordare il Cotonificio Egg fondato a Piedimonte d’Alife (provincia di Caserta) da imprenditori svizzeri e capace di occupare fino a 1300 operai.


Concentrandosi allo stesso tempo sulle fabbriche settentrionali si può notare come i maggiori complessi industriali di quei tempi non superassero mai quelli meridionali in quanto al numero di occupati e al tipo di macchinari impiegati. Per esempio una delle più grandi e rinomate industrie nordiche, la Raffineria Calderara di Milano, nel 1850 occupava circa 1200 operai, mentre il maggiore cotonificio lombardo (Cotonificio Ponti di Solbiate Olona, provincia di Varese) non superava i 400 operai. Anche le Officine Ansaldo di Genova, il maggiore sito metalmeccanico settentrionale, al momento dell’unità occupavano circa un migliaio di persone. Volendo poi consultare direttamente le fonti relative al primo censimento nazionale (1861), eseguito in seguito all’unificazione nazionale, ci si rende conto di come le percentuali della popolazione occupata (sia nel settore industriale che in quello agricolo) risultassero in numero decisamente superiore per i territori delle Due Sicilie.




Per quanto riguarda il settore industriale, le percentuali più alte di occupazione furono registrate in regioni come Calabria (28,8%), Campania (23,2%), Sicilia (23,1%) e Puglia (23%), mentre regioni oggi tra le più industrializzate d’Italia, come LombardiaVeneto e Piemonte, nel periodo di unificazione si attestavano rispettivamente al 19,8%, 13,7% e 11,5%.
D'altronde, già nel 1787, un acuto osservatore quale Goethe osservava, durante il suo soggiorno a Napoli, come riscontrasse in quel popolo "un'industriosità sommamente viva e accorta.."


Quello agricolo, come abbiamo già chiarito in precedenza, rappresentava invece il settore occupazionale maggiormente praticato nell’intera Italia, con punte percentuali che superavano il 70% sia al Nord che al Sud.
(Tabelle occupazionali consultabili direttamente sul sito Istat)

Se vogliamo poi analizzare i numeri riguardanti il livello di scolarizzazione si può evincere (sempre grazie ai dati relativi al primo censimento italiano) come il tasso di analfabetismo superasse, nel 1861, la media del 70% a livello nazionale.


Nonostante non sia possibile equiparare dati Istat a livello regionale, possiamo comunque dedurre come l’insegnamento nel Regno delle Due Sicilie, affidato nuovamente alla Chiesa in seguito alla Restaurazione del 1816, coinvolgesse poche migliaia di persone e il tasso di analfabetismo nell’intero Regno si attestasse intorno al 90% (sebbene il siciliano Giovanni De Cosmi e il napoletano Basilio Puoti siano ricordati come due dei più illustri pedagogisti italiani). Mentre nel solo Regno Lombardo Veneto nel 1855 si contavano oltre 6mila scuole che accoglievano una popolazione scolastica superiore alle 300mila unità effettive (fonte: “La scuola elementare nel Lombardo-Veneto”, di R.Repole), nel 1859 il Regno Borbonico presentava solamente poco più di 2mila scuole e gli allievi superavano a malapena le 67mila unità (“Storia della scuola in Italia dal Settecento a oggi”, di G.Genovesi).

Un Sud Italia dunque che si dimostrò certamente ricco di operosità ed eccellenze, ma che fu sempre segnato da pesanti fardelli, che non gli permisero mai una reale egemonia. Non si può certo dimenticare come le politiche del Regno siano sempre state limitate anche da una forte influenza baronale, proprio quella che sarà poi alla base della nascita e del relativo sviluppo del fenomeno mafioso.

Insomma, considerando tutti questi fattori possiamo concludere come la condizione del Sud Italia prima dell’unificazione non risultasse certo essere egemonica e florida come talune realtà neoborboniche intendono sostenere oggi, ma nemmeno lontanamente arretrata e disastrata come è sempre stato affermato dalla storiografia ufficiale.
Perché si sa, le terre di conquista non si sono mai rivelate lande desolate e prive di opportunità e ricchezze. Men che meno per le mire politiche di Casa Savoia.

"Più mi guardavo intorno, più attentamente osservavo, e meno riuscivo a trovare autentici fannulloni, nel popolino minuto come nel medio ceto, sia al mattino sia per la maggior parte del giorno, giovani o vecchi, uomini o donne che fossero.."

Johann Wolfgang Goethe, "Viaggio in Italia"


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